venerdì, Febbraio 26, 2021

Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici

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Il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici doveva essere uno strumento strategico irrinunciabile, visti gli effetti dei mutamenti climatici ma è chiuso in un cassetto e il Paese ne paga le spese

Uno strumento strategico irrinunciabile

Sono i cambiamenti climatici – confermano tutti gli esperti – la causa degli eventi meteorologici disastrosi che in questo momento stanno colpendo il Paese da nord a sud.

Mareggiate, trombe d’aria, bombe d’acqua, in poche ore hanno causato danni enormi, calcolati in milioni di euro.

A Venezia un’alta marea, come non succedeva da 53 anni, un picco di circa 190 cm sul livello medio del mare,ha ha sommerso la città; dalle abitazioni, alle attività economiche, alla Basilica di San Marco. I Sassi di Matera, capitale della cultura, devastati dal nubifragio. Trombe d’aria. Gli elementi si sono scatenati sullo Stivale. Molti i danni irreparabili.

Ma intanto: cosa succede in Italia? Di cause ed effetti del riscaldamento globale se ne parla solo nei convegni e nelle riunioni scientifiche. Di interventi non ne parla nessuno. Tanto meno si fa cenno al Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici.

Dopo la consultazione pubblica cui è stato sottoposto nel 2017, del Pnacc non se ne èpiù sentito parlare.

Doveva essere «uno strumento strategico irrinunciabile per un Paese come l’Italia, che vive ogni giorno gli effetti dei mutamenti climatici», ha chiosato l’allora ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. La relazione era stata realizzata con il contributo del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc).

«Nel 2050 – si legge tra le righe del Piano, solo per il dissesto idrogeologicole perdite annue sono comprese tra 4.5 e 11miliardi e tra i 14 e i 72miliardi nel 2080, a seconda dello scenario di sviluppo economico considerato».

Secondo la ricerca del Cmcc si può fare ancora molto per evitare costosissimi disastri ma bisogna agire in tempo.

Soprattutto bisogna agire!

Quanto, invece, non è stato ancora fatto per il capoluogo lagunare, per esempio.

«Il record dell’acqua alta a Venezia e l’eterna vicenda del MoSE», sottolinea il WWF, «dimostrano come non basti mai operare con la sola logica delle grandi opere pubbliche quando si debbano affrontare fenomeni naturali esponenzialmente più frequenti e intensi per effetto dei cambiamenti climatici, quindi ampiamente prevedibili e previsti».

Il MoSE, opera iniziata nel 2003, doveva entrare in funzione tre anni fa ma a circa venti anni dal suo progetto, affidato senza gara, mai sottoposto a Valutazione di Impatto Ambientale, coinvolto in vicende giudiziarie, costato già circa 6mld di euro e che una volta a regime, costerà almeno 80milioni di euro l’anno per la manutenzione e per il personale che ne deve assicurare il funzionamento, è ancora in alto mare.

Progetti meno complessi dal punto di vista tecnologico

Più volte, anche dal WWF, è stato richiesto che fossero stati messi a raffronto progetti meno complessi dal punto di vista tecnologico e meno costosi, più rapidi nella loro realizzazione e più flessibili rispetto alla geomorfologia lagunare, come i nove presentati a suo tempo dal Comune di Venezia tra il 2005 e il 2006.

Progetti che nel contempo garantissero risorse per quegli interventi diffusi che sono sempre necessari per mantenere il delicato equilibrio idraulico e naturalistico della Laguna di Venezia. Senza esito.

E c’è chi, in questo momento, drammatico, per il Paese e per Venezia chiede il ripristino delle quote di profondità del canale petroli per facilitare l’ingresso delle grandi navi, «riproponendo una delle cause principali dell’ingovernabilità dell’acqua alta, segnalata come tale in tutti gli studi sin dagli anni ’70».

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