Parigi moderna da Baudelaire a Le Corbusier

Parigi, Montmartre, il quartiere degli artisti

L’ambiente moderno della Parigi d’oggi deriva da una grande cultura degli inizi del Novecento…

 

Charles Baudelaire

“… non voglio dimostrare nulla, né stupire, né divertire né persuadere. Ho i miei nervi e le mie vertigini, aspiro alla quiete assoluta e a una notte ininterrotta. Sebbene abbia cantato i folli piaceri del vino e dell’oppio, ho sete solo di un liquore sconosciuto sulla terra, che nemmeno la farmacia del cielo potrebbe fornirmi; un liquore che non produce né eccitazione né estinzione. Non sapere nulla, non insegnare nulla, non conoscere nulla, non sentire nulla, dormire e ancora dormire: è questa oggi la mia unica brama. Una brama vile ed odiosa, ma sincera…” (Charles Baudelaire)

Il linguaggio usato da Charles Baudelaire e dalla sua cerchia di amici, per descrivere l’ambiente della città di Parigi, che veniva demolita e ricostruita intorno a loro agli inizi del Novecento, trasformava ogni evento in un oggetto; in una pittura (Picasso), in una poesia (Baudelaire), in un’architettura (Le Corbusier).

Baudelaire e, in seguito, Mallarmé, Rimbaud e Verlaine, furono, per tali motivi i modelli di Pablo Picasso, Apollinaire, Manet, Cézanne, Van Gogh, Gaguin, Seurat. La loro arte parlava un nuovo linguaggio che manifestava il futuro della città nel flusso del presente.

Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris, architetto e urbanista (Yousuf Karsh)

È stato un linguaggio che ha cambiato la struttura di tutte le arti. Ogni manifestazione del nuovo fu misurata col metro delle loro creazioni. Furono loro a inventare l’idea stessa del nuovo, furono i primi moderni.

L’ambiente di Parigi che Pablo Picasso ha dipinto tra il 1904 e il 1906 è la città evocata da Baudelaire, è una città in trasformazione, di arcate e di caffè fumosi, di assenzio, di tabacco e di bistrot pieni di artisti e scrittori. Una Parade di artisti, attori, acrobati, in uno spettacolo infinito di gioia, sregolatezza e licenziosità, orientata tutta verso il futuro.

La modernizzazione stava trasformando l’ambiente di Parigi e i nuovi Grands Boulevards di Luigi Filippo e del Barone Haussmann aprirono la capitale francese a una serie di grandiosi panorami. Scenari di cui oggi la città, a distanza di tempo, ne fa tesoro, con il risultato di aprirsi a tagli prospettici nuovi.

Nuovi ambienti urbani che, a secondo del punto in cui ci si trovava, di come ci si muoveva e dove si dirigeva lo sguardo, Parigi offriva con una serie di nuove prospettive ambientali: casualmente frammentate, variabili in continuazione e completamente dipendenti dal meccanismo soggettivo della percezione e della visione.

Le separazioni spaziali e ambientali create dalla Parigi di Haussmann si ricollegavano all’occhio umano e questi ambienti urbani servirono a portare la città più vicina all’uomo. Così vicina, che essa divenne un fenomeno interiore, creando una infinità di percezioni personali degli artisti che vi abitavano e di artisti che, ancora oggi, la abitano.

Il rapporto paradossale che in città e nei suoi ambienti urbani si creò, fu il confronto tra due ambienti reali: uno preindustriale, l’altro Moderno. Questi erano rappresentati dai frammenti di una struttura sociale, di cui ogni segmento aveva un punto di vista differente, tra desiderio di quiete e ordine, disagio urbano, ambienti nuovi e illusori, che alimentarono la struttura della poesia, delle arti figurative, dell’architettura e dell’urbanistica.

L’ambiente urbano di Parigi, all’inizio del Ventesimo secolo, era interpretato dal Modernismo, un movimento culturale che si focalizzava esplicitamente e consapevolmente sui propri mezzi e i propri scopi. Eduard Manet, nella pittura, era stato considerato il centro di questo pensiero e la sua mancanza di un unico stile distintivo è stata considerata un segno di naturalismo e di sincerità.

Il Cubismo, dal suo punto di vista, creò una crisi del pensiero modernista, che focalizzò i meccanismi della visione con particolare veemenza e attenzione, che Pablo Picasso fissa in tutte le sue opere.

Un progetto di Le Corbusier

Lavori che segnano il passaggio dalla visione urbana e naturalistica di Paul Cézanne, in cui le prospettive percettive individuali segnarono la pittura, l’architettura e l’urbanistica di quegli anni, sino alla formazione di un nuovo ordine percettivo che alimentò gli anni più creativi e più densi e pullulanti di idee radicali, che hanno strutturato tutto il Novecento.

Pablo Picasso, nello specifico, inventò i nuovi segni del Modernismo, in un possente atto di immaginazione, concretizzando, nella rappresentazione visiva, il compagno di viaggio di una indagine filosofica più ampia, in cui la coscienza assume se stessa come proprio oggetto e si ricostruisce come parte della natura e dell’ambiente in cui essa vive.

È questa dimensione che noi dobbiamo ricostruire, per ripartire e per riprogettare l’ambiente urbano e contemporaneo del terzo millennio.

Bibliografia Essenziale:

Bernice B. Rose, Il mondo come artefatto, Picasso / 200 capolavori dal 1898 al 1972, Electa, Milano, 2001.

 

 

 

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