venerdì, Agosto 19, 2022

Operaio esposto all’amianto, la condanna della Cassazione

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LA CASSAZIONE CONFERMA LA RESPONSABILITÀ CIVILE PER LA MORTE DI UN OPERAIO DELLA CENTRALE DEL LATTE DI CREMONA. ERA ADDETTO ALLA MANUTENZIONE DELLE CALDAIE. LA DIFESA DELLA VITTIMA, CONFERMATO IL DIRITTO AL RISARCIMENTO ANCHE CON ESPOSIZIONI INTERMITTENTI

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva il Comune di Cremona per la “responsabilità civile” nella morte di un operaio.

Ottorino Cervi, la vittima, è stato esposto all’amianto nel reparto caldaie – dove l’amianto era utilizzato come coibentante – della Centrale Alimentare del Latte della città lombarda.

L’operaio è deceduto nel 2004 per mesotelioma pleurico maligno. Aveva lavorato alla Centrale dal 1947 al 1981.

Due volte l’anno – questo è il particolare sul quale la Suprema Corte si è pronunciata – Cervi è stato esposto all’amianto contenuto nelle caldaie per effettuare la sostituzione delle guarnizioni.

«La sentenza è molto importante – afferma l’avv. Ezio Bonanni, della difesa – perché sancisce il principio del percepito danni anche con esposizioni intermittenti. Anche quando non c’è una prova piena del suo causale».

Gli ermellini hanno confermato che “l’esposizione ad amianto, protrattasi per dieci anni fu sì intermittente ma di lunga durata e non meramente “occasionale e di breve durata” come ritenuto dal primo giudice. Tanto più che vi era prova del non uso, da parte del lavoratore, di mascherine e di strumenti di protezione”. Sentenza 13512.2022

Dimostrato il diritto a risarcimento anche con esposizioni intermittenti

Quindi, la Corte ha condannato il Comune di Cremona a risarcire a ciascuna delle due figlie di Ottorino Cervi, Oriana e Laura – difese dall’avv. Ezio Bonanni (presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto) della cifra di 165.960 euro, oltre gli interessi.

È anche la prima volta che un tribunale riconosce la responsabilità di una amministrazione comunale nell’ambito di un procedimento giudiziario per la morte dovuta all’inalazione delle fibre di amianto.

I giudici supremi hanno condiviso quanto accertato dalla Corte di Appello di Brescia che con la sentenza n. 376 del 2019, aveva “accolto il gravame ritenendo provata l’esposizione all’amianto del Cervi almeno due volte l’anno in occasione della sostituzione e creazione di una nuova guarnizione delle caldaie”, dopo aver recepito il ricorso delle due figlie di Ottorino Cervi.

La Corte ha pertanto affermato che, anche se in assenza di dati certi sull’insorgenza della patologia, una riduzione dell’esposizione all’amianto avrebbe evitato l’insorgere della malattia o ne avrebbe ritardato l’insorgenza. Per contro, è “da doversi ritenere provato il nesso causale, circa l’effetto patogenetico sull’insorgenza o sulla latenza della malattia”.

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