Teatro: giù il sipario, va in scena l’amianto

Un dramma sconosciuto ha coinvolto personale di teatro, gli stessi spettatori e, forse, qualche artista: quello dell’amianto

 

Il teatro – dal verbo greco theàomai”, che significa guardare, osservare -, è una delle forme di comunicazione di massa più antiche.

Le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide e le commedie di Aristofane e Menandro nell’Antica Grecia e le commedie di Plauto e Terenzio nell’Antica Roma, dopo, hanno segnato i secoli e i palcoscenici di tutto il mondo.

Alle tragedie che hanno suscitato grandi emozioni nel pubblico, un dramma sconosciuto che ha coinvolto gli stessi spettatori, oltre che il personale, in primo luogo e, potrebbe darsi, anche qualche artista, si è consumato tra le mura dei politeama: quello dell’amianto!

Purtroppo, i teatri non sono stati risparmiati dall’utilizzo diffuso dell’asbesto nelle strutture.

In Italia, il primo caso di decesso per mesotelioma, per aver inalato fibre del killer silenzioso, risale ai primi anni 2000, ai danni di un operatore del Teatro alla Scala di Milano.

Teatro alla Scala di Milano

Il siparista Demetrio Asta morì l’11 novembre 2011, il giorno dopo l’apertura del processo per nove morti causate dalla presenza dell’amianto nel teatro, fatto costruire dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria sulle macerie della chiesa, demolita per poterlo realizzare, di Santa Maria alla Scala.

Nel 2008 anche il caposquadra dei Vigili del Fuoco in servizio alla Scala si ammalò per mesotelioma pleurico.

L’amianto era presente «nella volta della platea del teatro; era stato impiegato per l’isolamento termico intorno agli oblò utilizzati per il passaggio del fascio di luce dei fari, sui rivestimenti dei tubi dell’acqua calda e sulle pareti del locale “segui persona” sopra il lampadario, sotto la stoffa grigia delle pareti», è descritto in un documento dell’Associazione X MITO (nome estrapolato dal termine aMIanTO, coniato dal Comitato Ambiente Salute Teatro Scala).

L’amianto non ha risparmiato, come già detto, altri teatri del nostro Paese: la testimonianza di Mauro Colantoni, dipendente dell’Opera di Roma, intervistato dalla collega Ilaria Cicconi.

Colantoni fu assunto dall’Opera nel 1987, dove ha svolto mansioni di manovale e operaio specializzato fino al 2015. Non è mai stato informato della presenza dell’amianto in teatro e «ho accertato – afferma Mauro – che per gran parte del periodo lavorativo, non è stata prodotta la necessaria documentazione tecnica e sanitaria attestante l’esposizione a sostanze cancerogene certe».

Quando ha capito che la sua malattia era correlata all’amianto?

«Nel 2006, dopo un ricovero di urgenza per insufficienza respiratoria. Nel 2012 fui ricoverato per ictus celebrale e nel 2014 fui sottoposto a un intervento chirurgico all’esofago. Nel 2016, dopo vari ricoveri per broncopolmonite mi sottoposero ad una TAC. Quindi, dopo un colloquio con un medico, capii che la mia malattia era correlata all’esposizione e all’ inalazione di fibre di amianto».

Come ha saputo che l’amianto era presente nel teatro? In particolare, dove era presente l’amianto?

«La presenza dell’amianto era constatabile visivamente fino al 2000, anno di una ristrutturazione totale del teatro. Vi era una zona chiamata sotto-platea dove a sostegno e a portanza della stessa vi era un reticolo di travetti di legno che, per fattori acustici, erano rivestiti di un materiale che conteneva l’amianto. Le tubature sia per il vapore sia per il condotto di acqua calda erano rivestite di materiale contenente amianto. Per l’areazione dello stabile si utilizzavano condotti di grosso diametro che facevano circolare l’aria in modo naturale: queste tubature erano fatte di fibrocemento-amianto».

È stata riconosciuta la correlazione tra la sua malattia e l’amianto?

«La patologia doveva essere riconosciuta come “malattia professionale” da parte dell’INAIL. Al momento non ho avuto alcun riscontro di sorveglianza sanitaria specifica per amianto, tanto meno alcun riconoscimento».

Nel 2016, Mauro ha contattato, quindi, l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA, l’Osservatorio Nazionale Amianto, «perché nel mio stato avevo e ho bisogno di denunciare questa cosa per coscienza e conoscenza, non solo per me ma per chi come me, è stato esposto ad asbesto e altri patogeni presenti nel luogo di lavoro».

«È sempre più necessario tutelarsi e salvaguardare le generazioni future – afferma Bonanni -: teatri, scuole, edifici pubblici, impianti sportivi etc. sono moltissimi i luoghi dove nelle sue disparate forme è presente l’amianto. Le patologie asbesto correlate hanno un decorso molto lungo ma basta inalare poche fibre per ammalarsi. Studi scientifici hanno ormai messo in chiaro che non esiste un valore minimo di soglia».

Mentre il Testo Unico per la sicurezza sul lavoro, D.Lgs. 81/2008, in vigore, che contempla la valutazione di tutti i rischi possibili in un ambiente lavorativo a causa dell’amianto, giace da qualche tempo nel cassetto delle istituzioni.

«Sebbene sia sicuramente più alta l’attenzione pubblica e la consapevolezza collettiva dei devastanti effetti dati dall’esposizione all’amianto sulla salute, sono ancora molti i cittadini che vivono, lavorano, frequentano edifici o strutture nelle quali è presente questa letale sostanza». (Pietro Grasso, presidente del Senato fino al 2018)

 

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