sabato, Giugno 12, 2021

Il lupo: il più incompreso di tutti gli animali selvatici

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La Terra sta affrontando una crisi senza precedenti, sia in termini di cambiamenti climatici sia per quanto riguarda la perdita di biodiversità. In questo contesto il lupo è diventato il più incompreso di tutti gli animali selvatici.

Un recente rapporto delle Nazioni Unite sulla biodiversità stima infatti che il tasso globale di estinzione delle specie sia aumentato a livello esponenziale negli ultimi 10 milioni di anni (tra decine e centinaia di volte superiore alla media).

Sottolinea inoltre che circa 1 milione di specie animali e vegetali siano attualmente minacciate di estinzione.

Ciò non solo mette a rischio la sopravvivenza delle specie stesse, ma l’intero ecosistema, uomo compreso.

Il lupo a rischio estinzione?

Il lupo fa parte, a tutti gli effetti, della cosiddetta “lista rossa” degli animali a rischio estinzione, redatta dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN).

Cosa succede a un ecosistema senza lupi?

Quando un predatore dominante scompare da un ambiente, ad assumere il primo posto nella catena alimentare è il prossimo cacciatore più grande. 

Nel caso del lupo, non ci sono molti “eredi” in linea di successione.

Il lupo è una specie chiave di volta. Rimuovilo e gli effetti precipitano fino alle erbe”, afferma Douglas Smith, biologo di Yellowstone Lupi nel Parco Nazionale di Yellowstone. 

Questa affermazione attesta la straordinaria importanza, in termini di biodiversità, di questa specie. Essa è infatti in grado di innescare interessanti reazioni a cascata nei diversi livelli trofici (i cinque anelli della catena alimentare).

Con la sua dieta, il lupo regola difatti la presenza di alcune popolazioni di erbivori, garantendo in questo modo la sopravvivenza e la crescita di specie vegetali che, nel lungo termine, possono costituire un valido rifugio per volatili nidificanti in aree a folta vegetazione.

Ma perché viene cacciato il lupo?  Dal rapporto idilliaco uomo/lupo…

Quando i nostri antenati erano cacciatori e nomadi, la convivenza fra uomini e lupi non era affatto conflittuale.

C’era infatti grande abbondanza di prede.

Anzi, presso i popoli cacciatori, il lupo era l’emblema della forza e del coraggio, idolatrato al pari di una divinità. 

Tra i nativi americani, il lupo ad esempio rappresentava sia il grande bene sia il terribile male e le tribù di caccia lo veneravano come un grande guerriero. 

Altre storie dei nativi americani collegavano lo spirito del lupo all’umanità come un antico antenato o Dio Creatore e nel loro simbolismo, lo ritroviamo tra gli animali totem.

Stesso discorso vale per le tribù sciamaniche, che hanno da sempre attribuito un forte valore totemico a questo animale.

Il lupo, quale simbolo di forza e potenza è presente anche nelle popolazioni africane e in molte altre culture a ogni latitudine e longitudine.

E ancora, per la tradizione celtica, il lupo era l’archetipo del guerriero impavido, tanto che il simbolo della testa di un lupo veniva spesso usato per trasmettere coraggio e forza in battaglia.

Nella Cina meridionale, vedere un lupo presagiva pericolo e morte, mentre nella Cina settentrionale era considerato un simbolo di forza, coraggio e cooperazione, motivo per cui le armi recavano le immagini del lupo.

Anche nella Roma antica il lupo aveva grande importanza, basti pensare che il simbolo della città era una lupa.

Essa raffigurava la fecondità e, nell’esercito, a portare l’emblema delle legioni era un soldato coperto dalla pelliccia di lupo, personificazione del coraggio.

Il simbolo di questo fiero animale veniva utilizzato anche durante alcuni riti compiuti da sacerdoti travestiti da lupo.

Sempre a Roma, si svolgevano dei festeggiamenti in onore del fauno Lupercus, protettore del gregge dai lupi.

Queste feste prendevano il nome di Lupercali e si svolgevano sopra al Palatino, in una grotta detta Lupercal, ritenuta il covo della lupa che aveva nutrito Romolo e Remo.

… alla nascita del conflitto 

La relazione conflittuale con il lupo iniziò a sorgere quando l’uomo diventò stanziale, dedicandosi all’agricoltura e alla pastorizia. 

La predazione del bestiame domestico da parte del lupo segnò infatti il declino di questo delicato equilibrio.

