venerdì, Febbraio 23, 2024

La foca monaca preferisce la Sardegna

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I RICERCATORI DELL’UNIVERSITÀ DI MILANO BICOCCA SONO RIUSCITI A RIDISEGNARE LA MAPPA DELLA DISTRIBUZIONE DELLA FOCA MONACA NEL MEDITERRANEO CENTRALE

La Sardegna piace non solo ai tanti turisti che ogni anno decidono di visitarla, ma anche alla foche monache. La conferma dei “gusti raffinati” di questi esemplari è pervenuta da uno studio innovativo (Fonte L’Unione Sarda).

Un team dell’Università Bicocca di Milano, attraverso un metodo “rivoluzionario” basato sul DNA, ha ridisegnato la mappa della presenza del rarissimo pinnipede nel Mediterraneo centrale.

Una delle sei zone calde è l’isola di Caprera. Dopo due anni di lavoro, infatti, i ricercatori della Bicocca, in collaborazione con nove associazioni, sono riusciti a tracciare la distribuzione della foca monaca.

Nello stesso tempo, hanno individuato sei “hot spot”, cioè le zone in cui si registra la maggiore presenza di esemplari di Monachus monachus. Questa è una delle specie più rare al mondo, che ha scelto la Sardegna nord-orientale per permanere.

La presenza della foca monaca nel Mediterraneo

In Sardegna, tracce del passaggio delle foche monache sono state individuate soprattutto nei canyon dell’isola di Caprera. Le altre aree in Italia con maggiore presenza di questi esemplari sono l’Alto Adriatico tra l’Istria e la Laguna di Venezia e il mare del Salento. Ma anche il Golfo di Taranto, le isole minori siciliane e l’arcipelago toscano. Più a ovest, un’altra zona “calda” è l’arcipelago spagnolo delle Baleari.

Pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” lo studio sulla foca monaca

Per condurre il monitoraggio, condotto tra il 2020 e il 2021, i ricercatori si sono avvalsi di un rivoluzionario sistema di rilevamento non invasivo. Questo si è basato sulla ricerca di DNA ambientale in campioni di acqua di mare, analizzati per cercare la presenza di tracce molecolari delle foche.

Il metodo è stato messo a punto da Elena Valsecchi, ecologa molecolare del dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Ateneo milanese. «È importante che questi monitoraggi siano svolti in modo omogeneo e scientificamente certificato – spiegano i team leader della ricerca, Elena Valsecchi e Emanuele Coppolasolo così potremo avere dati confrontabili che consentiranno di seguire nei prossimi anni il tanto sperato ritorno della specie nel Mediterraneo centrale. Un lieto evento atteso non solo dal nostro Paese, ma anche da Francia, Spagna, Marocco e Tunisia». Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

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