mercoledì, Dicembre 1, 2021

Il panda non è più tra le specie a rischio estinzione

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Il panda diventa animale vulnerabile: la conferma della Cina

Il panda gigante non è più una specie a rischio d’estinzione. Dopo l’annuncio nel 2016 dell’International Union for Conservation of Nature di Ginevra (IUCN), adesso anche la Cina considera il suo animale simbolo non più a rischio di scomparsa. Così il panda passa ufficialmente nella lista degli animali vulnerabili.

La notizia è stata annunciata, durante una conferenza stampa, da Cui Shuhong, funzionario del ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente, e ha subito destato l’attenzione di tutto il mondo.

Infatti l’animale, negli anni, è diventato il simbolo degli effetti negativi causati dalle azioni dell’uomo sull’ambiente e dei danni provocati alla fauna selvatica. È stato vittima della degradazione del suo habitat naturale, le foreste del Sichuan, nella Cina centrale.

Il disboscamento aveva reso sempre più complicato per questi mammiferi trovare i germogli di bambù, indispensabili per il loro sostentamento. La scarsità di cibo li ha quindi costretti a spostarsi, esponendoli al bracconaggio e ai pericoli dovuti alle infrastrutture costruite dall’uomo.

Gli enormi ostacoli fronteggiati dalla specie sono uno dei motivi per cui il panda è stato scelto come icona dell’organizzazione internazionale non governativa di protezione ambientale WWF (World Wide Fund for Nature). Inoltre l’animale è considerato dalla stessa Cina appartenente a una “specie ombrello”. Ciò significa che la sua conservazione attiva comporta anche indirettamente la tutela di molte altre specie appartenenti allo stesso ecosistema.

Le difficoltà per tutelare il panda gigante

Attualmente, nelle foreste montane del Sichuan, vivono oltre 1.800 esemplari di panda gigante. Sono state molte, però, le difficoltà affrontate per tutelarli e allevarli. Infatti la loro riproduzione è problematica, dato che le femmine sono fertili solo per 24-72 ore all’anno. Questo fattore è di ostacolo per la diffusone della specie.

Inoltre, per una corretta e soddisfacente alimentazione, il panda consuma grandi quantità di bambù, pianta che costituisce il 99% della sua dieta. Ne mangia quotidianamente dai 9 ai 18 chili, dato che il vegetale è povero di sostanze nutritive. Ma gli sforzi per ricreare e ripopolare le foreste di bambù hanno dato i loro frutti.

Sviluppo delle aree protette in Cina: vantaggi per le specie

Il successo conseguito nella salvaguardia da parte della Cina del panda, secondo il funzionario Cui Shuhong, risiede proprio nello sviluppo delle aree protette all’interno del Paese asiatico. Alla fine del 2019 le riserve naturali sono diventate ben 11.800 e rappresentano circa il 18% della superficie dell’intero Stato.

Inoltre ben il 25% della Cina è stato delimitato come area di protezione ecologica, coprendo le principali zone funzionali ecologiche, le regioni sensibili e vulnerabili, e i luoghi chiave per la biodiversità.

L’impegno attivo nella protezione e nel ripopolamento degli ecosistemi ha portato notevoli miglioramenti non solo per il panda ma anche per molte altre specie rare e minacciate in Cina. Sono, infatti, aumentati gli esemplari di antilope tibetana, cervo milu, tigre siberiana, leopardo dell’Amur, elefanti asiatici e ibis crestati. Si documentano nuovamente le apparizioni di specie come il gatto di montagna cinese, il bucero dal collo rosso e una balena è stata avvistata nella baia di Dapeng, a Shenzhen.

L’importanza della sostenibilità in altri Paesi emergenti

La sostenibilità ambientale è diventata un valore redditizio da preservare e sviluppare per la Cina. Infatti il Paese ha annunciato il lancio di un mercato nazionale per lo scambio di carbonio a Shanghai. Questo progetto è indispensabile per perseguire l’obiettivo del presidente Xi Jinping di trasformare il più grande produttore di emissioni di gas serra del mondo in uno Paese a zero emissioni nette entro il 2060.

Ma la Cina non è il solo Stato emergente a puntare sull’ambiente. Politiche nell’ambito del climate change si portano avanti anche in Paesi come Costa Rica e soprattutto India. Quest’ultima, infatti, terza a livello mondiale per emissioni di gas serra, dopo Cina e Stati Uniti, sta investendo significativamente in energie rinnovabili, trasporti puliti ed efficienza energetica.

Invece, in America Latina, la Costa Rica, nel 2015, si è impegnata a raggiungere la carbon neutrality entro il 2021. Si è poi occupata della riforestazione di vaste aree della foresta pluviale tropicale, dopo gli alti tassi di deforestazione registrati negli Anni ‘70 e ‘80.

Infine, anche molti Stati dell’Africa vedono nella tutela dell’ambiente un’opportunità di sviluppo. In Marocco si costruisce il più grande impianto solare concentrato del mondo, per raggiungere il 52% di energia rinnovabile entro il 2030. Il Sudafrica ha stabilito una carbon tax, che è entrata ufficialmente in vigore nel giugno 2019. In più la Nigeria ha come obiettivo ricorrere al 30% di energia rinnovabile entro il 2030.

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