martedì, Aprile 20, 2021

Foreste: dalla selva oscura al disboscamento

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Dalla sacralità dell’Albero cosmico all’immagine poetica delle foreste fino alla deforestazione del nostro secolo

Da sempre l’immagine delle foreste è stata fonte di ispirazione per poeti e scrittori. Boschi e alberi sono fondamentali per l’esistenza umana. Assorbono il 26% delle emissioni umane di CO₂ e, di conseguenza, rappresentano una sorgente di vita per tutti gli esseri viventi.
Immagini suggestive sono presenti ovunque nella cultura letteraria, foreste, querce secolari, dall’esaltazione della loro bellezza alle inquietanti sensazioni che si insinuano nell’animo in luoghi oscuri e misteriosi. O ancora simbologia e forza per coloro che godono del piacere di camminare in un immenso spazio armonioso in cui ritrovare sé stessi e l’equilibrio fra uomo e Natura.

“Un albero è bello, ma ancor di più, ha diritto alla vita; come l’acqua, il sole e le stelle, è essenziale. La vita sulla terra è inconcepibile senza alberi”. Anton Čechov

In alcune religioni antiche l’albero era considerato sacro. L’Albero cosmico era venerato nella mitologia antica e rappresentava la comunicazione tra tre mondi: quello degli abissi, della terra e del cielo. Era fonte di vita e adorazione.
Nella mitologia greca le ninfe Driadi erano anime arboree e, come narra la leggenda, strettamente legate all’albero sacro. Se tagliato lamenti e sangue si sarebbero espansi sulla terra, il pianto delle ninfe.

Chi non conosce il più famoso incipit letterario?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita”.
Dante Alighieri

Dante nella selva oscura. Illustrazione di Gustave Dorè

La letteratura italiana è impregnata dall’immagine delle foreste a partire dalla selva oscura di Dante, nel I canto dell’Inferno della “Divina Commedia”, che simboleggia un luogo di smarrimento spirituale e di perdizione. Acquista così un fascino misterioso verso l’ignoto e l’inizio di un cammino che porterà alla conoscenza della verità. L’immagine di una “divina foresta spessa e viva” ricompare nuovamente nella commedia nel “XXVIII Canto del Purgatorio”. Alla selva infernale del peccato e dello smarrimento si contrappone questa foresta incantevole sulla sommità del monte del Purgatorio, l’inizio per l’ascesa all’empireo e per il processo di purificazione. Ricorda, infatti, il giardino dell’Eden, dalla bellezza pura e incontaminata prima che il peccato entrasse nel mondo. Quindi la foresta dantesca è un luogo di arrivo e di limite dove lascerà la sua fedele guida, l’illustre poeta latino Virgilio, per ritrovare Beatrice, l’amata donna che simboleggia Dio.

Anche in Petrarca, padre della poesia lirica italiana, ritorna il topos della selva come smarrimento. Nel madrigale 54 del “Canzoniere”, il poeta si perde in una selva a causa della bellezza di una donna sconosciuta ma viene poi chiamato da una voce dal cielo che lo rimprovera ricordandogli la retta via. Ma non solo, il lauro, ad esempio, è l’albero le cui foglie rappresentano la consacrazione letteraria (Petrarca venne incoronato a Roma, al Campidoglio con una corona di foglie d’alloro dal re Roberto d’Angiò). E di alloro sono le foglie che incoronano il momento più significativo delle vite di molti: la laurea.

Apollo e Dafne
Apollo e Dafne, scultura del Bernini

Il lauro era quindi un albero sacro, Petrarca chiamò la donna amata Laura, proprio per questo motivo. A questa pianta si ispira il mito ovidiano delle “Metamorfosi” in cui la bella ninfa Dafne per sfuggire ad Apollo, si trasformò in questo celebre albero.