Già ai tempi dell’Impero romano, che pur venerava questo animale, veniva segnalata la pericolosità dei lupi nei confronti delle mandrie.

Nella tradizione cristiana il lupo divenne addirittura la contrapposizione simbolica dell‘agnello.

Mentre l’agnello era considerato un simbolo di Cristo, per via della natura gentile, il lupo, animale astuto, che può penetrare ovunque nel tentativo di nutrirsi delle pecore innocenti e ignare, divenne l’archetipo del “predatore”.

Ne abbiamo testimonianza in un passo della Bibbia, in cui Luca asserisce “Va ‘per la tua strada, prima che io ti mandi come Agnelli tra i Lupi”.

Con il Medioevo la figura del lupo assunse delle connotazioni ancora più negative.

Il rapporto tra uomo e natura subì, proprio in quel periodo, un profondo mutamento: il bosco e le aree incolte avevano una connotazione mostruosa e tutto ciò che apparteneva al bosco divenne ostile e terribile.

Dipinto come creatura pericolosa, legata a forze oscure e maligne, assieme ad altri animali (tra cui gatti, serpenti e pipistrelli), il lupo iniziò a rappresentare pertanto l’incarnazione del “demonio” mangiatore di anime.

Favole e leggende consacrano il lato maligno del lupo

Secondo le leggende, le streghe raggiungevano il luogo del “sabba” a cavallo dei lupi.

Pare inoltre che usassero accoppiarsi con questo animale, dando così vita ai lupi mannari, uomini dalle sembianze di lupo che terrorizzavano la gente.

Sempre in epoca medioevale, si diffuse il fioretto “Come San Francesco liberò la città d’Agobbio (Gubbio) da un fiero lupo”.

Composto dal frate francescano Tommaso da Celano, il Santo trasformava in Frate Lupo il “lupo grandissimo e terribile e feroce” che “non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini”.

La figura del luparo

Divenuto ormai un “sanguinario predatore”, nacque la figura del “luparo”, inizialmente un cacciatore specializzato che sterminava il lupo con ogni sorta di trappole e veleni.

L’usanza di corrispondere premi in denaro per l’uccisone del lupo ebbe origine nella Grecia classica durante il VI secolo a.C..

Ad Atene, il giurista Solone elargiva infatti 5 dracme per ogni lupo ucciso e di 1 dracma per ogni lupa. 

Successivamente, nel IV secolo d.C. anche in Italia si diffuse il mestiere del luparius, svolto per lo più da schiavi specializzati.

Nel XVIII secolo, per abbattere l’animale si utilizzavano lacci, trappole e buche scavate nel terreno.

Con l’avvento delle armi da fuoco, oltre ad uccidere i lupi si iniziò a commercializzarne le pelli.

Durante la prima metà dell’800, anche nel regno delle Due Sicilie, un regio decreto conferì premi per la cattura e l’uccisione dei lupi. 

Le somme variavano a seconda del sesso e dell’età dell’esemplare. 

Per riscuotere il premio (il cui pagamento era a carico dei comuni), il luparo doveva esibire al sindaco la testa dell’animale, cui venivano mozzate le orecchie.

Questo espediente serviva affinché lo stesso lupo non venisse presentato in più comuni allo scopo di riscuotere altri premi.

Il massacro continua 

Agli inizi del ‘900, nel Parco Nazionale d’Abruzzo i premi in denaro vennero aumentati (150 lire per ogni lupo adulto, 50 per i cuccioli).

Fu così che dal 1923 al 1933, ne furono uccisi ben 209. Era addirittura l’Ente Parco ad acquistare tagliole e bocconi avvelenati (fialette di acido cianidrico) da rivendere ai lupari.

Per via di questa campagna anti-lupo, nel ventennio successo al secondo conflitto mondiale, l’animale subì una drastica riduzione, tanto che alla fine degli anni ‘50 era già molto difficile incontrarlo in tutto l’Appennino tosco-emiliano. 

Nel 1958, il Parco d’Abruzzo pose fine al massacro, ma nel resto d’Italia proseguì fino ad arrivare all’estinzione quasi totale della specie, come già accaduto in Europa.

L’attacco più grave avvenne nel decennio successivo e fu documentato nel 1972 da due studiosi, Luigi Boitani ed Erik Zimen, incaricati di eseguire la prima indagine italiana sulla situazione del Lupo appenninico.

