Emissioni, continua la sfida sul clima

Aumentano gli sforzi per ridurre le emissioni e limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi

L’aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera e il conseguente riscaldamento globale, stanno avendo effetti devastanti sull’intero pianeta, come lo scioglimento di ghiacci e ghiacciai e il crollo della resa agricola in molte aree della Terra.

Secondo i dati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC, se entro il 2100 non si riduce la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, la temperatura potrebbe salire dai 6 ai 12 gradi centigradi: di conseguenza i mari si alzerebbero di 75 metri e un terzo delle città del globo sarebbe inondato; l’acqua di mare entrerebbe nei fiumi e renderebbe aridi i terreni mettendo a rischio la produzione di acqua dolce e i prodotti dell’agricoltura e aumenterebbe la desertificazione.

Il punto di non ritorno, secondo l’IPCC è il 2035, entro il quale tutti i Paesi del mondo devono ridurre il consumo di petrolio e aumentare la quota di energia rinnovabile del 2 percento l’anno.

Nonostante le affermazioni di tanti scienziati di ogni angolo della terra, i cosiddetti negazionisti affermano, invece, che l’aumento della temperatura terrestre è dovuto a un fenomeno ciclico e che l’aumento di emissioni di CO2 ne è la conseguenza.

La Global Warming Policy Foundation è l’associazione negazionista più forte, fondata da Lord Nigel Lawson, ex ministro delle Finanze inglese del governo Thatcher nel 2009.

A negare che l’aumento delle emissioni sia la causa dei mutamenti climatici è anche il presidente Donald Trump che a giugno scorso ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima (COP21). Anche se poi ha cambiato idea, come in politica, dove ci ha già abituati a ripensamenti a più riprese, sebbene ci siano voluti, in questo caso, due tornado e numerosi incendi sulla West Coast, per riaprire il dibattito, in questi giorni.

E proprio in West Coast, per discutere di problemi e soluzioni legati ai cambiamenti climatici, a San Francisco, California, dal 12 al 15 settembre scorso si è tenuto il Global Climate Action Summit.

All’evento sono intervenuti rappresentanti dei governi nazionali, regionali e locali, del commercio, dell’industria, del mondo accademico, che si sono confrontati per coordinare le condotte da adottare per la difesa del clima.

Tra i presenti anche l’ex vicepresidente americano e premio Nobel per la Pace Al Gore e la sindaca della città di Assisi (città gemellata con San Francisco) Stefania Proietti.

Il governatore della California Jerry Brown ha aperto il Global Climate Action Summit a San Francisco, California (USA) – Getty

Al Global Climate Action Summit hanno preso parte, non invitate, anche numerose associazioni indipendenti, che hanno protestato contro la classe politica, inattiva di fronte ai problemi della Terra. In particolare l’ONG Consumer Watchdog, ha contestato il governatore della California Jerry Brown, accusato di aver permesso l’estrazione di petrolio vicino ai centri abitati.

Al summit californiano ha partecipato anche il WWF, partner del Global Climate Action Summit, insieme con qualche centinaio di membri della coalizione We Are Still In, impegnati a lavorare sulle energie rinnovabili e l’efficienza energetica.

«In questa settimana è cresciuto lo slancio verso un’azione audace al prossimo round dei colloqui sul clima delle Nazioni Unite», ha detto Manuel Pulgar-Vidal, leader delle pratiche climatiche ed energetiche globali del WWF e membro del comitato consultivo del Summit. «Una marea di aziende e governi locali hanno intensificato i propri sforzi per affrontare la sfida climatica. Ora i governi possono arrivare in Polonia (sarà la città di Katowice a ospitare la COP 24, la prossima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, dal 3 al 14 dicembre 2018ndr) con un maggiore slancio e trovare il coraggio di impegnarsi per ridurre maggiormente le emissioni, in modo da avvicinarci all’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi».

Il vertice, durante il quale sono stati sottoscritti oltre cinquecento impegni, si è concluso con un appello ai governi «affinché cresca l’ambizione delle politiche climatiche per garantire a tutti un futuro sicuro».

A san Francisco, è stato ribadito il 30×30 Forest, Food and Land Challenge, obiettivo fissato l’11 giugno scorso al Global Climate Action Summit di Washington, dal WWF insieme con un’ampia coalizione di partner, “per fornire fino al 30% delle soluzioni climatiche necessarie entro il 2030″. Altri diciassette impegni sono stati, quindi, approvati per una migliore conservazione delle foreste e degli habitat; per una migliore produzione e minor spreco di cibo; per un uso migliore del territorio con la sospensione del consumo di suolo.

Il modo in cui usiamo la terra per produrre cibo e la silvicoltura provoca  il 24%, circa 12miliardi di tonnellate, delle nostre emissioni totali annue di gas serra. Un valore troppo alto per gli scienziati

Il suolo – e il modo in cui lo usiamo – rappresenta la seconda fonte di emissioni, è descritto in una nota del WWF ma può fornire fino al 30% delle soluzioni climatiche necessarie per raggiungere gli obiettivi di Parigi.

«Le azioni delle imprese, dei sindaci e dei governatori degli Stati Uniti, poi», ha aggiunto Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, «stanno dimostrando al resto del mondo che, nonostante la retorica di Washington, gli americani intendono mantenere la promessa fatta con l’Accordo di Parigi».

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