martedì, Marzo 5, 2024

Si accende una speranza per i malati di Alzheimer

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IL NUOVO FARMACO LECANEMAB HA DIMOSTRATO OTTIMI RISULTATI NEL TRATTAMENTO DELL’ALZHEIMER.

Niente più ricordi, sentirsi disorientati, perdere la capacità di comunicare: a queste conseguenze condanna l’Alzheimer. Questa patologia neurodegenerativa distrugge progressivamente le cellule del cervello. Causa così un deterioramento irreversibile delle funzioni cognitive fino a compromettere la propria autonomia e la capacità di compiere le normali attività quotidiane.

La demenza colpisce oltre 55 milioni di persone in tutto il mondo, con un nuovo caso ogni tre secondi. E nel 60-70% si tratta di Alzheimer. In particolare, in Italia, si stima soffrano di demenza oltre 1,2 milioni di cittadini e il numero è in continuo aumento.

Ma una speranza per chi soffre di questa malattia arriva da oltreoceano. Le aziende farmaceutiche Biogen negli Stati Uniti ed Eisai in Giappone hanno lavorato insieme alla creazione della terapia anticorpale Lecanemab. È un anticorpo monoclonale che riconosce ed elimina gli aggregati di beta-amiloide, proteine che costituiscono le placche caratteristiche dell’Alzheimer che si accumulano nel cervello.

Lo studio effettuato ha dimostrato che questo trattamento ha ridotto, in 18 mesi, del 27% il declino cognitivo in pazienti affetti da Alzheimer allo stato iniziale. «Questi risultati creeranno nuovi orizzonti nella diagnosi e nel trattamento della malattia», ha dichiarato Haruo Naito, amministratore delegato di Eisai.

Via libera accelerato per il farmaco per la FDA

Della stessa opinione sembra essere la FDA, Food and Drug Administration. L’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici ha infatti garantito al farmaco il via libera accelerato. «Questa opzione di trattamento è l’unica a prendere di mira il processo sottostante dell’Alzheimer – ha affermato il direttore del dipartimento di neuroscienze al Center for Drug Evaluation and Research della FDA, Billy Dunn -, invece che curare i sintomi della malattia».

Il prossimo passo è sottoporre il farmaco all’approvazione dell’Agenzia europea dei medicinali entro marzo 2023.

«Il risultato ottenuto dà ai pazienti e alle loro famiglie la speranza che il Lecanemab, se approvato, possa potenzialmente rallentare la progressione del morbo di Alzheimer – ha aggiunto Michel Vounatsos, amministratore delegato di Biogen -. Può fornire così un impatto clinicamente significativo sulla cognizione e sulla funzione».

La ricerca continua per la diagnosi precoce dell’Alzheimer

La principale causa all’origine dell’Alzheimer è quindi l’alterazione del metabolismo della proteina precursore della beta-amiloide che, in un determinato momento nella vita di alcune persone, inizia a venire metabolizzata in maniera alterata. Si giunge così alla formazione di una sostanza neurotossica, che si accumula lentamente nel cervello e che conduce a una morte neuronale progressiva.

Tuttavia non è il solo fattore determinante. Meno del 5% dei casi di Alzheimer è di carattere ereditario ed è provocato dalla presenza di varianti nei geni.

Aver individuato queste cause ha permesso a diverse ricerche scientifiche di mettere a punto esami diagnostici che possano individuare la malattia prima che questa si manifesti. Per esempio un gruppo di ricercatori dell’Università di Brescia, dell’Università di Pittsburgh (Stati Uniti) e dell’Università di Göteborg (Svezia) ha messo a punto un nuovo metodo diagnostico che parte da un semplice test del sangue. Questa metodologia individua “un anticorpo speciale” che, se presente nel sangue, distingue in modo affidabile l’Alzheimer da altre malattie neurodegenerative. Si tratta della “Tau derivata dal cervello” (BD-Tau).

In questo modo la diagnosi dell’Alzheimer potrà avvenire prima della comparsa dei sintomi, permettendo migliori opzioni di trattamento. Inoltre, fino a oggi, per diagnosticare la malattia dell’Alzheimer è utilizzata una scansione cerebrale o l’analisi del liquido cerebro-spinale. Purtroppo, però, «questi test sono costosi e molti pazienti non vi hanno accesso», spiega l’autore senior dello studio, Thomas Karikari, assistente professore di psichiatria dell’Università di Pittsburgh. Il risultato della ricerca consentirà così non solo di individuare in maniera precoce la malattia ma anche di utilizzare un test poco invasivo e più economico.

Alzheimer e gli effetti positivi della musicoterapia

Data l’enorme incidenza di questa patologia a livello mondiale, è stato redatto il World Alzheimer Report, che chiarisce le varie sfaccettature della vita delle persone affette da questa forma di demenza, dei loro familiari e degli operatori sanitari.

L’edizione del 2022 dedica anche spazio alla musicoterapia come possibile trattamento. Esistono infatti diversi tipi di interventi musicali che possono essere proposti a persone con neurodegenerazioni, che si distinguono essenzialmente in:

  • musicoterapia attiva, la quale consiste nel cantare o nell’utilizzare strumenti musicali oppure oggetti che producono suoni;
  • musicoterapia ricettiva o passiva, basata sull’ascolto della musica.

È dimostrato che le persone affette da demenza riescano a percepire le connotazioni emotive del materiale musicale e a reagire in conseguenza all’ascolto. Infatti essi mantengono il loro apprezzamento sensoriale ed emotivo per la musica anche quando altre abilità cognitive e verbali sono compromesse. Così, grazie alla preservata reattività alla musica, è possibile avere effetti emotivi e neurofisiologici sull’umore e sul comportamento del paziente. Per esempio una melodia può aiutare ad alleviare l’apatia, mentre un’altra, dal ritmo più calmo, può ridurre la sensazione di stress.

Musicoterapia per recuperare i propri ricordi e legami

Un ulteriore e importante contributo che offre la musica riguarda i processi mnemonici. I ricordi di vecchie canzoni che hanno segnato la propria giovinezza sono molto resistenti all’amnesia tipica della demenza, anche nelle ultime fasi della condizione. La musica, usata durante la terapia della reminiscenza, può contribuire quindi a innescare ricordi autobiografici e condurre i malati a riconnettersi con il loro passato e la loro identità.

Infine l’ascolto musicale ha effetti positivi anche a livello sociale. Infatti, anche quando si ascolta la musica da soli, spesso si innesca il nostro senso di appartenenza a un gruppo sociale o ci ricorda le nostre relazioni. Questo aspetto sociale insito nella musica può supportare le capacità comunicative e le connessione tra i malati di Alzheimer, i loro familiari e il personale di assistenza.

Numero verde ONA

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