lunedì, Aprile 22, 2024

I jeans che rispettano l’ambiente: sostenibilità in stile denim

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NEL MONDO DELLA MODA, I BLUE JEANS SONO DA TEMPO UN’ICONA DI STLE SENZA TEMPO. TUTTAVIA, IL LORO PROCESSO DI PRODUZIONE PUÒ AVERE UN PESANTE IMPATTO AMBIENTALE. TRA I COLPEVOLI, I COLORANTI BLU CHE CONFERISCONO AL TESSUTO LA CARATTERISTICA COLORAZIONE INDACO. FORTUNATAMENTE, È STATO PROGETTATO UN INNOVATIVO METODO DI PRODUZIONE PER CONFEZIONARE JEANS SOSTENIBILI

I blue jeans nella storia

I blue jeans hanno una storia affascinante che risale al 1873, quando un sarto di nome Jacob Davis e l’imprenditore Levi Strauss progettarono il primo modello a San Francisco, California. L’idea era di creare un capo di abbigliamento resistente e durevole da far indossare ai minatori durante la corsa all’oro. Utilizzando tela di cotone resistente chiamata “denim“, Davis e Strauss rinforzarono le cuciture dei pantaloni con rivetti metallici, creando così un capo che sarebbe diventato iconico in tutto il mondo.

Quanto al nome “blue jeans“, deriva dal fatto che il tessuto veniva tinto con un colorante naturale bluastro derivato dalla persicaria giapponese (Persicaria tinctoria), un arbusto della famiglia delle Fabacee (o Leguminose).

La scelta del colore non era solo una questione di estetica: il blu indaco riusciva a mascherare lo sporco e l’usura, rendendo, così, i jeans ideali per lavori pesanti e attività all’aperto.

Jeans invece deriverebbe dalla pronuncia della parola francese “Gênes” cioè Genova, città in cui la tela di denim era in origine prodotta. 

Con il passare degli anni, i blue jeans sono diventati molto più di un semplice capo di abbigliamento per i lavoratori manuali. Negli anni ’50 e ’60, hanno rappresentato un simbolo di ribellione giovanile e contro-cultura.

Star del cinema come James Dean e Marlon Brando li sfoggiarono nel loro film cult. Oggi, vengono prodotti miliardi di capi in denim, con un mercato globale valutato a 63,5 miliardi di dollari solo nel 2020.

Insomma, i jeans sono un elemento basic della moda casual e urbana, indossati da persone di tutte le età e fasce sociali. Ma veniamo alla questione della colorazione.

Dal vecchio al nuovo: una rivoluzione nella tintura dei blue jeans “verdi”

La tintura di un singolo paio di jeans può richiedere fino a 110 litri d’acqua. Quanto agli additivi chimici utilizzati durante il processo, oltre a essere potenzialmente cancerogeni, sono molto inquinanti. I solventi finiscono nelle acque reflue (quelle di scarico) e si riversano nei corsi d’acqua vicini alle fabbriche, devastando gli ecosistemi locali e tingendo di blu persino i fiumi.

Ebbene, in passato, erano stati creati dei batteri capaci di produrre un colorante sostenibile. Tuttavia, non si era riusciti a utilizzare in modo efficiente una tintura su scala industriale.

Oggi però, un team danese guidato da Ditte Hededam Welner, biologa del Novo Nordisk Foundation Center for Biosustainability di Lyngby (Danimarca) ha trovato una soluzione più “verde”.

Al centro di questa innovazione c’è l’indican, un composto presente nelle stesse foglie delle piante che producono l’indigo. 

Quando queste vengono schiacciate, rilasciano un intenso blu che può resistere al processo di produzione su vasta scala meglio dei metodi precedenti.

Per esplorare ulteriormente l’efficacia di approcci sostenibili alla tintura con l’indican, il team ha utilizzato la luce (dal sole alle lampadine domestiche) per tingere il denim. I risultati sono stati sorprendenti: lasciando il tessuto con l’indican e l’acqua esposti alla luce solare su un davanzale, è stato possibile convertire l’indican in indigo senza nemmeno l’aggiunta dell’enzima. Risultato?

Il nuovo blu ecologico 

Secondo i risultati dello studio, l’utilizzo dell’enzima per la tintura con l’indican riduce l’impatto ambientale del 92% rispetto alla tintura convenzionale, mentre l’uso della luce per lo stesso scopo abbatte l’impatto ambientale del 73%.

«Sostituire la chimica aggressiva con processi più verdi è la direzione giusta», afferma Sergiy Minko, chimico dell’Università della Georgia. «Anche se potrebbe essere un viaggio lungo e difficile, ogni passo in questa direzione è un passo verso un futuro più sostenibile».

Sfide e speranze nella corsa verso la sostenibilità del denim

Nonostante gli avanzamenti tecnologici nel settore tessile, la strada verso la sostenibilità dei jeans è ancora disseminata di sfide.

Oltre alle problematiche legate alla tintura, c’è l’enorme questione del consumo d’acqua. 

Adam Taubenfligel, cofondatore di Triarchy, un’azienda di denim sostenibile, definisce i metodi tradizionali di produzione dei jeans “terribilmente consumistici”.

Triarchy ha adottato un approccio innovativo, utilizzando tecnologie non convenzionali per creare jeans dal look vintage senza utilizzare acqua o sostanze chimiche. 

L’azienda ha anche fatto passi avanti nel riciclo dell’acqua di fabbrica e nella riduzione della plastica, una sfida significativa data la presenza di fibre sintetiche che contengono plastica e, quindi una delle principali fonti di microplastiche.

Nonostante questi progressi, l’attuazione di pratiche sostenibili non è sempre facile o economica. Ditte Hededam Welner, sottolinea che il passaggio alla tintura enzimatica o alla tintura a luce LED comporta costi aggiuntivi. Tuttavia, Welner è convinta che i benefici ambientali superino di gran lunga i costi aggiuntivi.

Ma il vero cambiamento potrebbe verificarsi solo se le grandi aziende di abbigliamento adottassero pratiche più responsabili. Taubenfligel rimane ottimista riguardo al futuro, sperando che le tecnologie innovative diventino la norma nel settore tessile. «La mia speranza è che, col tempo, tutte queste tecnologie saranno adottate e avremo un’industria molto più pulita per tutti», afferma.

In un’epoca in cui la sostenibilità ambientale è fondamentale, è incoraggiante vedere che l’industria del denim sta facendo progressi significativi verso la riduzione del suo impatto ambientale.

Fonte

National Geographic

Numero verde ONA

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