giovedì, Novembre 26, 2020

Coronavirus e “vaccini di solidarietà” su cavie umane

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Una delle notizie che circolano di questi tempi riguarda l’ipotesi di testare “vaccini di solidarietà” su cavie umane

Pareri contrastanti per l’approccio, non convenzionale, ai vaccini di solidarietà

Alcuni studiosi sono favorevoli a questa soluzione. Molti altri temono che i vaccini candidati, rilasciati con un programma accelerato, possano rivelarsi inefficaci o, peggio, non sicuri. In questo caso si avrebbe un forte ritardo nello sviluppo e lancio su larga scala di un vaccino efficace.

Perché allora ricorrere a volontari? E, soprattutto, questi vaccini di solidarietà funzioneranno davvero? Molti i dubbi e le perplessità a tal riguardo. Ma in un lasso di tempo così ridotto, «non è possibile portare duecento vaccini negli studi di efficacia». Lo sostiene Seth Berkley, amministratore delegato di Gavi Vaccine Alliance a Ginevra, che finanzia le vaccinazioni nei Paesi a basso e medio reddito.

Le cavie umane: una questione di urgenza

vaccinazione
La corsa al vaccino anti-Covid richiede anche l’apporto di volontari

La versione di prova dei vaccini di solidarietà, proposta dall’OMS, cerca di accelerare lo sviluppo con un progetto adattivo. Ciò consente ai vaccini di solidarietà di essere aggiunti allo studio su base continuativa.

I partecipanti, o meglio le cavie umane, saranno seguiti ininterrottamente e i vaccini che non sembrano funzionare sarebbero eliminati dai test.

In Europa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a Ginevra, in Svizzera, ha delineato i piani per una sperimentazione clinica che testerà numerosi vaccini in un singolo studio.

A oggi ne sono stati progettati almeno duecento, di cui sei già in fase di test per la sicurezza delle persone.

Negli Stati Uniti, il governo ha sponsorizzato uno studio di sicurezza di “Fase I”, durante il quale saranno vaccinate dozzine di volontari sani.

Perché utilizzare uno “studio di sfida”?

Attualmente, molti dei vaccini di solidarietà candidati sono in fase di sviluppo e si pensa che ci vorrà almeno un anno, un anno e mezzo per il lancio del medicinale.

Una parte di questo tempo servirà a valutare l’efficacia e la sicurezza negli studi di “Fase 3” controllati con placebo. Questi, in genere, coinvolgono diverse migliaia di partecipanti (seguiti abbastanza a lungo sul campo), per valutare le differenze nell’incidenza della malattia tra vaccino e gruppi di controllo.

Una pubblicazione della Oxford University Press per la Infectious Diseases Society of America, sostiene che studi clinici di prova, controllati su soggetti umani con vaccini SARS-CoV-2, potrebbero accelerare i test e il potenziale lancio di vaccini efficaci.

Sostituendo i test convenzionali di “Fase 3” sui candidati al medicinale, tali studi potrebbero sottrarre dunque molti mesi al processo di rilascio delle licenze, rendendo i vaccini efficaci disponibili più rapidamente.  In sintesi, uno studio di sfida potrebbe essere molto più veloce.

Test di sfida sull’uomo

Un team guidato dal bioeticista Nir Eyal alla Rutgers University di New Brunswick, nel New Jersey, cerca di fugare qualsiasi dubbio. Non solo etico ma anche relativo alle perplessità sulla sicurezza di tali vaccini.

Secondo quanto scrivono i ricercatori sul Journal of Infectious Diseases, un test di sfida sull’uomo potrebbe essere condotto in modo sicuro ed etico.

Più cauto il parere espresso dalla Oxford University Press, che non esclude il rischio di indurre malattie gravi e forse persino la morte, nei volontari.

Rischi che sarebbero accettati dai volontari autonomamente. E potrebbero essere accettabili, se i partecipanti comprendessero giovani adulti sani, che sono a rischio relativamente basso di malattia grave a seguito di infezione naturale.

La standardizzazione del modello di sfida 

Il modello di sfida controllata dovrebbe essere standardizzato prima di essere usato per testare i vaccini. I volontari, in precedenza non infetti, sarebbero richiesti per uno studio iniziale di aumento della dose sfida virale, per selezionare una dose di esposizione virale. In modo tale che la maggior parte dei destinatari del placebo sia infettata (per motivi statistici) e abbia una risposta clinica non più grave di quella associata all’infezione naturale (per motivi etici).

Quest’ultimo richiederebbe un confronto con una coorte di individui di età simile, già infettati naturalmente.

Per questa standardizzazione, i volontari potranno trascorrere due settimane in una struttura di isolamento clinico, prima della sfida. Lì saranno sottoposti a test virali e sierologici, per escludere quelli con infezione precedente o recente. (O una durata più breve se vengono sviluppati test sierologici adeguati per infezioni recenti).

Complessivamente, questi studi preparatori dovrebbero richiedere diverse settimane e potrebbero iniziare prima che i candidati vaccinali siano disponibili per la valutazione.