Una caccia ingiustificata 

Ritenuto dai pastori una minaccia per le greggi e dai cacciatori un pericoloso concorrente nella caccia al cinghiale, il lupo fu crudelmente perseguitato fino alla quasi totale estinzione. Ciò giustificò la legittimità della sua caccia.

Ad aggravare la situazione, furono: la scomparsa delle prede naturali oltre al disturbo e alla distruzione degli habitat.

In realtà, i timori erano assolutamente infondati.

Il lupo teme l’uomo e preferisce starne il più lontano possibile!

Inoltre, gli attacchi al bestiame domestico avvenivano perché gli individui singoli o in dispersione preferivano (e preferiscono) solitamente cacciare prede più “facili”. Il bestiame domestico, rappresentava dunque la scelta più istintiva.

Occorre tuttavia precisare che, anche in presenza di numeri importanti di bestiame domestico, se questo è protetto con efficaci sistemi di difesa (ad esempio recinzioni con filo spinato, cani da pastore), il protagonista del nostro articolo si rivolge preferibilmente su prede selvatiche.

A prova di ciò, alcuni studi scientifici hanno dimostrato che la caccia al lupo, riducendo il branco, fa sì che gli esemplari rimasti trovino più semplice attaccare il bestiame, piuttosto che cacciare da soli gli animali selvatici. 

Il lupo non danneggia i cacciatori, perché la quantità di prede cacciate da esso è di gran lunga inferiore rispetto ai numeri del prelievo venatorio.

Un bel paradosso insomma.

Le leggi a tutela dell’animale incompreso 

Fortunatamente, lo sterminio dei lupi provocò accese reazioni da parte degli animalisti.

Fu così che nel 1971, quando ormai i lupi rimasti in Italia erano due o trecento, iniziò la campagna del Parco d’Abruzzo e del WWF, chiamata “Operazione San Francesco“.

La campagna raffigurava una bellissima foto del lupo appenninico accompagnata da uno slogan degli indiani d’America: “Con tutti gli esseri, e con tutte le cose noi saremo fratelli”.

Da quel momento, per la prima volta a livello internazionale, si cercò di demolire l’immagine del “lupo cattivo”, attraverso una corretta informazione sull’etologia dell’animale incompreso.

Grazie all’operazione San Francesco, il lupo iniziò a ripopolare l’antico areale appenninico fino alla Liguria; muovendosi per le Alpi Marittime, il Parco del Mercantour in Francia e le Alpi Occidentali.

Il “Progetto Arma Bianca

All’”Operazione San Francesco” si aggiunse il “Progetto Arma Bianca”, che incoraggiava l’impiego del cane da pastore, o del mastino abruzzese, per salvaguardare le greggi dagli attacchi del canide.

Gli studiosi, prendendo come riferimento un’area che si estendeva dai Monti Sibillini fino alla Sila, stimarono un numero complessivo di esemplari in 100 – 110 al massimo, concentrati soprattutto nelle aree montuose dell’Abruzzo e della Calabria.

Successivamente il Gruppo Lupo Italia e il Centro di visita allestito a Civitella Alfedena, (AQ) diedero ai visitatori la possibilità di osservare i comportamenti e le abitudini di questi splendidi animali selvatici.

Il primo Decreto Ministeriale a tutela del lupo 

Il film “Morte di una leggenda”, proiettato dal Gruppo Lupo, contribuì a sfatare il mito del lupo cattivo.

Fu così che nel 1971, l’Italia approvò il primo Decreto Ministeriale (emanato dal Ministro dell’Agricoltura e Foreste Lorenzo Natali), relativo al divieto venatorio sul lupo in tutto il territorio nazionale. 

Di durata biennale, venne poi reiterato attraverso successivi decreti nel 1973 e nel 1976, (quest’ultimo a firma Giovanni Marcora, successore di Natali) con l’ulteriore proibizione dell’uso di bocconi avvelenati.

Nel 1982 a Ginevra, una convenzione europea dichiarò il lupo “specie gravemente minacciata”.

Infine, la legge sulla caccia 157/1992 inserì definitivamente il lupo nelle specie “particolarmente protette”, concetto rafforzato dalla celebre direttiva comunitaria “Habitat”.

I risultati di questa politica di conservazione non tardarono a farsi sentire e, dopo appena dieci anni, il numero degli esemplari era già aumentato arrivando a circa 220 – 240 individui in espansione.

