domenica, Febbraio 25, 2024

La natura nella tavolozza di Vincent Van Gogh. Al MUDEC di Milano

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PER CAPIRE I COLORI DI VINCENT VAN GOGH PERCEPITI NELL’AMBIENTE NATURALE, NEI PAESAGGI, SUI DETTAGLI, NELLA LUCE DEL CREPUSCOLO, NELL’ALBA, NEGLI STUDI SULL’ARTE, NELLE BRUGHIERE, SUI CARRETTI BRUNI, SULLE STRADE DI FANGO, NELLE CAPANNE, DALLA LUCE DELLE LAMPADE AD OLIO, SUI COVONI ILLUMINATI DAL SOLE, NEI PIOPPI IN CONTROLUCE, SUI CAMPI DI GRANO GIOVANE, SULLA TERRA, SULLE QUERCE, SUI CORVI NERI, SUL MUSCHIO, SUL PANE NERO, NEI FRUTTETI, NEI CIELI DI VAN GOGH, È OPPORTUNO LEGGERE, UNA SUA LETTERA A THEO VAN GOGH, SUO FRATELLO, PRIMA DI ENTRARE AL MUDEC DI MILANO, PERCHÉ VI OFFRIRÀ LA CHIAVE DI LETTURA DELLE SUE OPERE.  FINO AL 28 GENNAIO

Drenthe, novembre 1883

Caro fratello,

devo raccontarti di una mia gita a Zweeloo, il villaggio dove abitò per lungo tempo Liebermann e dove eseguì gli studi del suo quadro per l’ultimo Salon, quello con le lavandaie.

Anche Termeulen e Jules Bakhuyzen vi soggiornarono a lungo.

Raffigurati un viaggio attraverso la brughiera alle tre del mattino, su un carretto scoperto (andai col mio padrone di casa, che doveva andare al mercato ad Assen) lungo una strada che qua chiamano diek, arginata di fango anziché di sabbia.

Era ancor più strano che andare con la chiatta.

Al primo bagliore dell’alba, quando i galli presero a cantare dappertutto, accanto alle capanne sparse per tutta la brughiera e a quelle poche accanto alle quali passammo – circondate da pioppi esili di cui si sentivano cadere al suolo le foglie ingiallite – la tozza vecchia torre di un cimitero, il muro di cinta di terra, la siepe di betulle – il paesaggio piatto della brughiera e dei campi di grano – tutto, tutto allora divenne identico ai più bei Corot.

Una tranquillità, un mistero, una pace come solo lui ha dipinto.

Quando poi arrivammo a Zweeloo alle sei del mattino era ancora buio; i veri Corot li avevo visti al mattino, ancora più presto.

L’ingresso al villaggio era magnifico: enormi tetti di muschio, stalle, pastori e pollai. Le case, dalla facciata larga, si trovano qua tra querce di un magnifico color bronzo.

Il muschio ha tonalità di un verde dorato; nel terreno, tonalità rossastre, bluastre e giallastre tutte tendenti al viola scuro, al grigio; il verde dei campi di grano ha toni di una purezza inesprimibile; sui tronchi bagnati, toni di nero, che contrastavano con la pioggia dorata di foglie autunnali che vorticavano e si riunivano poi in ammassi – foglie pendenti in gruppi sparsi, come se appena le avesse portate là  il vento, col cielo che tra l’una e l’altra mandava bagliori – dai pioppi, dalle betulle, dalle piante di mele e di limoncino.

Il cielo era terso, luminoso, non bianco ma di un color lilla difficile a cogliersi, bianco a bagliori rossi, blu e gialli in cui tutto si rifletteva; lo si sentiva dappertutto sopra ogni cosa, vaporoso, si confondeva con la nebbiolina leggera sottostante – fondeva tutto in una gamma di grigi delicati.

Tuttavia non ho trovato un solo pittore a Zweeloo e la gente mi disse che non ne veniva neppure uno d’inverno.

Io, per contro, spero di esserci proprio quest’inverno.

Dato che non c’erano pittori, decisi di non aspettare il ritorno del mio padrone di casa, ma di tornare a piedi e di fare qualche disegno lungo il cammino.

Così iniziai a fare uno schizzo di un frutteto, quello dal quale Liebermann aveva tratto il suo quadro grande.

Poi me ne tornai a piedi per la strada che avevamo percorso al mattino. Al momento l’intera campagna attorno a Zweeloo è completamente coperta – fin dove arriva l’occhio – da grano giovane, del verde più tenero che abbia mai visto.

Questo dà un bellissimo effetto di colore contro il cielo bianco-lilla.

Non penso lo si possa dipingere, ma per me è la base di quel che si deve sapere per capire la nota-chiave di altri effetti.

Una macchia nera di terra – piatta – infinita – un cielo chiaro bianco-lilla, delicatissimo.

Il grano giovane che spunta dal terreno lo fa sembrare ammuffito. È così che sono fondamentalmente le zone buone, fertili del Drenthe; il tutto in un’atmosfera brumosa.

Pensa al “Dernier jour de la crèation” di Brion; ieri mi è parso di aver capito il significato di quel quadro.

La terra non fertile del Drenthe è uguale – soltanto la terra nera è ancora più nera – come fuliggine – e non nero – violacea nei solchi, coperta di erica e torba che marciscono.

Questo lo vedo dappertutto – i rilievi sullo sfondo infinito; sulla brughiera, i capanni di torba; nelle zone fertili, le strutture gigantesche e primitive delle fattorie e degli ovili, mura bassissime ed enormi tetti ricoperti di muschio.

