venerdì, Agosto 19, 2022

Salvate il fiume Po. Una lezione da dove acqua è sopravvivenza

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IN NIGERIA SI CREANO PICCOLI BACINI DI CONTENIMENTO NELL’ALVEO DEI FIUMI PROSCIUGATI. DA QUESTA IDEA, UN PROGETTO PER CHIUDERE LA FOCE DELL’EX FIUME PIÙ LUNGO D’ITALIA, PER PERMETTERE LA GESTIONE DELL’ACQUA 365 GIORNI L’ANNO

L’immagine del letto del fiume più lungo d’Italia, che sembra annaspare come un pesce cui manca l’acqua per respirare, la dice lunga sulla siccità che ha messo in ginocchio il Po

Secondo l’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, la secca che ha colpito la Pianura Padana nel 2022 è la peggiore degli ultimi sedici anni.

Da meno 200 mm di pioggia nel nord-ovest, a meno 400 mm di precipitazioni nel nord-est. Infatti, Anche il Tagliamento e il Piave stanno subendo la stessa sorte del Po.

Inoltre, quest’anno anche le abbondanti nevicate invernali sono venute a mancare sulle Alpi, mettendo sotto stress le riserve idriche.

Dal Piemonte alla foce in Adriatico, visti dai satelliti, dove scorreva prima l’acqua i solchi sembrano tanti graffi sull’l’alveo fluviale non rimarginabili in tempi stretti.

E, purtroppo, la siccità causata dai cambiamenti climatici e le perdite eccessive delle risorse idriche sta ricadendo anche sulla nostra agricoltura.

La lezione della Nigeria: creare piccoli bacini nell’alveo del fiume

Se da noi la siccità è l’evidente risultato dei cambiamenti climatici, nel continente africano la mancanza di acqua è un problema endemico di alcuni Paesi in particolare. Come in Nigeria, per esempio.

Qui, però, la gente del posto ha trovato una soluzione, semplice nella descrizione, per immagazzinare la poca acqua disponibile. Erigere dighe negli alvei dei fiumi, prima che quella poca pioggia caduta si disperda lungo il letto prosciugato. Creando, così piccoli bacini di contenimento per conservare il prezioso bene perché necessario alla sopravvivenza.

L’acqua, un bene essenziale a portata di tutti e per tutti

Ce ne ha parlato Gian Maria Basilico, tecnico di un’azienda petrolifera a Lagos, la più grande città della Nigeria.

«Qui, l’acqua non è semplicemente un servizio – afferma Basilico – ma un bene essenziale un bene necessario che richiede lavoro e tecnologia».

L’enorme differenza tra la domanda e offerta di acqua potabile e la scarsa qualità e limitati controlli minacciano la sicurezza alimentare, afferma il tecnico italiano. Questo incide sulla distribuzione di questo bene essenziale a favore di pochi.

«Consci del legame tra acqua e uomo e riconoscendo l’acqua come qualcosa di inseparabile e indispensabile per la vita, in questi anni abbiamo avviato Il progetto “Teti” – continua Basilico -. Progetto che nei prossimi anni tenterà di trasformare un bene così essenziale a portata di tutti e per tutti».

Artefice del progetto Teti è la NextPj Nigeria Limited.  L’idea è quella di istituire una cultura dell’acqua sostenendo la costruzione di sistemi intensivi di trattamento della stessa.

Il progetto prevede l’impegno del governo nigeriano con la società nella costruzione «di impianti per la distribuzione di un prodotto di qualità e sicuro a livello sanitario».

Basilico, per motivi di lavoro, vive in un Paese dove la temperatura e l’umidità hanno valori elevati. Dove, anche a casa sua, è necessario estrarre l’acqua dai pozzi. Che al momento può essere filtrata solo con la sabbia. Un metodo, però, che non ne assicura la salubrità, tanto da causare gravi problemi di salute.

Il progetto Teti pone due soluzioni. Le prima quella di realizzare sistemi di filtrazione ed estrazione dell’acqua, che sarà garantita da laboratori certificati. La seconda prevede di investire parte dei proventi per realizzare pozzi in aree particolarmente svantaggiate o per comunità dal bassissimo reddito. Senza nessun costo da parte degli abitanti.

Il mio Po

Ma il tecnico della NextPj Nigeria Limited si è rivolto al nostro giornale «per il mio Po», sperando che il suo messaggio possa arrivare a chi, grazie al “Giornale dell’Ambiente”, «inizi a parlare di soluzioni pratiche».

Gente comune compresa. Che abbia «l’apertura mentale necessaria per prenderla come massima espressione di collaborazione tra cittadini».

Il problema siccità causata dai cambiamenti climatici al momento sembra essere una condizione permanente e irreversibile, «e non risolvibile mantenendo l’attuale assetto».

Non una calamità casuale, quindi, cui porre rimedio con un immediato cambiamento. Una condizione che «a mio parere – sollecita Basilico -, va trattata come un problema da risolvere e non appunto come una fatalità da superare».

Basilico ci invita, quindi, a riflettere sul concetto di “riserva”. Un concetto che in Africa «è appunto considerata una risorsa».

Come salvare Padus

Il progetto per salvare Padus – nome latino del Po -, suggerisce il tecnico, prevede la chiusura della foce. «Cosi da permettere la gestione idraulica dell’acqua in arrivo dal fiume mantenendo il livello stabile nel tempo e integrando mediante sistemi ad osmosi inversa ad alto rendimento l’acqua in utilizzo e/o in evaporazione».

Questo avrebbe anche il vantaggio di fermare l’avanzamento dell’acqua salata del Mare Adriatico, che oggi è risalita nell’alveo dell’ormai ex grande fiume fino a 40 Km dalla costa.

Un fenomeno, avverte l’Osservatorio Anbi risorse idriche, che sta interessando anche i tratti terminali di gran parte degli affluenti. Con la conseguenza che il sale sta gravando anche sull’acqua di falda destinata a uso irriguo e potabile.

«Il prelievo dal mare – continua Basilico – potrebbe essere gestito attraverso centrali di prelievo intensivo nelle vicinanze della foce. Così da ridurre drasticamente i problemi di supporto e trasporto. Sarà ovviamente necessario gestire il salto idraulico del fiume con sistemi di ricarica inversa (ossia con sistemi di pompaggio che reintegrino il quantitativo di acqua impostato nel bacino precedente)».

Dobbiamo, quindi, iniziare da subito a ragionare non sulla richiesta di acqua quotidiana ma di una gestione duratura nel tempo. «Dobbiamo ragionare su un sistema a 365 giorni – conclude Gian Maria Basilico -. Un sistema dunque che durante l’anno gestisca l’uscita in mare così da garantire la riserva idrica necessaria che a quel punto andrà solo reintegrata mediante i sistemi sopra indicati».

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