Ancora nel Canzoniere di Petrarca ritroviamo la trasformazione (o metamorfosi) del poeta in lauro in cui il Petrarca rovescia il mito ovidiano di Dafne: l’accento non cade qui sulla frustrazione del desiderio, ma sulla condizione di base dell’amante, totalmente identificato nell’oggetto dell’amore e perciò spossessato della propria identità (Canzoniere,23, nota del Prof. Marco Santagata)

Non ha ancora finito la preghiera che un profondo torpore si diffonde nelle sue membra, il morbido petto è circondato da fibre, i capelli si trasformano in foglie, le braccia in rami”. Ovidio, Metamorfosi I, versi 548-550

“Ché sentendo il crudel di ch’io ragiono
 infin allor percossa di suo strale
 non essermi passato oltra la gonna,
 prese in sua scorta una possente donna,
 ver’ cui poco già mai mi valse o vale
 ingegno, o forza, o dimandar perdono;
 e i duo mi trasformaro in quel ch’i’ sono, facendomi d’uom vivo un lauro verde,

che per fredda stagion foglia non perde”. Canzoniere,23, Petrarca

Francesco Petrarca, l’incoronazione poetica con la corona di foglie d’alloro

Complessa è la simbologia metaforica del Canzoniere e Petrarca gioca sulla parola Laura, l’aura (brezza vitale) sinonimo di aurora, la nascita di un nuovo giorno e di rinnovamento spirituale (mutatio vitae). È anche un latinismo che simboleggia l’oro non per il suo valore commerciale ma per i valori morali che superano quelli materiali. Erano d’oro i capelli della donna amata, angelica in alcune poesie come la 90, tentatrice in altri.

“Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
  che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
  e ’l vago lume oltra misura ardea
  di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi
” Petrarca, Canzoniere

Tutta la letteratura, italiana e internazionale, è legata all’immagine delle foreste, come quella incantata di Shakespeare, gli alberi e la natura incontaminata come rifugio spirituale in “Siddhartha” di Herman Hesse, la valenza simbolica della Natura nei “I dolori del giovane Werther” opera del genio tedesco Goethe. Potrei continuare all’infinito.
Poesia, letteratura, religione, mitologia e filosofia abbracciano la Natura per contemplarla o come metafora dell’essere.

“Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi”. (Detto dei nativi americani)

Un tempo simbolo sacro e di ispirazione, le foreste oggi vengono tagliate, mutilate, si pensi alla foresta amazzonica, un patrimonio naturale inestimabile da cui dipende l’intera esistenza del nostro pianeta. Dal 1988 al 2017, abbiamo perso in media ogni anno una superficie di foresta tropicale pari a 12mila km², con dei picchi di deforestazione fino a 28mila km². ​
La principale causa che minaccia la sopravvivenza del polmone verde del nostro pianeta è la deforestazione: solo nel territorio brasiliano stiamo perdendo una superficie di foresta pluviale equivalente a oltre tre campi da calcio al minuto. 
Storicamente in questa regione una delle tecniche utilizzate per espandere le aree per le coltivazioni, gli allevamenti e le miniere è l’utilizzo del fuoco. Nella gran parte dei casi, gli incendi sono ,poi, difficilmente gestibili. Secondo l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (INPE) solo da quest’anno gli incendi in quel Paese sono aumentati dell’83% rispetto allo stesso periodo del 2018, mentre sono circa 73mila i roghi registrati in tutta la foresta amazzonica. Fonte WWF.

Il polmone della terra

foreste di alberi abbattuti
Intere foreste si abbattono per profitto

Ormai dappertutto, alberi e foreste sono abbattuti in nome di un “progresso” che porta alla distruzione. Qui in Italia miglia di alberi vengono tagliati indiscriminatamente . Non un sano progresso ma un accanimento per il denaro e una supposta “evoluzione” a discapito della Natura e di conseguenza della specie. Un’autodistruzione dell’uomo.
Alberi abbattuti le cui urla si espandono avvolgendo il mondo di tenebre e se questo non avrà fine porterà alla morte. L’ossigeno della vita sta per essere reciso e l’uomo deve fermarsi se vuole salvare la natura e di conseguenza sé stesso.

