domenica, Agosto 14, 2022

Crisi idrica: prendiamo esempio da Israele

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NONOSTANTE LA SCARSITÀ DELLE RISORSE IDRICHE, ISRAELE È RIUSCITA A RISOLVERE IL PROBLEMA DELL’ACQUA

La crisi idrica che sta vivendo l’Italia è un sintomo evidente dei cambiamenti climatici che interessano l’intero pianeta. Un inverno con poca neve, una primavera con poche piogge e un inizio della stagione estiva con temperature già notevolmente superiori alla media hanno causato un abbassamento del livello di laghi e fiumi.

Le aree più colpite sono le regioni del Nord, dove il lago Maggiore è riempito solo al 20%, la portata del fiume Adda è inferiore del 67% e la risalita dell’acqua marina salata lungo il fiume Po è arrivata a 20 chilometri dalla foce, compromettendo i terreni. Anche il Lazio è una delle zone più colpite. Qui la portata dei suoi laghi vulcanici, lago Albano e di Nemi, è ridotta di oltre il 75%.

Occorrono quindi soluzioni per garantire l’approvvigionamento di acqua all’intera popolazione, non solo in questo momento di crisi ma anche per il futuro. Man mano che gli esseri umani aumenteranno e le condizioni climatiche peggioreranno, l’accesso all’acqua diventerà sempre più un problema.

Uno dei Paesi più innovativi in questo settore è senza dubbio Israele. Infatti, sebbene le risorse idriche naturali dello Stato di Israele siano limitate, si è trovato un modo per far “fiorire” il deserto. E oggi, nonostante l’ambiente sfavorevole, le precipitazioni limitate e la siccità, Israele produce il 20% in più di acqua di quella che consuma.

Sistema idrico di Israele: efficienza e innovazione

L’intraprendenza idrica di Israele trova fondamento in un sistema efficiente, resiliente e in continua evoluzione. Sono molti i tasselli a far sì che questo meccanismo funzioni, come dimostra la guida diffusa da ISRAEL21c, organizzazione senza scopo di lucro composta da un team di giornalisti e creatori di contenuti.

Innanzitutto alla base vi è il National Water Carrier of Israel, costruito tra il 1959 e il 1964. Questa vasta rete di tubi sposta l’acqua dolce dal Kinneret, il Mare di Galilea, a tutto il resto del Paese.

Fondamentale è anche l’applicazione di un sistema d’irrigazione a goccia, che riduce lo spreco d’acqua dal 55% a solo il 5%. L’idea nasce negli anni ’30 grazie all’ingegnere idrico Simcha Blass e a suo figlio Yeshayahu, che hanno costruito, nel 1965, la Netafim Irrigation Company, leader globale del settore.

Attualmente si sta pensando di applicare questa nuova tecnologia anche alle risaie. Infatti il riso è una coltura di base per quasi il 50% della popolazione mondiale, ma i metodi tradizionali di irrigazione alluvionale consumano il 30-40% dell’acqua dolce ed emettono enormi quantità di carbonio e metano, che hanno effetti negativi sul clima. I nuovi sistemi d’irrigazione a goccia, invece, possono ridurre il consumo di acqua del 70%, aumentando al contempo i raccolti di riso di oltre il 30%.

Riciclaggio delle acque reflue contro la crisi idrica

Anche la pioggia può essere, però, un’importante componente da sfruttare per far fronte alla crisi idrica. In natura essa viene assorbita dal suolo, dove si depura, e ricarica le falde sotterranee. Ma, nelle città moderne, il cemento delle strade ne impedisce l’assorbimento e spinge gli urbanisti a drenare l’acqua nelle fognature, andando così sprecata. Al contrario Israele incentiva il riciclaggio delle acque reflue.

Già nel 1985 ha reso disponibile la tecnologia per consentire agli agricoltori di irrigare i raccolti con acque reflue trattate, cioè pulite fino a raggiungere standard di qualità quasi potabile attraverso processi biologici. L’obiettivo è riciclare il 95% delle acque reflue nel settore agricolo entro il 2025.

