Protezione del Mediterraneo, se ne discute a Napoli

COP21 NAPOLI

I ventidue Paesi del Mediterraneo, insieme all’Unione Europea, alla COP21 per mettere in atto una Economia Blu Sostenibile. Che tuteli efficacemente il nostro mare e coinvolga le istituzioni locali, il mondo della ricerca e i settori economici.

Settimana densa di lavori in favore dell’Ambiente

Quella in corso. A Madrid, in Spagna, i referenti di 197 Paesi del mondo sono in assise per discutere sulle misure da prendere per affrontare i cambiamenti climatici. A Napoli si sono riuniti i ventuno governi del Mediterraneo, più l’UE, nel corso della Conferenza delle Parti – COP 21 della Convenzione di Barcellona.

La Convenzione di Barcellona per la Protezione dell’Ambiente marino delle Regioni costiere fu varata nel 1976 per tutelare la grande ricchezza della biodiversità marina del Mar Mediterraneo.

In occasione del congresso, il WWF ha reso pubblico il report dal titolo: “Verso il 2020: Fact check sulla tutela del Mediterraneo”, con il quale denuncia il fallimento, sino a oggi, nell’impegno globale stabilito dieci anni fa (Obiettivo Aichi n.11 nell’ambito della Convenzione internazionale sulla Diversità Biologica) «di proteggere entro il 2020 effettivamente ed efficacemente il 10% del loro mare e di fermare la continua perdita di biodiversità nella regione».

Pertanto, il WWF chiede di aumentare in maniera considerevole gli investimenti e le risorse nella gestione delle aree protette e ripristinare habitat e specie marine unici minacciati dallo sfruttamento eccessivo e dagli effetti dei cambiamenti climatici globali.

Sono sette i Protocolli attuativi della Convenzione di Barcellona, che ancora non sono stati tutti ratificati dai 21 Paesi. L’Italia dal 1979 a oggi ha ratificato solo quattro Protocolli (Dumping, Prevenzione dell’emergenza, Inquinamento da fonti terrestri, Aree protette e Diversità Biologica). Mancano ancora all’appello la ratifica dei Protocolli Offshore/Inquinamento da esplorazione e sfruttamento di idrocarburi, Protocollo sui Rifiuti Pericolosi e Protocollo sulla Gestione Integrata delle Zone Costiere.

COP21

«Le aree marine protette, purtroppo, continuano ad essere la parte più debole del sistema di tutela italiano», dichiara la presidente del WWF Italia, Donatella Bianchi. «Frammentate e di piccole dimensioni, con governance inefficace e finanziamenti limitatissimi. Per non dire che il nostro Paese ha ancora aperte procedure d’infrazione sulla depurazione delle acque e sulla designazione dei siti della rete Natura 2000 che inevitabilmente hanno ripercussioni a mare».

L’Italia è, con la presenza di 14mila specie stimate nelle proprie acque, uno dei Paesi del Mediterraneo più ricco di biodiversità marina (fonte: WWF Medtrends).

«Per i leader mediterranei la protezione della biodiversità deve diventare una delle massime priorità politiche, devono cioè, impegnarsi a proteggere efficacemente almeno il 30% del Mediterraneo entro il 2030», afferma Giuseppe Di Carlo, direttore della Mediterranean Marine Initiative del WWF.

Il Fact check del WWF evidenzia ritardi e fallimenti ricorrenti da parte di quasi tutti i Paesi del Mediterraneo nel passaggio da parchi sulla carta ad aree protette ben gestite in mare. Ad esempio, Croazia, Italia, Grecia, Slovenia e Spagna hanno designato una parte considerevole delle loro aree marine come aree a vario titolo protette ma le misure di gestione finalizzate a proteggere la biodiversità sono spesso inadeguate e, quando effettive, sono limitate a pochissime aree.

«Il Santuario dei cetacei “Pelagos”, la più grande area di tutela transnazionale dei mammiferi marini istituita al mondo, che da solo contribuisce ad una quota del 3,4% della superficie complessivamente a vario titolo protetta del Mediterraneo, continua ad essere un “gigante dai piedi di argilla”, senza un vero e proprio ente gestore», lamenta Donatella Bianchi.

Altri Paesi, come Albania, Algeria, Cipro, Israele, Marocco, Montenegro, Slovenia e Turchia, hanno limitato i loro sforzi di gestione a poche o piccolissime aree protette. Egitto, Libano, Libia, Siria, Tunisia e Principato di Monaco non hanno attuato o approvato alcun piano di gestione o monitoraggio nelle aree che sostengono di proteggere.

COP21A Castel dell’Ovo, Di Carlo centra l’attenzione sulle allarmanti previsioni di alcuni settori chiave del Mediterraneo che mettono a rischio un ecosistema già altamente vulnerabile: il WWF stima che da qui al 2030 i traffici marittimi crescano del 4% l’anno. La pesca professionale nel Mediterraneo, invece, diminuirà inesorabilmente, considerando anche che già oggi il 60% del pesce che finisce sulle nostre tavole è importato.

Isabella Pratesi, Direttore Conservazione del WWF Italia, ha presentato alla COP21 le esperienze-pilota attivate dal WWF e in particolare il progetto “Pescare oggi per domani”, che ha come obiettivo lo sviluppo di sistemi di co-gestione della piccola pesca insieme a pescatori, aree marine protette e comuni locali che garantiscano la sostenibilità ecologica, economica e sociale.

Mentre i ministri dei Paesi del Mediterraneo discutevano del futuro del nostro mare, volontari del WWF hanno aperto uno striscione con lo slogan Proteggere la Natura e le Persone – PROTECT NATURE AND PEOPLE – accanto ai simboli della natura selvaggia, i lupi dell’artista cinese Liu Ruowang, diventati ormai un’icona della città partenopea.

Il WWF chiede, quindi, maggiore impegno dei governi su tutte le emergenze: inquinamento, plastica, clima, sovrasfruttamento delle risorse ittiche, trivellazioni, traffico marittimo. E invoca l’urgenza di un Mediterraneo sostenibile, di tutela della biodiversità e per un’Economia BLU.

Leggi “Il Giornale sull’Amianto”

Leave a Comment

Your email address will not be published.