sabato, Giugno 25, 2022

Covid-19 e inquinamento: parola all’infettivologo Filippo Luciani

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L’inquinamento dell’aria può contribuire alla diffusione dei virus, tra cui il COVID-19?  Lo abbiamo chiesto al dr. Filippo Luciani infettivologo, dell’ospedale di Cosenza

Da uno studio pubblicato lo scorso anno sulla prestigiosa rivista scientifica “The Lancet (Countdown on Health and Climate Change)”, l’Italia risultò il primo Paese europeo per morti premature da esposizione alle polveri sottili Pm2.5. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), l’inquinamento uccide ogni anno milioni di persone nel mondo.

L’aria inquinata, infatti, può predisporre all’aggravamento delle patologie polmonari e contribuire alla diffusione dei virus, tra cui il COVID-19, responsabile della pandemia ancora in corso. Diversi sono stati gli studi effettuati nell’ultimo anno mirati a individuare una eventuale correlazione tra la diffusione della SARS-CoV-II e l’inquinamento.

Ma esiste davvero una correlazione tra l’esposizione prolungata agli inquinanti atmosferici e una maggiore vulnerabilità al virus? E, soprattutto, cosa sappiamo dei virus?

Abbiamo cercato di approfondire l’argomento con l’aiuto del dr. Filippo Luciani, Infettivologo, Dirigente medico presso l’Azienda ospedaliera di Cosenza, al quale abbiamo posto alcune domande.

Il genoma umano è costituito da migliaia di sequenze di origine virale

D: Dr. Luciani, i virus sono da sempre i principali protagonisti dell’evoluzione delle specie. Causando malattie, epidemie, spesso pandemie, sembra che influenzino la selezione naturale. D’altronde, il genoma umano possiede sequenze e frammenti di origine virale che si sono accumulati nel corso della sua storia evolutiva. È così?

R: Domanda molto affascinante con una risposta che dovrebbe prevedere almeno una monografia. Sì, è proprio così se pensiamo che circa il l0% del nostro genoma è costituito da decine di migliaia di sequenze denominate HERV (human endogenous retrovirus). Sono antichi virus, risalenti in alcuni casi agli albori dell’evoluzione dei primati, “embricati” per sempre nei nostri cromosomi. E più del 40% di questi, è occupato da nuove versioni (degenerate e semplificate), noti come retrotrasposoni. Ad esempio, a mantenere vantaggiose (per noi!) le funzioni della placenta umana è un antichissimo retrovirus che infettò, in un immaginario pianeta delle scimmie, la placenta dei macachi. Così come anche il SARS-CoV-II parrebbe potersi integrare nel nostro DNA, le cui conseguenze ancora non conosciamo.

I virus mutano di continuo

D: I virus sono in continua evoluzione con l’insorgenza di nuove caratteristiche, le mutazioni, parliamone.

R: Le mutazioni nel genoma virale corrispondono a variazioni più o meno importanti nella struttura e/o nella funzione delle proteine che compongono il virus e, in particolare, di quelle dell’involucro esterno che li avvolge. Ad esempio nel caso del virus dell’influenza, se avvengono delle variazioni maggiori (denominate ANTIGENIC SHIFT) il virus può cambiare completamente e causare un evento pandemico perché non conosciuto dalle cellule del nostro sistema immunitario; se, invece, intervengono delle variazioni minori (denominate ANTIGENIC DRIFT) il virus cambia, ma in misura quasi impercettibile all’occhio dei nostri anticorpi. Anche il virus SARS-CoV-II ha dato origine a diverse mutazioni dal suo esordio (adesso tutti parlano della variante delta plus), ma a tutt’oggi nessuno è in grado di affermare con certezza che il fenomeno delle nuove varianti (mutazioni) sia svantaggioso oppure vantaggioso per la specie umana.

D: Sappiamo che i virus sono microrganismi che vivono e si riproducono solo all’interno di cellule viventi. Se ne dovrebbe dedurre che muoiono con la morte dell’organismo che li ospita?