I ricercatori pro “vaccini di solidarietà” sottolineano che gli studi sulle sfide sono condotti su tre vie. Sullo sfondo del consenso informato dei volontari competenti; sulla minimizzazione dei rischi di studio; sugli elevati rischi di infezione di base per i partecipanti.

Non violano i diritti individuali dei partecipanti sull’altare della risposta alle emergenze ma tengono conto sia dei diritti individuali sia dell’emergenza globale in materia di salute pubblica.

Infine, tutti i volontari cui sarà confermata l’infezione – leggi l’articolo –  riceverebbero cure eccellenti per COVID-19, compresa la priorità per le scarse risorse salvavita, in strutture all’avanguardia.

Dubbi e perplessità. Le persone sviluppano immunità?

Sappiamo che i vaccini aiutano una persona a generare una risposta immunitaria contro un’infezione, senza essere prima esposta al patogeno.

Per gli altri coronavirus, chi si era ripreso dall’infezione come la SARS-CoV-2, il rischio di reinfezione, per un certo periodo di tempo, era molto basso.

A tal proposito, uno studio pubblicato online il 14 marzo da un team con sede in Cina, ha esaminato due macachi rhesus (Macaca mulatta) che si erano ripresi dall’infezione SARS-CoV-2.  Le scimmie furono esposte per la seconda volta al virus quattro settimane dopo la loro esposizione iniziale e non sembravano essere nuovamente infettate.

A oggi, tuttavia, parlando del COVID -19, non abbiamo evidenze scientifiche che possano garantire lo stesso risultato.

A sostenerlo è Michael Diamond, un immunologo virale presso la Washington University di St. Louis, Missouri che ha dichiarato: «Non sappiamo molto sull’immunità a questo virus».

Per tali motivi, gli scienziati cercheranno prove che gli umani reagiscono allo stesso modo. Ad esempio «studiando le persone potenzialmente esposte più volte», ha affermato Diamond.

Quanto potrebbe durare l’immunità negli esseri umani? 

Vaccino di solidarietà. Deve essere innanzitutto sicuro per gli esseri umani
Vaccino di solidarietà. Deve essere innanzitutto sicuro per gli esseri umani

Anche in questo caso, non abbiamo risposte certe. Secondo Stanley Perlman, coronavirologo dell’Università dell’Iowa a Iowa City, «l’immunità è di breve durata per i coronavirus che causano raffreddori comuni.  Anche le persone che hanno alti livelli di anticorpi contro questi virus possono ancora essere infettate».

Confrontando i due coronavirus che hanno scatenato epidemie prima del COVID-19, cioè la SARS e la MERS, il team di Perlman ha notato che dopo che le persone si erano riprese dalla MERS, i loro anticorpi contro il virus erano scesi precipitosamente.

In uno studio (non ancora pubblicato), Perlman ha inoltre scoperto che gli anticorpi SARS sono ancora presenti nel corpo qiuindici anni dopo l’infezione.

Ciò tuttavia non chiarisce se la risposta immunitaria sia sufficiente per prevenire la reinfezione.

«Non abbiamo buone prove di immunità di lunga durata, ma non disponiamo anche di dati davvero validi sia sulla SARS sia sulla MERS», ha aggiunto Perlman.

Che tipo di risposta immunitaria dovrebbero cercare gli sviluppatori di vaccini di solidarietà?

Il ricercatori di Moderna, con sede a Cambridge, hanno progettato un vaccino costituto da una molecola di RNA, che sia innanzitutto sicuro per gli esseri umani.

Il vaccino dovrebbe addestrare il sistema immunitario a produrre anticorpi che riconoscono e bloccano la proteina di picco che il virus utilizza per entrare nelle cellule umane.

«Penso che sia ragionevole come primo passaggio ma impareremo che, forse, le risposte anticorpali al picco potrebbero non essere l’intera storia», afferma Diamond.

Un vaccino SARS-CoV-2 di successo potrebbe aver bisogno di indurre il corpo a generare anticorpi che bloccano altre proteine ​​virali, ad esempio, o creare cellule T in grado di riconoscere e uccidere le cellule infette.

Come si può essere certi che il vaccino sia efficace? 

Purtroppo, vista l’emergenza, questo e altri vaccini in fase di sviluppo sono stati testati contemporaneamente sugli uomini e sugli animali.

Quindi, anche in questo caso, ci chiediamo se vi sia modo di sapere con certezza se sia efficace o meno. Questione sicurezza: quali sono i rischi? Una delle principali preoccupazioni circa l’utilizzo dei vaccini, riguarda la sicurezza o meglio la non nocività.

Il rischio riguarda un fenomeno chiamato “miglioramento della malattia”. Le persone vaccinate, che sono state infettate, sviluppano una forma più grave della malattia rispetto alle persone che non sono mai state vaccinate.

Conclusioni

Su tutte, ci piacerebbe sapere se, tra le cavie umane, ci sia un congiunto di chi ha deciso di adottare questa misura di urgenza.

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