Si muore ancora di pace, sui teatri di guerra

Continua la strage di soldati italiani, causata dalla contaminazione da Uranio Impoverito, contratta durante le missioni all’estero

 

G.F. è la vittima numero 369 dell’Uranio Impoverito. Rientrato dalla missione di “peace keeping” in Afghanistan, dopo un malore e l’immediato ricovero, muore a distanza di un mese dopo terribili sofferenze. L’episodio è avvenuto a luglio scorso ma si è saputo solo ora grazie a colleghi del militare che hanno segnalato l’accaduto all’Osservatorio Militare.

«È senza dubbio una morte “sospetta», sostiene Domenico Leggiero, responsabile del centro studi per il personale delle Forze Armate e delle Forze di Polizia, «sapientemente tenuta riservata dai vertici militari che hanno “tranquillizzato” la famiglia e la giovane vedova distogliendo loro da qualsiasi azione di rivalsa e ricerca della verità».

In realtà, l’offerta dei vertici militari, come in casi analoghi, di seguire la causa di servizio del soldato, nasconde alla famiglia di G.F la possibilità di accedere a ogni diritto, come quello dei requisiti di vittime del dovere e, soprattutto, al risarcimento.

I familiari del giovane militare italiano originario di Torino ma in servizio a Bologna, affermano di non poter essere certi che la causa della morte del congiunto sia l’UI perché non sono stati in grado di esaminarne i campioni bioptici.

Essersi affidati alla Difesa, però, è stato controproducente perché «anche questo è un classico, potrebbero esserci delle “spiacevoli” conseguenze nel rendere pubblica la notizia. Certo è che, alla luce di quanto sta accadendo da vent’anni sarebbe stato doveroso quanto meno accertare ogni possibilità». «È preoccupante – continua Leggiero – come la questione uranio sia affrontata dai vertici militari e lasciata gestire loro da una politica distratta e lontana dai problemi della gente».

Un militare italiano sull’altopiano di Herat in Afghanistan

È un dato di fatto, però, che in Afghanistan, dove G.F. ha partecipato alla missione di pace “Enduring Freedom”, l’armamento all’UI è stato usato in grandi quantità per perforare le corazze dei carrarmati e distruggere ogni altro ostacolo nemico si presentasse alle forze di intervento della NATO.

L’impatto dei proiettili all’UI con gli obiettivi sviluppa temperature che superano i 3mila °C, nebulizzandoli. L’aerosol di nanoparticelle (un millesimo di millimetro) di metalli pesanti, se respirato o in ingerito, causa forme tumorali.

Con G.F., oggi sono 369 i decessi – afferma l’Osservatorio Militare – e 7.500 i malati.

Le Forze Armate, nei processi per richieste di risarcimento, tuttora continuano a negare la relazione tra le patologie e l’Uranio Impoverito ma «sono già 130 le sentenze che riconoscono il nesso di causalità», afferma l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, legale dell’Osservatorio Militare e difensore di molti dei militari colpiti.

La prima vittoria giuridica risale al 3 novembre 2012, quando una sentenza del Tribunale civile di Roma stabilisce che il caporal maggiore Andrea Antonaci – che aveva prestato servizio in Bosnia – è stato ucciso dall’Uranio Impoverito. Un giudizio importante perché decreta il nesso causale fra la patologia contratta dal giovane militare – un linfoma di Hodgkin – e l’esposizione all’U235.

Cinque anni dopo, un verdetto dello stesso tribunale convalida le responsabilità del ministero della Difesa, nel processo che vede come vittima il caporal maggiore dell’Esercito Corrado Di Giacobbe. I giudici scrivono nella sentenza 11408/2017 che i nostri militari inviati sul teatro di guerra dei Balcani, per una missione di peace keeping, non erano provvisti di attrezzature conformi a prevenire la contaminazione da particelle aero-disperse di Depleted Uranium.

È, invece, il Tribunale del lavoro di Terni a riconoscere vittima del dovere un soldato contaminato. I giudici hanno così condiviso le tesi dell’avv. Angelo Fiore Tartaglia.

«Incomprensibile l’ostinata violenza del ministero della Difesa che oltre ad accanirsi nel negare il rapporto causa effetto, sperpera soldi pubblici in ricorsi e appelli che servono solo ad umiliare ancora di più i malati», afferma il legale del ricorrente. «Ora è il caso di mettere insieme le centinaia di azioni ostative messe in atto dal ministero, quantificarne le spese e porle all’attenzione della Corte dei Conti che più volte ha “richiamato” i vertici militari a una gestione più accurata nella gestione di questa situazione».

E sempre più spesso i ricorsi del ministero della Difesa si infrangono in appello: è la volta della Corte di appello di Trieste, che respinge il ricorso del suddetto dicastero e conferma la sentenza favorevole all’erede di una delle vittime, pronunciata dal Tribunale del lavoro di Udine.

La vicenda di G.F. ripropone la necessità di essere sempre vigili e attenti sul problema morti da Uranio Impoverito.

Le mancate denunce delle vittime e dei famigliari e, infine, gli interessi sui poligoni sardi, fanno intendere a una manovra forte dei vertici militari che sono tornati, con prepotenza, a imporre la propria autorità.

Decisa a «rompere quel silenzio spaventoso che c’è stato finora» sull’argomento, l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Che, esattamente un anno fa aveva annunciato l’avvio di un tavolo tecnico per approfondire il problema dell’Uranio Impoverito. «C’è, esiste, e non possiamo voltarci dall’altra parte».

Per l’ex titolare della Difesa servirebbe una legge che punti a «invertire l’onere con la prova e salvaguardare le vittime da ogni possibile ostruzionismo dell’Amministrazione». Il personale sarebbe, così, sollevato dal dover dimostrare di avere contratto la patologia in servizio. Invece, sarebbe l’Amministrazione a dover dimostrare che la malattia derivi da altre cause.

Per chiarire di chi sono le colpe e, soprattutto, come debbano essere definiti gli indennizzi, si sono alternate ben quattro Commissioni parlamentari di inchiesta. L’ultima presieduta dall’on. Gian Piero Scanu, il quale sostiene la necessità di «un atto di indirizzo che impegni governo e Parlamento ad attuare con la massima tempestività le disposizioni che la Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito della Camera indicherà come non più procrastinabili».

Il commento di Domenico Leggiero: «Ci auguriamo che la raccolta delle firme per la presentazione della legge Scanu sulla tutela del personale, presentata dal presidente della IV Commissione Difesa on. Gianluca Rizzo, proceda spedita. Sia verso una calendarizzazione, sia verso un’approvazione che rappresenterà il grado di sensibilità del nostro Parlamento verso una problematica che sta uccidendo centinaia di militari. E non si reagisce, solo per continuare a nascondere le colpe di oscuri personaggi ancora troppo forti, per consentire alla verità di emergere».

 

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