sabato, Settembre 18, 2021

Sostenibilità alimentare contro lo spreco di cibo

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L’impatto ambientale del settore alimentare

Uno dei problemi che il mondo dovrà affrontare nel prossimo futuro è l’aumento della popolazione. Di conseguenza si registrerà anche una crescita della domanda di cibo.

Tuttavia pochi sanno che il settore alimentare è uno dei principali fattori a causare danni ambientali.

È infatti responsabile del 30% delle emissioni di gas serra provocate dall’uomo e del 70% dello sfruttamento delle risorse idriche. In più, la creazione di campi coltivabili causa deforestazione, perdita di biodiversità e inquinamento idrico.

Perciò, per garantire la quantità di cibo necessaria alle generazioni future, riducendo però l’impatto ambientale, acquistano maggiore rilevanza produzioni alimentari più sostenibili.

Gli obiettivi di un settore alimentare più sostenibile

Secondo la definizione della FAO (Food and Agriculture Organization), l’alimentazione sostenibile è quella che ha un ridotto impatto ambientale e, al tempo stesso, soddisfa le linee guida nutrizionali. È economica, accessibile e culturalmente accettabile.

Per creare un settore alimentare sostenibile è importante perseguire tre obiettivi principali: consumare meno cibo, evitare gli sprechi e ridurre il consumo di prodotti alimentari di origine animale.
Infatti, nonostante in molte parti del mondo gli abitanti soffrano di denutrizione, la tendenza al sovraconsumo alimentare è molto diffusa, soprattutto nei Paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Oltre al consumo, è elevata, però, anche la quantità di spreco di cibo. Solo nell’Unione Europea si stima che si producono 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari all’anno, ossia circa 173 chilogrammi a persona. Lo spreco alimentare coinvolge tutta la catena agroalimentare, dalla produzione e lavorazione alla distribuzione, fino alla vendita al dettaglio e alla ristorazione. Tuttavia la quantità maggiore di spreco, circa il 53% in Europa, è a livello domestico.

Infine è fondamentale ridurre la produzione di alimenti di origine animale perché essa richiede un maggior dispendio di risorse rispetto a quelle necessarie per i prodotti di origine vegetale. Perciò ha un maggiore impatto ambientale.

Strategia “dai campi alla tavola” dell’Unione Europea

L’Unione Europea cerca di far fronte all’impatto ambientale del settore agricolo con la strategia “dai campi alla tavola”. Questa politica ha come obiettivo quello di costruire un sistema alimentare sostenibile, al fine di salvaguardare la sicurezza alimentare e tutelare non solo i cittadini europei ma anche la natura.

Nonostante il settore agricolo dell’Europa sia l’unico al mondo ad aver ridotto le emissioni di gas serra, con un calo del 20% rispetto ai livelli del 1990, il lavoro da fare è ancora tanto. Questo campo resta il responsabile di circa il 10% delle emissioni. La produzione, la trasformazione, l’imballaggio e il trasporto di prodotti alimentari costituiscono una delle cause principali del cambiamento climatico.

Per questo, secondo la strategia, occorre cambiare la filiera nella sua totalità, cioè il modo di produrre, acquistare e consumare cibo. Al tempo stesso è necessario tutelare tutti gli aspetti economici dell’industria alimentare, generando compensi economici più equi e aprendo nuove opportunità commerciali. Entro il 2030 i Paesi membri dovranno:

  • ridurre del 50% l’uso e il rischio dei pesticidi chimici;
  • ridurre di almeno il 20% l’uso dei fertilizzanti;
  • destinare almeno il 25% della superficie agricola all’agricoltura biologica;
  • ridurre del 50% le vendite di antimicrobici per gli animali da allevamento e per l’acquacoltura.

Lo sviluppo del settore agrifood sostenibile

Secondo l’analisi compiuta dall’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano, le startup agrifood sostenibili nate a livello internazionale fra il 2016 e il 2020 sono 1.808. Sono ben il 56% in più delle 1.158 censite lo scorso anno e il 25% del totale delle 7.120 nuove aziende del campo agroalimentare. La prima Nazione in questo settore è la Norvegia, con 24 startup agrifood, di cui il 58% sostenibili. Segue Israele, con 139 nuove aziende, di cui il 46% sostenibili, e Uganda, con 24 startup, di cui il 46% sostenibili. L’Italia si colloca al dodicesimo posto, con 22 startup sostenibili sulle 76 nuove imprese agrifood censite, cioè il 29%.

Gli obiettivi di queste nuove startup sono:

  • sostenibilità;
  • produzione e consumo responsabili;
  • lotta alla fame;
  • crescita economica sostenibile e inclusiva.

Per giungere ad una trasformazione sostenibile del sistema agroalimentare, acquisiscono sempre più importanza la gestione e prevenzione delle eccedenze alimentari, il ruolo del packaging, l’inclusione degli operatori più deboli e la prossimità informativa e relazionale.

Per quanto riguarda il food packaging, attraverso l’adozione di nuove soluzioni tecnologiche, si può migliorare la conservabilità dei prodotti. In più si crea una connessione con il consumatore tramite le informazioni fornite in merito alla composizione, alle modalità di conferimento dell’imballaggio e ai rapporti di filiera. Si estende, così, l’esperienza del consumatore ben oltre la fase di acquisto e consumo.

Inoltre, si riscopre il ruolo delle filiere corte sostenibili, che sfruttano la prossimità geografica, relazionale e informativa per accorciare le distanze fra produttori e consumatori e ridurre le diseguaglianze di redditi fra piccoli produttori e grande distribuzione.

Gli esempi di sostenibilità alimentare in Italia

In Italia, tra i settori alimentari maggiormente attenti alla sostenibilità c’è quello vinicolo. Il nostro Paese è, infatti, il primo in Europa a puntare su un futuro green. Le nuove politiche che saranno adottate riguarderanno l’impatto ambientale, l’uso delle risorse energetiche e idriche, l’impronta carbonica e la tutela della biodiversità, del paesaggio, della società.

Altro campo attento alle tematiche ambientali, in particolare al riutilizzo degli scarti, è quello degli agrumi. Le imprese industriali della trasformazione degli agrumi, soprattutto in Sicilia, sono state le prime ad aver avviato processi virtuosi orientati alla sostenibilità.
Il processo produttivo di un’azienda agrumaria genera principalmente due rifiuti:

  • il pastazzo di agrumi, quantitativamente pari al 50-60% della frutta processata;
  • le acque reflue.

Il rifiuto di pastazzo di agrumi può essere utilizzato come ingrediente di mangimi o pectina. Le acque reflue, invece, vengono introdotte in un sistema di depurazione, che si conclude con la produzione di biogas. Inoltre le aziende adoperano nella produzione di energia auto-prodotta sia quella da pannelli fotovoltaici sia da biometano, impiegato come combustibile per i mezzi da utilizzare in linea o nella logistica.

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