giovedì, Febbraio 9, 2023

Troppi tumori al Poligono di Teulada, la Difesa deve fornire le prove della “innocenza”

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MILITARE SARDO IN SERVIZIO AL POLIGONO DI TEULADA SI AMMALA GRAVEMENTE. PER I MEDICI MILITARI È “COLPA DI ETÀ E GENETICA”. IL CAPORALMAGGIORE, PERÒ, HA SOLO 28 ANNI. I GIUDICI ORDINANO AL MINISTERO DELLA DIFESA DI FORNIRE LE PROVE DELLA “INNOCENZA” DEL POLIGONO IN MERITO ALLE ATTIVITÀ CONDOTTE NEGLI ANNI IN “UNA ZONA FORTEMENTE CONTAMINATA E A FORTE RISCHIO SANITARIO, COME TESTIMONIATO DAL VERIFICARSI DI NUMEROSI CASI – BEN OLTRE LA MEDIA STATISTICA IN RELAZIONE ALL’ETÀ – DI PATOLOGIE TUMORALI”

Il TAR della Sardegna ha ordinato alla commissione medica del ministero della Difesa di riunirsi nuovamente per decidere sul caso del caporalmaggiore di 28 anni ammalato di una patologia tumorale. “Ma deve rispettare i dettami contenuti nel dispositivo, appena depositato sulla base del nuovo ricorso presentato dagli avvocati Caterina Usala e Antonio Carta per conto del militare malato”, è scritto nella sentenza.

Il militare sardo dell’Esercito si è ammalato di leucemia dopo aver prestato servizio “per anni, senza alcun tipo di protezione” al poligono militare di Capo Teulada. Quindi ha fatto causa al ministero della Difesa, con relativa richiesta di indennizzo.  

Secondo la Procura di Cagliari, al Poligono di Teulada dal 2009 al 2015 sono stati esplosi 11.785 missili anticarro Milan, dotati di una testata al Torio. Una sostanza radioattiva ritenuta molto più pericolosa dello stesso Uranio Impoverito.

I medici della Difesa negano il nesso di causalità

Tuttavia, per i medici della Difesa, l’alto tasso di contaminazione nel poligono c’entra niente. Secondo questi, l’insorgere delle patologie nei soldati è casuale. Hanno, quindi negato il nesso tra la patologia, una “leucemia mieloide acuta e sarcoma mieloide, localizzata a livello D6”, e l’utilizzo di armamento all’Uranio Impoverito e al Torio nel poligono. Quindi, hanno attribuito l’insorgere della malattia nel militare di 28 anni “al progredire dell’età e a una possibile predisposizione genetica”.

Una insufficiente considerazione del comitato di verifica

I giudici, invece, fanno osservare che nelle relazioni della commissione medica militare non è specificato perché il nesso di causalità tra esposizione alle sostanze tossiche e la patologia del ventottenne debba essere escluso.

Pertanto si è giunti alla nuova sentenza secondo la quale, “c’è stata da parte del comitato di verifica una insufficiente considerazione della giovane età del ricorrente, nato nel 1984, assunto in perfette condizioni di salute nel 2007, ammesso a rafferma quadriennale (dopo il superamento di una visita nuova medica) nel 2009, ricoverato per l’insorgenza della malattia all’Ospedale civile di Verona il 10 aprile 2012, nonché del fatto che nessuno dei suoi familiari sia mai stato colpito da una simile patologia”.

Inoltre, fanno osservare i giudici amministrativi, “nel periodo di prestazione del servizio, malgrado operasse in territorio caratterizzato da elevatissimo fattore di rischio connesso al contatto con ambiente contaminato dall’utilizzo di munizionamento all’uranio impoverito ed in genere da forte inquinamento bellico”, il militare addetto all’utilizzo del mortaio, “non aveva in dotazione alcun dispositivo di protezione per rischio radiologico, né aveva seguito appositi corsi o avuto adeguata informazione sul rischio specifico da esposizione per effetto delle attività addestrative a materiale nocivo”.

Il TAR decreta, infine, che “le conclusioni del comitato di verifica e dell’intimato ministero, nel senso di escludere ogni profilo di nesso eziologico tra la patologia di che trattasi e l’attività cui è stato esposto il militare, s’appalesano incongruenti e non adeguatamente approfondite”.

Quanto avvenuto non è solo un’ipotesi, “ne abbiamo le prove dirette”

Alla sentenza, il collegio dei magistrati sardi aggiunge una citazione del professor Licinio Contu, immunogenetista di fama internazionale, secondo cui “le esercitazioni militari come quelle avvenute a Quirra e a Capo Teulada hanno sicuramente causato un’intensa produzione di nanoparticelle metalliche e una contaminazione, praticamente permanente, delle aree oggetto delle esercitazioni militari e delle aree circostanti (…). Non c’è alcun dubbio che questa attività di bombardamento esercitata anche su bersagli metallici (carri armati o altro), per la sua intensità, per il tipo di ordigni impiegati e per la loro concentrazione nel tempo, su un’area limitata, deve aver raggiunto e superato temperature di deflagrazione sui bersagli di 3mila °C, che è la condizione che porta alla formazione delle nanoparticelle metalliche. Ma che questo sia avvenuto non è solo un’ipotesi, ne abbiamo le prove dirette”.

(fonte L’Unione Sarda)

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