Habitat, Covid-19 e inquinamento

habitat tramonto

Mai si è guardato agli habitat quale prima linea di difesa contro la diffusione dei virus

In Italia la diffusione del SARS-CoV2-19 si è concentrata nelle regioni del nord, mentre è stata molto contenuta nelle regioni del sud. La disparità dei contagi nell’intera penisola ha spinto gli studiosi a formulare alcune ipotesi sulla differente propagazione del virus. Dovuta probabilmente all’inquinamento.

Il “Centro studi ricerche e formazione”, dell’Associazione Scientifica Biologi Senza Frontiere (Asbsf), ha effettuato un approfondito e interessante studio. Titolo della ricerca: “Covid 19, inquinamento, impronta ecologica, clima, proposta di strategia per le aree interne, Borghi del Benessere”.

Autori del lavoro Teresa Pandolfi, Matteo Olivieri e Giovanni Misasi. I ricercatori si sono posti i seguenti interrogativi: la diffusione del virus potrebbe essere stata favorita dai livelli di inquinamento atmosferico? Le polveri sottili che fluttuano nell’aria come il Pm10 e il Pm2,5 possono fungere da vettori del virus ampliandone la diffusione? È possibile una correlazione tra esposizione prolungata dell’habitat agli inquinanti atmosferici e maggiore vulnerabilità al virus? Considerato che il Covid-19 causa complicanze respiratorie?

In seguito all’analisi di molti dati e a ricerche mirate, i tre studiosi hanno individuato alcuni fattori che potrebbero essere alla base della diffusione del virus. Quindi hanno indicato la strada da seguire in futuro per evitare altre pandemie.

Correlazione geografica

Wuhan, Cina, gente per strada con la mascherina anti-covid
Wuhan, Cina, gente per strada con la mascherina anti-covid

È ormai assodato che esiste una correlazione geografica fra le zone più colpite dal coronavirus e quelle maggiormente inquinate: Wuhan in Cina; Pianura Padana, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, in Italia

«La Val Padana – affermano Pandolfi, Olivieri e Misasi – secondo il dossier Esa (Agenzia Spaziale Europea) è fra le regioni più inquinate di Europa (è al secondo posto per decessi da PM2.5). Si apprende da uno studio continuativo pubblicato su The Lancet (Countdown on Health and Climate Change) che l’Italia è il primo paese in Europa, e undicesimo nel mondo, per morti premature da esposizione alle polveri sottili Pm2.5. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), l’aria inquinata uccide ogni anno 80mila persone solo in Italia. Diversi studi confermano che l’esposizione prolungata all’aria inquinata può predisporre all’aggravamento della patologia polmonare. La continua antropizzazione del territorio allo scopo di trasformarlo, alterarlo e adattarlo agli interessi e alle esigenze di una società in pieno progresso, ha portato ad effetti ecologicamente deleteri in termini di modificazioni ambientali. Modificazioni spesso irreversibili che hanno portato ad una alterazione degli equilibri naturali, come ad es. l’emissione di gas serra che aumenta progressivamente con la crescente attività operativa dell’uomo. Il consumo di suolo è in aumento soprattutto nelle regioni industrializzate per costruzioni di infrastrutture, abitazioni… L’impatto ambientale dell’antropizzazione moderna è maggiore rispetto al passato, non solo per l’aumento della popolazione ma anche per inquinamento e perdita di biodiversità».

Gas serra e anomalie climatiche

Gli autori dello studio si soffermano inoltre sul Rapporto speciale “Cambiamenti climatici, desertificazione, degrado terrestre, sostenibilità del territorio, sicurezza alimentare e flussi di gas serra negli ecosistemi terrestri”.

La relazione è stata presentata ad agosto 2019 dall’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Questa sottolinea la connessione tra l’aumento delle emissioni antropiche di gas serra (in particolare anidride carbonica e metano), derivanti soprattutto dall’estinzione di combustibili fossili, dalla deforestazione e dall’allevamento di bestiame, con le anomalie climatiche cui stiamo assistendo in questi anni.

