Rischio idrogeologico, analisi sulla sicurezza del territorio

L’insieme delle cause che mutano l’aspetto del territorio, dal degrado del suolo a serie conseguenze sulle opere realizzate dall’uomo, dà luogo al dissesto idrogeologico

 La furia della natura, rei i cambiamenti climatici – si è abbattuta sul nostro Paese. Il maltempo ha colpito l’Italia da Nord a Sud; frane e alluvioni hanno messo in ginocchio territorio, popolazione, edifici, aziende e beni culturali.

In Veneto il patrimonio ambientale è stato distrutto dalle piogge intense e dal vento che, soffiando a oltre 200 Km/ora, ha abbattuto milioni di alberi; sono stati devastati 100mila ettari di bosco; sradicato 1milione di metri cubi di legname.

Ci vorranno decenni per rivedere il paesaggio delle Dolomiti venete come era prima, dicono gli esperti. Tutt’ora, mentre scriviamo, si registra l’allarme arancione per la piena del PO.

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – la notizia è di questa mattina – ha annunciato la disponibilità di oltre 6mld di euro per far fronte al dissesto idrogeologico.

Carta della popolazione a rischio frane – ISPRA 2018

Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ogni anno aumenta il numero dei comuni a rischio idrogeologico – con il rischio sismico e il rischio vulcanico costituisce uno dei maggiori rischi ambientali con gravi conseguenze sulla vita e sulle attività umane – e sono oltre 7milioni le persone che risiedono in aree vulnerabili.

Il Rapporto 2018 sul dissesto idrogeologico – presentato dall’ISPRA lo scorso luglio alla Camera dei Deputati – e il tema del consumo di suolo, fenomeno di cui ogni anno l’Istituto pubblica l’aggiornamento dei dati nazionali, sono stati al centro del dibattito pubblico di questi giorni.

Infatti, le vittime e i danni ingenti che la violenza del maltempo ha causato nel Paese, hanno richiesto una urgente analisi sulla sicurezza del territorio e sull’argomento del dissesto.

Questi i dati, aggiornati, dell’ente governativo, sul dissesto idrogeologico in Italia: nel 2017 era già a rischio il 91% dei comuni italiani (88% nel 2015) e sono oltre 3milioni i nuclei familiari che risiedono in queste aree ad alta vulnerabilità.

L’Italia, con le sue 620.808 frane che ricadono su un’area di 23.700 km2 (pari al 7,9% del territorio nazionale) è uno dei Paesi europei maggiormente interessati da fenomeni franosi. L’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (Progetto IFFI) realizzato dall’ISPRA e dalle Regioni e Province Autonome secondo modalità standardizzate e condivise, è la banca dati sulle frane più completa e di dettaglio esistente in Italia.

Rispetto al 2015, la superficie potenzialmente soggetta a frane è aumentata del 2,9% e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio è accresciuta del 4%.

La ricerca di maggiori dettagli, la mappatura di nuovi fenomeni franosi o di eventi alluvionali recenti e un miglioramento del quadro conoscitivo effettuato dalle Autorità di Bacino Distrettuali, hanno consentito di stimare i suddetti incrementi.

Nell’insieme, il 16,6% del territorio nazionale è mappato nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2). Quasi il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) si trova in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e più del 9% (oltre 1milione) in zone alluvionabili nello scenario medio.

Sono oltre 7milioni le persone che risiedono nei territori vulnerabili: oltre 1milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (PAI– Piani di Assetto Idrogeologico) e più di 6milioni in zone a pericolosità idraulica, nello scenario medio (cioè alluvionabili per eventi che si verificano in media ogni 100-200 anni). I valori più elevati di popolazione a rischio si trovano in Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia, Veneto e Liguria.

Le industrie e i servizi posizionati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono quasi 83mila, con oltre 217mila addetti esposti a rischio. Il numero maggiore di edifici a rischio si trova in Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio. Al pericolo inondazione, sempre nello scenario medio, si trovano invece esposte ben 600mila unità locali di impresa (12,4% del totale) con oltre 2milioni di addetti ai lavori, in particolare nelle regioni Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria dove il rischio è maggiore.

La ricerca dell’ISPRA precisa che quasi 38mila siti del patrimonio culturale italiano sono minacciati: 11mila sono ubicati in zone a pericolosità da frana elevata e molto elevata, mentre sono circa 40mila i monumenti a rischio inondazione nello scenario a scarsa probabilità di accadimento o relativo a eventi estremi; di questi più di 31mila si trovano in zone potenzialmente allagabili anche nello scenario a media probabilità.

Per la salvaguardia dei Beni Culturali – precisa l’Istituto per la Protezione Ambientale -, “è importante stimare il rischio anche per lo scenario meno probabile, tenuto conto che, in caso di evento, i danni prodotti al patrimonio culturale sarebbero inestimabili e irreversibili”.

Quanto ai comuni a rischio idrogeologico: in nove regioni, Valle D’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata e Calabria, il 100% dei comuni è in pericolo. L’Abruzzo, il Lazio, il Piemonte, la Campania, la Sicilia e la Provincia di Trento hanno percentuali di comuni a rischio tra il 90% e il 100%.

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