R: Generalmente è così, ma nel caso del “neonato” SARS Cov-II è stato evidenziato che persistono positivi i tamponi naso-faringei nei cadaveri anche per oltre 10 giorni (con riscontro di RNA a bassa carica che fino ad ora non ha dato seguito a contagi tra operatore sanitario e cadavere).

Il calo dei livelli di vitamina D causa minore resistenza del sistema immunitario alle infezioni

D: In condizione di freddo e umidità i virus sono in grado di persistere al di fuori del suo ospite?

R: Non è semplice rispondere a questa domanda: ad esempio, dar conto della stagionalità dell’influenza e altre infezioni tipicamente invernali; non è proprio vero, infatti, che il freddo di per sé è correlato ad un’aumentata “persistenza ed incidenza” di infezioni. Anche perché, se fosse solo una questione di temperature, nei Paesi con clima tropicale non ci sarebbero epidemie, che invece sono presenti. Alcune ricerche, invece, hanno messo in luce una correlazione stringente fra il calo dei livelli di vitamina D e la minore resistenza del sistema immunitario alle infezioni. In inverno c’è meno luce e l’esposizione al sole è ridotta. Per questa ragione il livello della vitamina D risulta più basso ed il tasso di infezioni più alto.

D: Sarà stato per questo motivo che la diffusione del SARS-CoV2-19 si è concentrata inizialmente nelle regioni del Nord Italia?

R: È una ipotesi, ancora tutta da dimostrare, che il Coronavirus attuale si sia diffuso maggiormente al Nord rispetto al Sud, almeno inizialmente, per questioni anche ambientali “sensu latu”.

Diffusione del virus e inquinamento atmosferico

D: È stata anche ipotizzata una correlazione tra la diffusione del virus e l’inquinamento atmosferico. Le polveri sottili come il Pm10 e il Pm2,5 possono fungere da vettori?

R: A tal proposito esistono degli studi già pubblicati che lasciano intravedere una forte correlazione tra inquinamento atmosferico e maggiore diffusione del virus all’interno della popolazione di quelle aeree.

D: È possibile una correlazione tra esposizione prolungata agli inquinanti atmosferici e maggiore vulnerabilità al virus, considerato che il Covid-19 causa anche complicanze respiratorie?

R: La risposta a questa domanda è da ricercare all’interno della precedente; comunque sì (anche come parere personale).

D: Quali sono le terapie più indicate per le infezioni virali?

R: Da sempre le infezioni virali non hanno mai avuto una terapia mirata specifica (a parte alcune eccezioni – non le citerò tutte – come l’HIV, i virus che causano la varicella, l’erpes zoster e l’HSV1/2 che può causare encefalite e i virus epatotropi maggiori: HCV e HBV), tant’è che spesso si ricorre ad antinfiammatori non steroidei ed allo stesso cortisone. Nel caso del SARS-CoV-II l’interesse è stato particolare (proprio perché PANDEMICO) e sono state studiate varie terapie, alcune delle quali si sono dimostrate efficaci.

D: Un esempio di terapia efficace?

R: Gli anticorpi monoclonali tipo Regeneron (nome commerciale), utili, però, se somministrati assai precocemente.

Virus geneticamente modificati in laboratorio

D: I virus possono essere geneticamente modificati in laboratorio, con l’aggiunta di sequenze di altri virus? Può essere il caso del Covid-19?

R: I virus possono sicuramente essere geneticamente modificati in laboratorio anche con l’aggiunta di sequenze di altri virus e se questo può essere stato il caso del Covid-19 lo sapremo (ad oggi non ci sono conferme in tal senso, ma soltanto ipotesi, peraltro suggestive!).

D: Si può prevedere la fine della pandemia in corso?

R: Nessuno di noi possiede il cosiddetto “PANDEMIOMETRO”; si possono fare solo delle stime approssimative in base ai dati storici delle ultime pandemie ed in base ai dati epidemiologici attuali globali, riguardanti soprattutto la popolazione suscettibile e vaccinata. Per esprimere un parere molto, molto personale, non credo che la fine della pandemia attuale sia ragionevolmente databile prima che trascorra ancora un anno/un anno e mezzo.

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