La storia del clima della Terra nei ghiacciai artici

Estrazione del nucleo di ghiaccio vicino alla stazione Concordia in Antartide

Per ottenere dati diretti sull’atmosfera del passato, come la quantità di anidride carbonica e metano e il nesso tra la presenza di questi gas e le variazioni del clima, scienziati europei analizzeranno le bolle d’aria contenute nelle carote di ghiaccio in Antartide

 

Scienziati di tutto il mondo sono concordi, ormai, nell’affermare che il global warming, il riscaldamento globale causato dai cambiamenti climatici, ha tra i suoi effetti anche lo scioglimento dei ghiacciai.

Come pure è un dato di fatto che l’aumento della temperatura coincida con l’aumento delle emissioni di gas serra. E la temperatura continuerà a salire di diversi gradi centigradi nei prossimi decenni, se non si abbasseranno i livelli di emissione di anidride carbonica in atmosfera.

Atteggiamenti non responsabili dell’uomo hanno contribuito alla scomparsa dei ghiacciai: negli ultimi trent’anni, la Terra ha perso tre quarti della calotta di ghiaccio.

Nell’agosto del 2010 un blocco di ghiaccio, grande più dell’Isola d’Elba, si staccò dal ghiacciaio Petermann in Groenlandia.

Già all’epoca le cronache fecero notare i possibili effetti del riscaldamento globale sul ghiaccio artico e le conseguenze, catastrofiche, per tutti gli esseri viventi.

Infatti, i ghiacciai artici riflettono nello spazio molto del calore del sole, contribuendo, così, a raffreddare il nostro pianeta e a stabilizzare il clima.

Più o meno un milione e mezzo di anni fa i cicli climatici fra glaciale e interglaciale avevano una durata di 40mila anni e seguivano le regolari oscillazioni dell’angolo dell’asse terrestre.

Per ricostruire la storia del clima della Terra, una spedizione dell’ENEA ha aderito al progetto europeo “Beyond EPICA – Oldest Ice”.

Si chiama Little Dome C, a 40 km dalla base italo-francese di Concordia, in Antartide; è la zona ideale, dove saranno estratte carote di ghiaccio per essere studiate.

«Dopo tre anni di misure geofisiche e di perforazioni intermedie abbiamo scelto per il carotaggio questo luogo perché ha una stratigrafia indisturbata di ghiaccio vecchio almeno un milione e mezzo di anni», spiega Massimo Frezzotti, glaciologo dell’ENEA a capo delle spedizioni di rilevamento a Little Dome C. «In ogni metro, infatti, sono registrati negli strati più profondi almeno 10-15 mila anni di variazioni climatiche che studieremo grazie all’analisi dei gas serra, come anidride carbonica e metano, contenuti delle bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio».

Grazie alle piccole bolle d’aria, intrappolate nei ghiacciai nel momento in cui il ghiaccio si è formato, gli scienziati del clima – spiegano – possono misurare le concentrazioni di importanti gas a effetto serra.

Secondo i ricercatori, nei periodi in cui il clima terrestre è stato più freddo, la quantità di CO2 e metano in atmosfera era inferiore rispetto ai periodi più caldi.

«Abbiamo rilevato che circa 900mila anni fa si è verificato un cambio significativo nel ritmo dell’alternanza tra periodi caldi e freddi che è passato da una durata di 40mila ai 100mila anni» continua Frezzotti. «I paleo-climatologi conoscono questo fenomeno grazie alle ricerche sui sedimenti che si sono accumulati nei fondali oceanici, ma l’unico modo per ottenere dati diretti sull’atmosfera del passato, come la quantità di anidride carbonica e metano e sulle connessioni tra la presenza di questi gas e le variazioni del clima, è analizzare le bolle d’aria contenute nelle carote di ghiaccio», sottolinea il glaciologo.

Little Dome C è uno dei posti più freddi – le temperature variano da -25°C a -80°C –, aridi e privi di vita della Terra. In questo luogo estremo, a oltre 3.200 metri di altezza, scienziati provenienti da tutta Europa si congiungeranno per studiare il clima.

Ottenuto il via libera da parte dell’Unione Europea, a fine anno l’equipe procederà all’allestimento del campo base a Little Dome C. Le attività di perforazione – le carote di ghiaccio saranno estratte fino a una profondità di oltre 2,7 km – inizieranno a novembre 2021 e termineranno a febbraio 2024. I primi dati saranno disponibili nel 2025.

Alle attività per l’individuazione del sito per l’Italia hanno partecipato ENEA, INGV e l’Università di Bologna e l’Università di Venezia “Cà Foscari”, nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), attuato dal CNR per la programmazione e il coordinamento scientifico e dalla stessa ENEA per gli aspetti logistici.

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