Tutto intorno, grandi querce.

Quando si cammina per ore ed ore per questa campagna, davvero si sente che non esiste altro che quella distesa infinita di terra – la verde muffa del grano o dell’erica e quel cielo infinito.

Cavalli e uomini sembrano formiche.

Non ci si accorge di nulla, per quanto grande possa essere, si sa solo che c’è la terra e il cielo. Tuttavia, in veste di piccola particella che guarda altre piccole particelle – per trascurare l’infinito – ogni particella risulta essere un Millet.

Sono passato davanti a una vecchia chiesetta identica, proprio identica alla chiesa di Grèville del quadretto di Millet al museo del Luxembourg; anziché quel piccolo contadino con la vanga del quadro in questione, c’era un pastore con un gregge di pecore che camminava lungo la siepe.

Nello sfondo non si vedeva il mare vero, solo un mare di grano giovane, un mare di solchi anziché di onde.

Ne risultava lo stesso effetto.

Poi vidi degli uomini che aravano, assai indaffarati – un carretto di sabbia, degli stradini, dei carretti di letame.

In una piccola locanda lungo la strada ho disegnato una vecchia che filava, piccola immagine scura da favola, che si stagliava contro una finestra chiara, attraverso cui si vedeva il cielo sereno e un sentiero verde tenero, con qualche oca che beccava l’erba.

Poi venne il crepuscolo – pensa che pace, che tranquillità!

Immaginati un piccolo viale di pioppi alti dalle foglie autunnali, immaginati una larga strada, tutta nera di fango, con una brughiera immensa sulla destra e un’altra infinita brughiera a sinistra, poche casupole nere e triangolari costruite di pezzi di torba, dalla cui finestra riluce la luce rossa di un focherello, con qualche pozzanghera di acqua sporca, giallastra, che riflette il cielo, in cui marciscono dei tronchi; immaginati quella palude al crepuscolo, con un cielo bianco che la sovrastava; in ogni sua parte, un contrasto di bianco e nero.

In quella palude una rozza figura – un pastore – un mucchio di ammassi ovali, a metà lana e a metà fango, che si urtavano, che si spingevano – il gregge. Si vedono venire avanti – ci si trova in mezzo a loro, ci si volta e si va loro dietro.

Con lentezza e riluttanza proseguono il loro cammino lungo la strada fangosa.

Tuttavia, in distanza si erge la fattoria – qualche tetto ricoperto di muschio e mucchi di paglia e di torba tra i pioppi.

Di nuovo un’immagine triangolare – scura: l’ovile. La porta è spalancata, come l’ingresso di un’oscura caverna.

Attraverso le fessure degli assiti riluce il cielo.

L’intera carovana degli ammassi, lana e fango scompaiono in quella caverna – il pastore e una donna con una lanterna richiudono la porta alle loro spalle.

Quel ritorno del gregge al crepuscolo è stato il finale della sinfonia che ieri ho udito.

Giornata passata come un sogno, quella, ed ero tanto preso da quella musica colma di sentimento che mi dimenticai perfino di mangiare e bere – avevo preso un pezzo di pane nero e una tazza di caffè in una piccola locanda dove avevo disegnato l’arcolaio.

La giornata era trascorsa e dall’alba al crepuscolo, o meglio, da una notte alla notte seguente, mi ero perso in quella sinfonia.

Tornai a casa e seduto accanto al fuoco mi accorsi di essere molto affamato.

Vedi però come è quaggiù.

Ci si sente proprio come se si fosse fatto visita alla mostra dei “Cent chef-d’oeuvres”, ad esempio; che si porta a casa da una giornata del genere? Solo molti schizzi.

Eppure si riporta a casa anche un’altra cosa: una calma passione per il lavoro.

Vincent Van Gogh

Le opere esposte provengono dal Museo olandese Kröller-Müller di Otterlo, così esposte:

Il periodo olandese di Vincent Van Gogh con le opere: Moulin de la Galette, Autoritratto, Interno di un ristorante, Natura morta con statuetta in gesso.

Gli anni parigini con le opere: Frutteto delimitato da cipressi, Paesaggio marino vicino a Les Saintes-Maries-de-la-Mer, Il verde vigneto, Ritratto di Joseph-Michel Ginoux.

Il periodo di Arles con le opere: Paesaggio con covoni di grano e luna nascente, Catasta di grano sotto un cielo nuvoloso, Pini nel giardino del manicomio, Uliveto con due raccoglitori di olive, Tronchi d’albero nell’erba, Il burrone (Les Peiroulets).

Affiancate da una selezione di edizioni originali di libri e riviste d’arte, provenienti dalla collezione del curatore e dalla Biblioteca Malatestiana.

I libri e le riviste sono visibili durante l’intero percorso espositivo della mostra, curata dallo storico dell’arte professor Francesco Poli, da Mariella Guzzoni, ricercatrice e curatrice di “Van Gogh: Vivere con i libri”, e Aurora Canepari, curatrice della collezione del Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone, a Genova, curatrice della sezione “Van Gogh e il Japonisme”.

Bibliografia Essenziale:

VINCENT VAN GOGH LETTERE A THEO“, a cura di Massimo Cescon, con un saggio introduttivo di Karl Jaspers (1954), Guanda Editore, Parma, 1984.

© Domenico Tangaro

Numero verde ONA

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