domenica, Agosto 14, 2022

Riscaldamento globale: la corsa all’Artico diventa un business

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«La temperatura media del pianeta continua a crescere – spiega Angelo Viola, coordinatore scientifico della stazione artica “Dirigibile Italia” gestita CNR a Ny-Ålesund, l’ultimo villaggio abitato prima del Polo Nord – e questo determina delle conseguenze sull’Artico molto importanti, che avranno risvolti anche sul resto del pianeta».

Può bastare l’Accordo di Parigi per salvare il pianeta?

La stazione artica “Dirigibile Italia”. Le ttività di monitoraggio e di campagna vengono svolte da marzo a ottobre

L’Artico, infatti, regola il clima dell’intero emisfero boreale tramite il cosiddetto “vortice polare” ed è quindi il vero e proprio fulcro dei cambiamenti climatici. Le esplosioni di maltempo improvvise e spesso violente che abbiamo osservato negli ultimi anni sono legate proprio alla mutevolezza delle condizioni atmosferiche ai due poli.

L’altissima concentrazione di CO2 nell’atmosfera – circa 400 parti per milione, secondo uno studio dell’Università di Venezia – sta portando a un costante aumento delle temperature nell’Artico, specialmente in inverno, con l’aumentare delle piogge e il conseguente scioglimento della neve e dei ghiacci che ha raggiunto un picco di 3milioni di Km² negli ultimi quarant’anni.

Questo scioglimento comporta un inevitabile innalzamento del livello del mare e un conseguente aumento delle temperature. Il ghiaccio infatti «riflette il 90% delle radiazioni solari – afferma Kim Holmen, direttore internazionale del Norwegian Polar Institute -. Lo scioglimento del ghiaccio porta la luce a scontrarsi con un colore più scuro quale il blu del mare, che riflette solo il 10% delle radiazioni. La luce del sole riscalda, dunque, la superficie artica, diffondendo calore più velocemente che in passato».

D’altro canto, lo scioglimento dei ghiacci porta anche a nuove opportunità commerciali. Dal 2007 a oggi, infatti, sono aumentate le distese d’acqua che, attraverso il Polo Nord, collegano l’Europa all’Asia risparmiando ben 4000 km rispetto alle rotte attuali.

Una madre di orso polare e il suo cucciolo su una lastra di ghiaccio marino che si è staccata dalla banchisa a causa dell’innalzamento della temperatura. Nord isole Svalbard – foto Greenpeace

L’accordo di Parigi del 2015, siglato da 195 Paesi e che mira al mantenimento del riscaldamento globale al di sotto dei 2°C tramite la riduzione delle emissioni di CO2, rischia di collassare su sé stesso a causa dei suoi stessi limiti: non solo non prevede alcuna imposizione sul livello di emissioni di biossido di carbonio per i Paesi firmatari; non prevedendo sanzioni, non è neanche vincolante e lascia, dunque, a ciascun aderente la possibilità di tirarsi indietro in qualsiasi momento.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per esempio, ha colto l’occasione al volo nel giugno del 2017. Una decisione che va di pari passo con l’abolizione del Green Power Plan del suo predecessore Barack Obama, che prevedeva la riduzione delle emissioni del 28% entro il 2025.

Al contrario, l’attuale presidente USA mira all’indipendenza energetica attraverso gas, petrolio e ritorno al carbone, probabile ragion per cui è stato annullato anche il bando alle trivellazioni artiche promosso sempre da Obama.

L’Artico nasconde effettivamente molto sotto i suoi ghiacci: oltre al petrolio, vi si possono trovare uranio, zinco, oro, diamanti, gas e rubini. Un patrimonio di circa 20trilioni di dollari, secondo quanto afferma l’autore di “Artico. La battaglia per il grande Nord”, Marzio Mian, che fa gola in particolare alle tre superpotenze mondiali Cina, Russia e Stati Uniti.

I rischi, quindi, oltre che ambientali, sono politici, verso una contesa internazionale per il controllo di una delle poche aree al mondo rimaste ancora “vergini”. La vera domanda da porsi resta una: quanto vale il futuro del nostro pianeta?

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