Il Ponte Morandi e l’Italia da ricostruire

Genova, il Ponte Morandi

Un programma per il territorio dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova

 

Una delle cose fondamentali da cambiare nel nostro Paese è la “pianificazione delle città” e del territorio circostante. Il paesaggio delle grandi città e, nello specifico, quello di Genova nelle ultime settimane, dei comuni, de borghi, dei centri minori, delle campagne e della costa, dimostrano visivamente e fisicamente il dramma e le storture gestionali degli ultimi cinquant’anni, di “pianificazione imperfetta” che è, inoltre, la distanza vera che ci separa dalle città dell’Europa.

Genova, il ponte progettato dall’ing. Riccardo Morandi e costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua

A seguito del crollo del Ponte di Riccardo Morandi a Genova (vedi il filmato a fondo pagina), in questi giorni, si sta misurando l’entità dei cambiamenti necessari e imprescindibili da introdurre sia nelle istituzioni dello Stato italiano, sia nei comportamenti degli uomini. È un grande cambiamento ma preciso e va inserito nel tema più globale dell’urbanistica programmata, superando le continue e insufficienti fasi di emergenza.

L’urbanistica in Italia sconta la sua mancata applicazione corretta per tre motivi. Il primo motivo è l’impreparazione della classe politica e amministrativa ad affrontare i molteplici aspetti dell’urbanistica contemporanea, che deve essere fondata sulla pianificazione territoriale, nella prospettiva di una “vera priorità nazionale”.

Mentre, nel pensiero politico e amministrativo va introdotto un nuovo modello di sviluppo fondato su nuovi parametri quali: la protezione dell’ambiente naturale e costruito, una nuova gestione del territorio e delle infrastrutture esistenti e di progetto, un’organizzazione amministrativa gestionale più adatta alla vita sociale odierna, con uno sforzo per limitare la degradazione delle periferie, delle infrastrutture, dei centri urbani e la desertificazione delle campagne.

Bisogna dare atto, inoltre, che questa situazione si è creata nel tempo perché nessun politico e amministratore “importante” dello Stato italiano, sino a oggi, si è seriamente interessato alla pianificazione territoriale. A conferma di ciò, l’assenza di questi discorsi nel dibattito pubblico odierno. Il rinnovamento appare definito solo nei termini giuridici, economici, sociali e di funzionalità settoriale del Paese. Si sono affermati solo obiettivi generici del risanamento ambientale, della tutela dei valori naturali, storici e architettonici, della qualità della vita urbana. Senza individuare, discutere e attuare le “grandi scelte” per ottenerli, perché gli esperti economi contemporanei sono abituati a definire la politica economica solo in termini globali, senza considerare la “distribuzione territoriale” delle attività economiche e le infrastrutture necessarie al territorio.

Il secondo motivo è la lentezza delle scelte politiche e dell’attuazione amministrativa con l’obiettiva limitazione degli interventi correttivi sulle infrastrutture (ponti, viadotti, gallerie) e la rete squilibrata dei trasporti tra nord e sud, dei provvedimenti sulle periferie degradate, sulle coste, le colline e le montagne abbandonate a se stesse, sui centri storici deturpati, che portano, già oggi, i segni visivi e fisici che peseranno sempre più nel paesaggio italiano.

Il terzo motivo il contrasto tra l’emergenza e la continuità nei “tempi lunghi”, che è indispensabile e imprescindibile combattere per una pianificazione territoriale “attiva”. Perché la pianificazione dell’ambiente fisico è, per sua natura, lenta e comprensiva di una vasta gamma di aspetti fisici, sociali e infrastrutturali che, per essere considerati nel giusto modo esigono tempo e competenza: tutti elementi che mancano nell’attuale momento storico politico e amministrativo. Con la consapevolezza che governare la “forma del territorio” è una sfida nei tempi lunghi, dove ogni dettaglio è essenziale nel progetto generale e qualunque semplificazione e sottovalutazione diventa disastrosa (vedi il caso del Ponte Morandi a Genova), considerando inoltre che tutti i dati, i calcoli e le scelte, devono passare al vaglio di una progettazione globale, appoggiata a previsioni e attuazioni durevoli nel tempo.

Pertanto, l’unico modo appropriato per governare il paesaggio italiano, un bellissimo territorio, è considerarlo un tutt’uno agli occhi e alla mente di chi lo gestisce a vario titolo, passando dall’idea dello Stato “esattore”, all’idea dello Stato “governatore”.

Barcellona

A conferma di tale pensiero, è l’esempio di pianificazione territoriale attuata e governata in altre città europee, anche nella continua turbolenza del quadro politico ed economico. Come Barcellona e Berlino che, con il loro operare in tal senso, hanno creato una continuità storica tra passato e futuro, di tradizione politica e culturale, nella cui visione hanno sorretto e ricostruito intere aree urbane degradate e distrutte, costituendo esperienze positive del governo del territorio.

Bibliografia essenziale:

Leonardo Benevolo, “L’Italia da costruire: un programma per il territorio”, Giuseppe Laterza e Figli, Bari, 1996.

2 Comments
  1. Carmela 12 mesi ago
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    Articolo ricco e interessante. Sul web ormai gira tanta politica e poca seria informazione sull’argomento, questo articolo invece è stato davvero utile per delineare quelli che sono i punti centrali della questione. Complimenti

  2. Vito D'Astici 12 mesi ago
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    Finalmente un articolo serio e documentato. Preciso e dettagliato nella esposizione e nelle valutazioni, equilibrate e mai tendenziose. Complimenti all’autore dell’articolo ed a tutti coloro che collaborano al giornale. Finalmente fatti e solo fatti. Esposti con chiarezza, documentati e privi di faziosità. Speriamo finalmente che si torni al vero giornalismo di informazione e di inchiesta. Di tutto il resto sono stufo (e credo non solo io).

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