venerdì, Maggio 24, 2024

La storia infinita del Processo Eternit bis

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LA CHIAVETTA USB CHE CU­STODIVA IL 90% DEGLI ATTI DEL PROCES­SO DI APPELLO COSIDDETTO ETERNIT BIS ERA INUTILIZZABILE. SAREBBE DOVUTO ES­SERE IL GIORNO DELLA SENTENZA.  LE SCUSE DELLA CORTE DI APPELLO DI TORINO

Il 14 luglio, doveva essere una data liberatoria per quanti, da oltre dieci anni, attendevano un atto di giustizia. Invece, tra indagini e vicende processuali il processo Eternit bis non ha ancora scritto fine. Infatti, sareb­be dovuto essere il giorno della sentenza ma «prima di prendere la nostra decisione – ha spiegato la Cor­te -,­ volevamo esaminare un passaggio di una consulenza».

Inserita la chiavetta USB nel computer, però, sul monitor non è apparso nessun documento.  «Non c’era nulla. Non abbiamo capito se la chiavetta che ci è stata consegnata fosse vuota o guasta. In ogni caso, non c’è stato modo di farla funzionare», si sono giustificate le giudici.

«Siamo mortificate», ­hanno spiegato le giudici della Terza sezione d’Appello, presieduta da Flavia Nasi.

L’imputato l’imprenditore svizzero Stephan Schmi­dheiny

L’unico imputato del processo è l’imprenditore svizzero Stephan Schmi­dheiny, accusato di omicidio colposo plurimo, aggravato dalla pre­visione dell’evento. Secondo l’accusa, una donna e un dipendente dello stabilimento Eternit di Cavagnolo, in provincia di Torino sono morti per mesote­lioma pleurico e asbestosi causati dall’esposizione all’amianto.

In primo grado il Tribunale piemontese aveva con­dannato l’imputato anche a risarci­re le fami­glie dei defunti. 

In sede di Appello, il Procuratore Generale Carlo Maria Pelli­cano ha chiesto la conferma della condanna a 4 anni.

Invece, la causa è stata rinviata alla fine di settembre, per quella che tecni­camente è stata definita “ri­costruzione di atti mancan­ti”.

La Corte ha chiesto, quindi, al pro­curatore Pellicano di recupe­rare il materiale. Il PG, a sua volta, ha spiegato che si rivolgerà al collega che sostenne l’ac­cusa in primo grado. Quest’ultimo, infatti, sta utilizzando gran parte de­ gli stessi atti nell’analogo processo in corso a Vercelli e che riguarda le vittime dell’amianto dell’Eternit di Ca­sale Monferrato.

La storia infinita del Processo Eternit bis

La vicenda giudiziaria è nata nel 2004. Gli stabilimenti Eternit in Italia si trovavano a Casale Monferrato, Rubiera (Reggio Emilia), Cavagnolo (Torino), Broni (Pavia), Bagnoli a Napoli e come Fibronit a Bari. Quindi, nel 2014 il fasci­colo fu diviso in diversi tron­coni.

Dopo il “misterioso” problema della chiavetta USB gli avvocati difensori dello svizzero Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva hanno sollevato il dubbio che «la chiavetta fosse vuota o illeggi­bile fin dall’inizio. Se così fos­se, il giudizio di primo grado sarebbe nullo», hanno detto. Pertanto stanno valutando anche la ri­chiesta di chiedere una peri­zia sulla chiavetta.

Ezio Bonanni, avvocato che rappresenta i familiari di un operaio e presiden­te dell’Osservatorio Na­zionale Amianto, invita alla calma: «Dobbiamo continuare con pazienza a cercare giusti­zia. Confidiamo che questa trionfi con la conferma della condanna di primo grado».

Dello stesso avviso l’avvocato di parte civi­le Andrea Merlino Ferrero, che l’ONA. «Si è trattato di un mero contrattempo tecnologico facilmente risolvibile e relativamente frequente», afferma Merlino. «Nulla di straordinario». La storia del Processo Eternit pare non avere fine. «Pur­troppo sì. Ma se si vuole giu­stizia, servono garanzie. E per queste ci vuole tempo».

Numero verde ONA

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