Il primo sistema di biofiltrazione dell’acqua piovana di Israele si trova a Kfar Saba e dimostra come processi di restauro ecologico possono, oltre a essere decorativi, creare spazi verdi, in cui assorbire l’acqua durante la stagione delle piogge e purificare le falde acquifere durante le estati secche.

Lo Stato di Israele scommette sull’innovazione

Anche la dissalazione è una soluzione per aumentare la risorsa idrica del Paese. Nel 1964 Alexander Zarchin brevettò un processo per separare il sale dall’acqua marina e dal 2005 l’acqua dissalata scorre dai rubinetti israeliani e, presto, rifornirà anche i vicini palestinesi e giordani.

Tuttavia, la dissalazione è una soluzione imperfetta: risolve il problema della carenza di acqua potabile, ma ne crea un altro, cioè quello dello smaltimento dell’acqua salmastra residua. Eppure, data la carenza di piogge, questa procedura può diventare fondamentale per far fronte all’emergenza.

Un’altra tecnologia innovativa è quella ideata nel 2009 dall’imprenditore ed ex comandante militare Arye Kohavi. Si tratta di un generatore che filtra e purifica la condensa atmosferica e la trasforma in acqua fresca e potabile. Può produrre fino a 6mila litri di acqua potabile al giorno. Uno di questi è stato installato in una struttura medica nella città siriana di Raqqa per aiutare i profughi siriani, che, a causa della guerra, non hanno accesso all’acqua.

Infine anche la diffusione di giardini idroponici permette di coltivare ortaggi senza l’utilizzo di terra. Ciò permette di usare il 70% in meno di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale e di ridurre anche la quantità di carbonio.

Porre fine alla crisi idrica riducendo gli sprechi

Un altro passo importante per affrontare la crisi idrica è ridurre gli sprechi e le perdite. Israele perde solo il 7-8% dell’acqua dolce che produce, grazie a un rilevamento rigoroso e innovativo. Infatti non si può risolvere un problema se non lo si conosce.

Così la start-up TaKaDu, grazie a un software che gestisce l’intera rete idrica, aiuta a rilevare e quindi a riparare le perdite. Inoltre DrizzleX porta questa soluzione nelle case. Attraverso sensori traccia il flusso su ogni presa, consentendo agli occupanti di misurarne l’utilizzo e l’eventuale presenza di perdite.
«Una volta che sai quanto usi, lo usi diversamente – spiega la fondatrice Esther Altura -. La maggior parte delle persone non vuole sprecare acqua».

La condivisione di acqua come fonte di pace

E se la preoccupazione condivisa sulla reperibilità dell’acqua e sui cambiamenti climatici potesse unire le persone? Le sfide idriche a livello globale possono essere un catalizzatore per la cooperazione e la convivenza pacifica. Israele sta già rafforzando i legami regionali attraverso la condivisione dell’acqua.

Per esempio, il Green Blue Deal prevede una maggiore cooperazione tra i vicini giordani, palestinesi e israeliani per aumentare la capacità di risorse idriche e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Inoltre, nel 2020, gli Accordi di Abraham hanno stabilito nuove opportunità per la condivisione delle risorse tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. In particolare Israele venderà acqua dissalata alla Giordania in cambio di energia solare. Ciò consentirà di diversificare le proprie risorse energetiche e ridurre la propria impronta di carbonio, offrendo al contempo alla Giordania una fonte d’acqua accessibile per alleviare le attuali carenze.

«Nel corso della storia, i conflitti sono stati spesso incentrati sul controllo delle fonti d’acqua – dichiara Michael Mirilashvili, presidente e amministratore delegato di Watergen, azienda dei generatori di acqua installati in Siria -. Oggi stiamo facendo il contrario: costruire la pace e un futuro comune attorno a una rivoluzionaria tecnologia israeliana».

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