«Secondo l’IPCC – fanno notare gli autori – entro la fine di questo secolo la temperatura media superficiale aumenterà a livello globale di almeno 1,5°C, rispetto al periodo 1850 -1900. I cambiamenti climatici possono peggiorare la qualità dell’aria, favorendo il trasporto e la dispersione degli inquinanti, oltre a favorire la loro trasformazione in inquinanti secondari. Le condizioni atmosferiche più critiche si generano in quei periodi di stabilità atmosferica, durante i quali risulta limitato il ricambio d’aria nei bassi strati dell’atmosfera. Oltre alla meteorologia, anche le caratteristiche del territorio hanno un ruolo importante nel determinare i livelli di concentrazione degli inquinanti. La Pianura padana, ad es., è circondata su tre lati da montagne che limitano fortemente la circolazione dell’aria. Pertanto, in presenza di inversione termica, situazione tipica dei periodi freddi che inibisce il rimescolamento verticale dell’aria, si generano condizioni di stabilità che favoriscono l’accumulo degli inquinanti emessi al suolo».

Smog e rischio salute

Dal dossier di Legambiente “Mal’aria di Città 2019 – Edizione Speciale” (rapporto sull’inquinamento delle città italiane) emerge che il livello di smog in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna è tra i peggiori in Europa.

E il peggiore in Italia in termini di particolato. Legambiente sostiene che l’inquinamento atmosferico è al momento la più grande minaccia ambientale per la salute umana ed è percepita come la seconda più grande minaccia per l’habitat dopo il cambiamento climatico.

Dalla marcata diffusione in queste regioni del coronavirus, si può dunque ipotizzare una correlazione tra alto grado di inquinamento e Covid-19.

«Un “position paper” realizzato da alcuni esperti delle Università di Bologna, Bari, Trieste, Milano e della Società italiana di medicina ambientale – scrivono Pandolfi, Olivieri e Misasi – ha avanzato una correlazione tra i superamenti dei limiti per il PM10 nelle centraline di alcune città e il numero di ricoveri da Covid–19.

È noto che il particolato atmosferico funziona da carrier, ossia da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici. Inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide. Queste, in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze».

Il mondo post-pandemia e la simbiosi con l’habitat

Risulta, a questo punto, fondamentale evitare che in futuro l’umanità possa essere colpita da altre pandemie. È indispensabile mettere in atto misure idonee a limitare immani catastrofi. Cosa fare, dunque?

«Per troppo tempo abbiamo tollerato il degrado degli habitat – concludono gli autori dello studio – pensando che ciò fosse necessario per promuovere lo sviluppo economico. E invece tutto ciò si è tradotto unicamente in un deterioramento della nostra qualità di vita. Si è guardato a foreste, fiumi, mari unicamente come riserve di biomassa da sfruttare a basso costo. Mentre poca o nulla attenzione è stata rivolta ad essi in quanto rigeneratori di risorse naturali, ossia quali riserve di carbonio in grado di assicurare la prosecuzione della vita sulla Terra. Mai si è guardato agli habitat quale prima linea di difesa contro la diffusione dei virus. Né mai si è provato a trovare soluzioni innovative ai problemi comunitari senza dover per forza intaccare il capitale naturale. Finora abbiamo sottovalutato questo aspetto, ma ora è arrivato il momento di cambiare, e la pandemia ci impone di farlo. Solo sfidando i paradigmi oggi dominanti si potranno proporre soluzioni alternative e consentire alla società civile di prosperare anche sotto le condizioni più avverse, con una migliore qualità di vita, come quella che si svolge, per esempio, nei piccoli borghi, dove si può ancora vivere nel rispetto della natura, dell’uomo e dell’ambiente».

Leave a Comment

Your email address will not be published.