lunedì, Dicembre 5, 2022

Emergenza climatica: in Camerun tanti i rifugiati ambientali

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IN CAMERUN A CAUSA DELL’EMERGENZA CLIMATICA SCARSEGGIANO LE RISORSE. UN POPOLO IN FUGA DAI LUOGHI DI ORIGINE PER GLI SCONTRI ARMATI.

«Quando la violenza genera silenzio», cantava il gruppo rock irlandese “The Cranberries” nell’immortale “Zombie”, «ci dev’essere un errore».

E in questo caso, di questo grosso, grossissimo, sbaglio siamo tutti complici. Perché nasce da una disattenzione che ognuno di noi contribuisce ad accrescere e della quale, come al solito, a fare le spese è chi è nato nella fetta sbagliata del pianeta.

Nello specifico, in Camerun, dove gli scontri iniziati per lo scarseggiare delle risorse ha portato 30mila persone a fuggire verso il Ciad.

La regione camerunense dell’Estremo Nord sta fronteggiando da tempo l’emergenza climatica. Secondo il Global Resource Information Database del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, dal 1963 al 1998, il Lago Ciad si sarebbe ridotto del 95%.

Le dimensioni del settimo lago più grande del mondo dipendono dalle precipitazioni. La sua diminuzione negli ultimi anni è quindi dovuta alla scarsità delle piogge ma anche all’uso della sua acqua per irrigare i terreni coltivati circostanti.

Quello che risulta spesso dai tentativi di drenaggio è una fanghiglia appiccicosa che si incanala in fossati letali per il bestiame. L’equilibrio tra le diverse categorie di operatori che lavorano con le risorse del pianeta, si capisce, è labile e precario. Da qui le feroci dispute tra contadini e allevatori.

Cosa succede in Camerun: una panoramica

Gli scontri sono scoppiati domenica 5 dicembre a Ouloumsa per una disputa tra mandriani, pescatori e agricoltori per le risorse idriche in esaurimento. Da Ouloumsa le violenze hanno raggiunto altri villaggi di frontiera, radendone al suolo in totale dieci.

Tre giorni dopo, le agitazioni hanno raggiunto l’importante città commerciale di Kousseri, sulla sponda del fiume Logone, che segna il confine con il Ciad. Nella conta delle persone coinvolte, i 200mila abitanti del luogo, cui è stato sottratto un importante mezzo di sussistenza con la distruzione del mercato del bestiame. Ad oggi, in totale, 22 persone sono state assassinate e altre 30 ferite gravemente dall’inizio delle violenze.

Con l’attacco a Kousseri, almeno 10mila persone sono fuggite verso il Ciad, che si trova alla confluenza dei fiumi Longone e Chari. L’80% dei nuovi arrivi è composto da donne e minori, tutti diretti a N’Djamena, capitale e città più popolosa del Ciad.

Con 2,2milioni dei suoi abitanti che soffrono di malnutrizione e 3,7milioni in condizioni di insicurezza alimentare, il Ciad è al terzultimo posto per il progresso umano nella lista dell’UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.

Nonostante la sua perenne instabilità, però, la Repubblica del Ciad – come è ufficialmente definita – sembrerebbe la chiave di volta per l’equilibrio del Sahel. Dialoga infatti a doppio filo con le vicine Libia, Sudan, Mali, Burkina Faso, Nigeria e Niger.

Il Ciad accoglie inoltre quasi un milione tra rifugiati e sfollati interni. Già durante la prima esplosione della violenze, in agosto, aveva avuto un ruolo prioritario in questo senso. In quell’occasione 45 persone erano state uccise e 23mila costrette a fuggire dai luoghi di origine. 8mila e 500 tra queste, da allora, sono rimaste nel Paese.

L’appello dell’UNHCR

Se il numero dei rifugiati in Ciad è alto, in Camerun non può dirsi da meno: il numero dei rifugiati in Camerun è infatti di 1,5milioni. Le finanze necessarie all’UNHCR, la divisione ONU che tutela i rifugiati, non sono sufficienti per intervenire in entrambi i Paesi.

Le richieste per li 2021 in Camerun e in Ciad ammontano rispettivamente a 99,6 milioni di dollari e 141 milioni, ma sono finanziate solo per il 52 e il 54%. 

Quello che si domanda adesso non è solo un sostegno, un’attenzione economica maggiore alle richieste di tutti, ma anche una più consapevole coscienza ambientale. Darsi allo shopping sfrenato o comprare alimenti che non consumiamo possono sembrare azioni relative, poco importanti per l’andamento del nostro quotidiano.

È da tenere in considerazione, invece, quanto questo possa incidere su aree del mondo la cui distanza induce a credere che non dialoghino con la nostra realtà. Quante risorse il nostro incessante prendere toglie loro, quante vite mettiamo in pericolo, quanti giorni rendiamo loro più invivibili.

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