Negli anni ’90 nuove stime stabilirono il numero a circa 400 lupi, che stavano ripopolando zone come le Alpi Occidentali, dalle quali questi animali erano scomparsi da quasi un secolo. 

Il ritorno del lupo in Italia

Il ritorno naturale del lupo in Italia, è un evento di grande interesse e significato ecologico, sociale e culturale.

Grazie alle norme a sua tutela, oggi lo ritroviamo nella fascia appenninica fino alle Alpi Marittime, in una grande area tra Abruzzo, Molise, Lazio orientale, Umbria e Marche; tra Lazio settentrionale e Toscana meridionale; tra Campania, Basilicata e Calabria settentrionale; e nella Sila. 

Oltre alle leggi, hanno avuto un notevole peso, sia la riconnessione del suo habitat e delle prede naturali, sia il progressivo abbandono della montagna da parte dell’uomo.

Ciò ha contribuito infatti alla ripresa delle popolazioni di ungulati selvatici (principalmente cervi, caprioli, cinghiali).

Infine ha inciso anche la grande capacità di dispersione, tipica di questa specie.

Oggi, i numeri confermano la presenza di circa duemila individui sugli Appennini e 190 nel Nord Italia (di cui 150 solamente in Piemonte). In Toscana invece sono circa 530, il 35% di quelli presenti in Italia.

Nonostante il lupo sia tornato e sia protetto, purtroppo molti esemplari vengono uccisi illegalmente (dai 50 ai 70 animali l’anno).

Cosa sappiamo delle abitudini del lupo e del suo comportamento? 

I lupi sono organizzati in branchi territoriali: una struttura sociale a “conduzione familiare” che si stanzia stabilmente in un determinato territorio.

Qui la caccia, l’allevamento della prole e il controllo del territorio sono svolti in cooperazione.

Al vertice del branco si trovano i genitori, il maschio e la femmina alfa

La coppia è monogama e la femmina alfa è l’unica del branco a riprodursi. 

In età fertile (tra il primo e il secondo anno di vita) i lupi adottano due possibili strategie: 

1) andare in dispersione nel tentativo di formare un nuovo branco;

2) restare nel branco e cercare di accaparrarsi la posizione dominante.

I primi hanno un carattere solitario. Essi vanno alla ricerca di un’area libera e di un esemplare del sesso opposto con cui dar vita a un nuovo branco.

Purtroppo, i lupi solitari vanno incontro a numerosi pericoli (la loro mortalità si attesta sui cento individui l’anno).

La morte è dovuta sostanzialmente a cause antropiche (bracconaggio, incidenti stradali, ecc.), ma in certi casi sopraggiunge per via dell’aggressione da parte di altri lupi, nel caso di “sconfinamento” in territori già occupati.

Ad ogni modo, la capacità di dispersione dei giovani rappresenta il veicolo più certo per la colonizzazione di nuove aree disponibili, anche a diverse centinaia di chilometri di distanza dal branco d’origine. 

È stato proprio questo fenomeno a far sì che a partire dalla popolazione appenninica, sia avvenuta la naturale espansione del lupo, che ha raggiunto le Alpi a partire dagli anni ’90.

Sfatiamo qualche mito:

1) il pericolo di sovrappopolazione 

Contrariamente a quanto si pensi, quando un branco si stabilizza in un’area, non c’è alcun rischio di sovrappopolazione, in quanto il numero degli esemplari è regolato dalla biologia intrinseca alla specie.

L’insediamento di nuovi branchi in nuovi territori aumenta ma il numero di lupi a livello locale rimane quello degli animali presenti nel branco stabile.

2) il lupo attacca l’uomo?

Complice la fiaba di Cappuccetto Rosso, il lupo ha la fama di “mangiatore di uomini”.

In realtà, l’ultima testimonianza di aggressione nei confronti dell’uomo risale al 1805. 

Come abbiamo detto, questo splendido animale ha paura degli esseri umani e cerca di starne alla larga.

Pare che riesca a fiutarne la presenza a più di 1 Km di distanza e si allontana ancora prima di farsene accorgere.

Può capitare di incontrare casualmente individui in dispersione ma è un evento assai raro e in ogni caso basta un rumore per metterli in fuga.

3) il lupo è davvero solitario?

La frase “Lupo solitario” è un po’ una leggenda metropolitana. In effetti, i lupi sono animali sociali. I lupi solitari sono i cosiddetti lupi “omega”, gli esemplari in fondo al branco, che si allontanano andando in dispersione.

