venerdì, Maggio 7, 2021

Educare alla sostenibilità. Il progetto europeo RSP

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«La sostenibilità si presenta come una necessità che implica una presa di posizione anche e soprattutto del mondo pedagogico poiché solo l’educazione sarà in grado di salvare l’uomo dalle “crisi”», Ernst Friedrich Schumacher, filosofo ed economista.

L’ingresso nel XXI secolo ha testimoniato l’avvento della Scienza della sostenibilità.

La nuova dottrina ha richiamato scienziati e ricercatori al nuovo ruolo di interfacce con decisori politici e stakeholders oltre a contribuire al Movimento scientifico internazionale della Scienza della Sostenibilità.

Il progetto Europeo Erasmus plus “A rounder sense of purpose” (RSP), una sperimentazione realizzata dall’Italia in collaborazione con Regno Unito, Cipro, Estonia, Olanda e Ungheria, ha definito un quadro di competenze primarie per educare alla sostenibilità in Italia e in Europa.

Il programma è stato portato a termine, dopo tre anni di lavoro, dall’Italian Association for Sustainability Science (IASS).

I risultati sono stati presentati a Roma, lo scorso 14 giugno nella sede della Società Geografica Italiana di Palazzetto Mattei, nel corso dell’evento realizzato in collaborazione con la Commissione Nazionale per l’UNESCO e il suo Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità (CNES).

Oggigiorno, il ruolo chiave della scuola e degli educatori in generale deve essere visto in relazione a quelle che saranno le generazioni di domani chiamate a governare. Tema focale dell’Agenda 2030 (UCNESA2030) per lo sviluppo sostenibile.

Pertanto, il modello stesso di educare è da ridefinire e si rende necessario attribuire nuove competenze per gli educatori.

Secondo il professor Stephen Sterling, della Higher Education Academy, «l’Educazione Sostenibile è il mezzo essenziale per apprendere un modo diverso di concepire il mondo e la nostra influenza su di esso».

L’agente del cambiamento, il nuovo educatore “sostenibile”, si chiama knowledge brokers, figura che richiede, però, sapere scientifico e conoscenza approfondita del territorio, per favorire processi di co-creazione e mediazione. «Contribuisce a disegnare e praticare approcci partecipativi di ricerca, usa la sua conoscenza scientifica nella sua pratica di membro della comunità», spiega Francesca Farioli, direttore IASS e responsabile del progetto RSP.

Ma chi è che educa gli educatori? E quali sono le competenze che occorrono per questi ruoli? «Una tra tante – spiega Michela Mayer, responsabile del settore Educazione di IASS – è la visione di futuro. La competenza di immaginare futuri possibili, diversi e sostenibili, verso i quali navigare insieme, evitando gli scogli e sfruttando al massimo i venti favorevoli».

Un primo strumento per formare e validare le competenze per educare alla sostenibilità è proprio “A rounder sense of purpose” (RSP), della IASS. «Se le competenze messe a punto in questo progetto si diffonderanno – spiega Paul Vare, dell’Università del Gloucestershire e Coordinatore del progetto RSP –, sapremo di poter costruire un’educazione con quello che abbiamo chiamato appunto “A rounder sense of purpose”». 


L’Italian Association for Sustainability Science ha sintetizzato in dodici competenze quelle trentanove della proposta UNECE (Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite) del 2012. Gli ambiti sono stati integrati in un unico sistema, puntando alla qualità dell’attività educativa; sono state quindi, giudicate da ricercatori e studiosi della sostenibilità e della scienza della formazione, da docenti ed educatori dei centri di educazione ambientale e da esperti in educazione allo sviluppo sostenibile di ARPA.

Le competenze per gli educatori sono state sperimentate in scuole, college e università dei sei Paesi del progetto Europeo Erasmus plus “A rounder sense of purpose” (RSP).

Per l’Italia, il riconoscimento della professione di educatore ambientale è stato espresso da Legambiente. «È stata un’importante occasione per lavorare in maniera più puntuale sul un pieno riconoscimento della professione di educatore ambientale e dei suoi processi formativi – ha detto Vanessa Pallucchi vicepresidente di Legambiente -, spesso maturati in contesti non formali e proprio per questo più complessi da valutare e portare a livelli di consapevolezza professionale».

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