Il corso “Foreste il polmone della terra” WWF

foresta pluviale
Una foresta pluviale in Sud America

Nei giorni scorsi il WWF ha organizzato, in occasione della giornata delle foreste, un corso disponibile gratuitamente su One Planet School, il portale di e-learning WWF. Il percorso è articolato in dieci lezioni in cui emerge la bellezza e complessità degli ecosistemi forestali, la biodiversità che in essi si cela e il loro valore naturale ed economico. Inoltre, si parla anche di riproduzione vegetale e di popoli che ancora abitano le foreste primarie dall’Asia al Sud America passando per il continente africano. Sono presentati gli effetti benefici, per lo sviluppo psicofisico di bambini e adulti, del vivere in un ambiente naturale sano. Il corso svela le minacce che stanno riducendo drasticamente le foreste di tutto il pianeta, dai cambiamenti climatici alla scelta dei beni che acquistiamo, ma aiuta anche a capire cosa può fare il singolo, e cosa si sta muovendo al livello nazionale e internazionale.

I magnifici dieci alberi monumentali nelle oasi del WWF: testimoni della Natura e della storia

Molti di essi erano già lì quando i mille garibaldini sbarcarono a Marsala, nel 1860. Alcuni di essi ombreggiavano già quando in Francia infuriava la Rivoluzione francese, o quando Alessandro Manzoni scriveva i Promessi Sposi. Alberi monumentali che impreziosiscono le aree naturali con il loro maestoso portamento, testimoni della storia, del luogo e del tempo. Boschi e foreste sono, assieme alle aree umide costituite da stagni, laghi e lagune, gli habitat maggiormente rappresentati all’interno della rete di aree protette del panda. All’interno di foreste antiche e perciò preziose per la nostra biodiversità, spiccano molto spesso alberi secolari o plurisecolari, che il WWF ha censito:

1) Le querce dell’Oasi fluviale del Molino Grande

Il fascino infinito di alcuni alberi monumentali lungo il corso del fiume Idice ha spinto, circa quaranta anni fa, un gruppo di soci WWF a rinaturalizzare le sponde del fiume. Questo per dar vita a quella che oggi è l’Oasi WWF e Parco fluviale del Molino Grande, in Emilia-Romagna. Sono roverelle in filare con una circonferenza variabile dai 3,50 a 3,70 metri. Innegabile il loro valore e la loro forza e potenza, testimonianza del passaggio del tempo. 

2)I castagni dell’oasi di Montovolo

Si estende per circa 80 ettari sul fianco nord-est del Montovolo, nella media valle del Reno in Emilia-Romagna, l’Oasi WWF omonima. Acquistata attraverso donazioni e lasciti, ospita estesi boschi di castagni di notevoli dimensioni. Due in particolare, lungo il sentiero che porta alla cima del monte (dove si trova il Santuario) raggiungono una circonferenza di circa 7,50 mt. che fa presupporre un’età di circa 350/400 anni.  

3) I patriarchi dell’Oasi WWF dei Ghirardi

La Riserva dei Ghirardi (PR) ospita circa 30 individui censiti e oltre un centinaio di esemplari complessivi, di roverella (Quercus pubescens) con dimensioni “monumentali” secondo la definizione della legge regionale dell’Emilia-Romagna. La maggior parte ha una età compresa tra i 200 e i 250 anni. L’esemplare più grande è quello in località Pradelle, presso il Centro Visite, di oltre 5m di circonferenza a petto d’uomo, alto circa 15 m.  

4) I tre frati dell’Oasi WWF Guardiaregia Campochiaro

In località Tre Frati della Riserva regionale Oasi WWF Guardiaregia-Campochiaro in Molise, nella ricca e per molti tratti ben conservata faggeta alle pendici di Monte Mutria, troviamo alcuni faggi secolari. Il più vetusto è un vero e proprio patriarca della natura, con un’età stimata di oltre 400 anni. Gli altri esemplari “dimostrano” un’età tra i 250 ed i 300 anni per un’altezza che va dai 28 ai 32 metri.  I faggi, che da secoli sono denominati “I Tre Frati” per la leggenda di tre fratelli impiccati sul posto per furto di bestiame, non sono mai più stati tagliati in memoria del tragico episodio. Ancora oggi sotto le imponenti fronde si respira un’atmosfera che sa di magia e di antiche leggende. 