Qualche curiosità sul detto: “In bocca al lupo”

Il lupo ha dato origine a diverse citazioni, una delle più celebri è l’espressione “In bocca al lupo“, con la quale auguriamo buona fortuna a qualcuno. 

Normalmente, la risposta che noi diamo dopo aver ricevuto questo augurio è “Crepi il lupo”, che suona come un monito “attento a non finire nella bocca del lupo”.

In realtà non è così, all’in bocca al lupo bisognerebbe rispondere “Grazie”. Scopriamo perché.

L’origine dell’espressione e relative risposte 

1) Per i latini, augurare “in bocca al lupo” aveva un’accezione positiva, per via dell’origine mitica di Roma (riconducibile alla leggenda di Romolo e Remo). I due pargoli erano infatti finiti nella “bocca della lupa” che li aveva salvati dalle acque del fiume Tevere.

Il “crepi il lupo”, veniva usato solo dai cacciatori di lupi, per augurare ai propri compagni di non finire tra le fauci dell’animale.

2) A Siena, città del Palio, esistono la contrada “Della Lupa” e la contrada “Dell’Istrice”, rivali tra di loro. 

Un appartenente alla contrada dell’Istrice, in risposta a “in bocca al lupo” tuona “Crepi il lupo, la lupa e tutti i Lupaioli”.

I nuovi programmi di conservazione 

Al netto delle opinioni passate e future, il lupo è una specie che va preservata oggi più che mai.

Attualmente, sono sempre più numerosi i programmi di conservazione della specie, come il “Progetto Lifewolfnet”, finanziato dall’Unione Europea o il “Progetto Lupo” avviato dal WWF.

A loro si deve il tentativo di ridurre i fattori che espongono il lupo a rischi elevati. Come il bracconaggio, l’ibridazione causata dall’accoppiamento con cani rinselvatichiti e il randagismo, che rappresenta una grande minaccia per la sua sopravvivenza.

Sono proprio i cani rinselvatichiti, che singoli o in branco, possono attaccare il bestiame.

Purtroppo le loro aggressioni sono spesso confuse con quelle dei lupi e la riposta da parte degli operatori zootecnici è spesso violenta: esche avvelenate, lacci e tagliole, sono solo alcuni degli strumenti utilizzati illegalmente per uccidere gli animali.

Ciò non solo causa una morte lenta e dolorosa ma rappresenta un pericolo anche per tanti altri animali che abitano le zone montane.

Chi è il disadattato? 

Le minacce nei confronti del lupo, dunque, non sono terminate, e anche in presenza di leggi e programmi a sua tutela, questa specie è tuttora a rischio.

Per salvare il lupo dobbiamo:

  1. prendere coscienza che se tra noi e lui c’è un disadattato non è certo il lupo. Esso, infatti, è riuscito benissimo ad adattarsi all’uomo, mentre gli uomini non sono riusciti a fare lo stesso nei suoi confronti.
  2. uccidere la sua immagine, quel lupo immaginario che, lungi dall’essere lo specchio di quello reale, è solo una nostra invenzione.

E ancora oggi che è tornato, non possiamo permetterci di abbassare la guardia, il “lupo cattivo” è sempre in agguato.

Conclusioni: povera Cappuccetto Rosso? No! Povero lupo!

Una delle immagini che più ha sconvolto la nostra infanzia, è quella del lupo cattivo che mangia la piccola e indifesa Cappuccetto Rosso.

Nella favola dei fratelli Grimm, il lupo venne sconfitto, nel più classico dei finali.

Diversamente aveva pensato Perrault, l’autore della fiaba originale, in cui non esiste il lieto fine, sia la nonna sia la bambina vengono mangiate dal lupo.

Oggi, stiamo imparando a rivalutare questo bellissimo animale e sarebbe il caso che si raccontassero fiabe ben diverse.

Magari si potrebbe parlare di un povero lupo, che rischia di estinguersi, la cui sorte sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza degli ecosistemi (di cui tutti noi facciamo parte). E magari Cappuccetto Rosso potrebbe essere la sua migliore alleata. 

Sta a noi chiudere il libro delle fiabe per riscoprire una realtà ben diversa su questo affascinante animale.

 “Il mondo ha bisogno di un luogo dove i lupi compaiano ai margini del bosco, non appena cala la sera, perché un ambiente capace di produrre un lupo è un ambiente sano, forte, perfetto” (G.Weeden)

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