domenica, Giugno 16, 2024

La catena montuosa dell’Himalaya continua a crescere

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UN NUOVO STUDIO PRESENTATO NEL CORSO DELL’AMERICAN GEOGPHYSICAL UNION A SAN FRANCISCO HA SVELATO IL MISTERO DELLE FORZE NASCOSTE CHE CONTINUANO A PLASMARE IL NOSTRO PIANETA

Stando ai risultati della ricerca, la placca indiana, a differenza di altre, come quella dell’Africa orientale (che si divide su una linea di faglia), sarebbe sul punto di dividersi in due.

Una parte si sta dirigendo in Eurasia, l’altra sta sprofondando sotto il mantello terrestre.

Se confermato, questo fenomeno potrebbe offrire una chiave di lettura affascinante per comprendere la formazione dell’altopiano tibetano e della maestosa catena montuosa dell’Himalaya. Potrebbe aiutare altresì i sismologi nella previsione dei terremoti.

Orogenesi, collisione della placca e delaminazione

All’origine della catena Alpino-Himalayana fu un processo di formazione orogenetica iniziato nel tardo Mesozoico (251 milioni di anni fa) e proseguito nel Cenozoico (oltre 65 milioni di anni fa).

L’orogenesi, cioè l’insieme dei processi e dei fenomeni di formazione di un rilievo montuoso, fu provocata dalla chiusura dell’Oceano Tetide, in seguito alla risalita verso nord dell’Africa, dell’Arabia e del Subcontinente indiano verso l’Eurasia. In pratica, una collisione fra placca indiana ed euroasiatica.
Fin qui, nulla di nuovo. Un nuovo studio condotto dagli scienziati dell’Ocean University of China a Qingdao, Shandong, aggiunge particolari interessanti.
I risultati della ricerca sono stati spiegati durante l’ultima conferenza dell’American Geophysical Union a San Francisco lo scorso dicembre.
Per l’occasione, il team ha presentato nuovi dati sismici raccolti nel Tibet meridionale e mostrato la spaccatura della placca continentale indiana.
La descrizione dettagliata, supportata da modelli geologici avanzati, ha dipinto un suggestivo quadro della guerra tra mondi sotterranea.
Ma veniamo all’interessante dimostrazione e scopriamo quali teorie sono state messe a paragone.

Tre teorie a confronto sulla placca

Il punto di partenza della ricerca suggerisce che l’India si stia spostando verso nord a una velocità di 1-2 millimetri l’anno, esercitando una pressione sull’Eurasia che contribuisce al sollevamento delle montagne. Un fenomeno che dura da ben 60 milioni di anni. Ma oltre a questi dati noti, il mondo sotterraneo delle placche tettoniche suggerisce altro.

Vediamo quali scenari prospettano le tre differenti teorie esaminate durante il convegno

La prima suggerisce che, la placca indiana, forse troppo leggera per affondare nel mantello, potrebbe scivolare sotto la placca eurasiatica, sollevando il Tibet.
La seconda, ipotizza che la placca indiana possa invece ripiegarsi su se stessa.
Una terza opzione, sostenuta per l’appunto dagli scienziati della China University e del Centro nazionale per le previsioni ambientali della Stanford University, California, propone invece la tesi della “delaminazione”.

Di cosa parliamo?
La delaminazione è una separazione orizzontale della placca, un evento sismico a tutti gli effetti, con una parte più densa che sprofonda nel mantello e un’altra più leggera che galleggerebbe sopra.
Il fenomeno si verifica in pratica, quando la crosta continentale inferiore e la litosfera del mantello si staccano dalla crosta continentale superiore.
Ma c’è di più. La delaminazione offre una prospettiva unica sulla complessa danza sismica che plasmò l’altopiano tibetano e l’Himalaya.
Secondo i ricercatori, il segreto della continua crescita in altezza delle montagne, dipenderebbe infatti proprio da queste forze sismiche che agiscono come “architetti invisibili” sotto terra.

A confermare il sospetto, la visione tridimensionale dei confini, dei bordi delle placche e lo scontro fra le stesse. Indizi che, non solo forniscono una chiara comprensione dell’evoluzione della nostra superficie terrestre e delle dinamiche sismiche, ma che potrebbero aiutare i sismologi nella previsione dei terremoti. Ulteriori evidenze, hanno svelato dettagli molto intriganti.

Indizi fondamentali a supporto della ricerca

Uno degli indizi chiave emerso dalla ricerca è la presenza di bolle di elio-3 che emergono dalle sorgenti del Tibet.
Utile precisare che l’elio, l’elemento chimico più abbondante e diffuso nell’universo è molto raro sulla Terra.
L’elio-3, ancor più raro, si origina solo dai residui della formazione del nostro pianeta. Difficilmente viene trovato in depositi naturali. Ragion per cui viene prodotto artificialmente.
Ebbene, la misurazione dei rapporti isotopici dell’elio di 200 sorgenti tibetane, ha mostrato un modello di fuga dell’elio-3.

Tradotto in parole povere, la concentrazione elevata di questa sostanza in superficie, indica una possibile origine del mantello.
Proseguendo verso sud, si è trovato invece prevalentemente elio-4, isotopo leggero e non radioattivo dell’elio.
Secondo gli studiosi, la sua presenza prova che in questa zona la placca non si sarebbe ancora divisa. Formerebbe insomma una sorta di barriera che impedisce all’elio-3 di sprigionarsi.

Altro indizio affascinante è emerso poi dall’analisi dei terremoti nella regione.
I risultati hanno infatti suggerito che il mantello si sta sollevando a est dell’altopiano tibetano, facendo sì che le placche continuino a sollevarsi.

La prova del nove

Per spiegare il fenomeno, gli scienziati hanno paragonato le placche agli strati di una torta: quelli più densi si trovano sul fondo, impedendo in questo modo agli strati intermedi di schiacciarsi. Allo stesso modo, le parti inferiori delle placche sono costituite da roccia magmatica solidificata, più densa delle parti superiori.

Ora, il fatto che la placca indiana sia più spessa a nord e più sottile sui lati supporta la suddetta teoria, poiché la parte centrale più densa affonderebbe più velocemente anche con una piccola differenza di pressione.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista ESS Open AQrchive

Numero verde ONA

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