5) La grande Farnia nel bosco Pantano di Policoro

Il bosco Pantano di Policoro rappresenta l’ultimo lembo di foresta planiziale rimasto nel Sud Italia e tra i pochissimi nel Sud Europa. Ben sessanta le piante di farnia censite grazie al progetto di recupero e rinaturaizzazione “L’ultima foresta incantata”, assieme a Regione, Università della Basilicata e Fondazione con il Sud. Tra le quali spicca un esemplare dall’età presunta di 100-200 anni, 20 metri d’altezza e 283 cm di circonferenza massima.

6) Il grande ulivo di torre

A metà tra Valle D’Itria e Salento, in quella fascia che si lascia alle spalle e si tuffa verso il mare, insiste l’uliveto secolare di Serranova nell’oasi di Torre Guaceto. Qui, tra gli altri, emerge il Grande Ulivo del Crocifisso.  Un tronco grande, scavato dal tempo e avvolto dalla enorme chioma, è uno dei grandi vecchi che si trovano negli uliveti di Torre Guaceto, ma il suo destino si lega ad una storia che viene da lontano, e che parla di una tempesta, di un naufragio, di un salvataggio.  Ancora oggi l’omaggio al Crocifisso e all’ulivo viene ripetuto nella prima domenica di maggio. 

7)Gennarino, la quercia monumentale degli Astroni

Con oltre 400 anni di età, Gennarino è la più famosa tra le querce monumentali dell’Oasi WWF Cratere degli Astroni a Napoli. Appartenente a una specie che un tempo formava in Italia estese foreste planiziali, la farnia, Quercus robur, si erge al centro di una radura naturale ricca di pomici. Oggi rappresenta un hot spot di biodiversità grazie alla sua capacità di ospitare numerose altre specie animali e vegetali come il picchio rosso maggiore e il cerambice notturno della quercia.

8) La grande sughera di Burano

Considerata la nonna di tutte le piante dell’Oasi maremmana, questo albero è cresciuto nella parte retrodunale e ha un aspetto unico e suggestivo, tant’è che è stata proposta dalla regione Toscana tra le piante monumentali per il suo alto valore estetico-paesaggistico. Ha una circonferenza di appena 260 cm pur essendo plurisecolare (400 anni) a causa del fenomeno del bonsaismo, dovuto alle condizioni geo-morfologiche del luogo. Nella sua corteccia si può leggere la storia del territorio e spesso i bambini in visita sono invitati ad ascoltare il suo cuore. Il diametro della chioma è di 18, 40 metri, l’altezza è di oltre 11 metri.

9) Il leccione di Bosco Rocconi

È la più vecchia sentinella dell’Alta Valle dell’Albegna, all’interno della Riserva Naturale e Oasi WWF Bosco Rocconi, nella Maremma interna, in un luogo di difficile accesso, nascosto dalla fitta vegetazione che ricopre la valle del Torrente Rigo, sotto il Sasso del Famo, luogo impervio e selvaggio.  Il leccione, sopravvissuto anche a un fulmine che ne ha lasciato visibili segni, è stato proposto dalla Regione Toscana per l’inserimento tra le piante monumentali. Ha una circonferenza a terra di 6,50 metri, con una chioma del diametro di 15 e un’altezza di 18.

10) Le querce secolari di Pian Sant’Angelo

L’Oasi e Monumento naturale di Pian Sant’Angelo, nel Lazio settentrionale in provincia di Viterbo si caratterizza – oltre per le tipiche forre, veri e propri canyon naturali – per il fatto di conservare il paesaggio agricolo “antico” con tutti i suoi elementi caratteristici tradizionali, come siepi e grandi roverelle plurisecolari in mezzo ai campi.

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