mercoledì, Luglio 17, 2024

COP27, tra promesse e contraddizioni

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LA PRIMA SETTIMANA DELLA COP27 HA MESSO IN LUCE LE PROBLEMATICHE DA AFFRONTARE MA ANCHE LE MOLTE CONTRADDIZIONI CHE NASCONDE LA CONFERENZA SUL CLIMA

Gli occhi di tutto il mondo sono puntati su Sharm El-Sheikh, in Egitto, dove è stata organizzata la COP27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Dal 6 novembre e fino al 18 si alternano appuntamenti, eventi e dibattiti in cui si cercherà di trovare una soluzione al dilemma più importante: come salvare il pianeta?

«Questa Conferenza delle Nazioni Unite sul clima ci ricorda che la risposta è nelle nostre mani. E il tempo scorre. Stiamo combattendo e stiamo perdendo. Le emissioni di gas serra continuano a crescere. Le temperature globali continuano a salire. E il nostro pianeta si sta avvicinando rapidamente a punti critici che renderanno il caos climatico irreversibile. Siamo su un’autostrada per l’inferno climatico, con il piede ancora sull’acceleratore – ha dichiarato il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, aprendo ufficialmente il summit -. All’inizio della COP27 chiedo un patto storico tra le economie sviluppate e quelle emergenti: un patto di solidarietà climatica per combinare capacità e risorse a beneficio dell’umanità».

L’obiettivo è quindi cercare di tradurre finalmente in azioni concrete l’Accordo di Parigi del 2015. Per questo sono in programma una serie di giornate tematiche, che affronteranno:

  • il ruolo della finanza nell’emergenza climatica (9 novembre);
  • l’importanza della scienza e il ruolo delle giovani generazioni (10 novembre);
  • la decarbonizzazione (11 novembre);
  • l’adattamento al cambiamento e l’impatto sull’agricoltura e sulla sicurezza alimentare (12 novembre);
  • la gestione dell’acqua e il ruolo delle donne nell’affrontare la crisi climatica (14 novembre);
  • il ruolo della società civile e l’importanza di una transizione nel settore energetico (15 novembre);
  • la tutela della biodiversità (16 novembre);
  • la giornata delle soluzioni (17 novembre).

Alla COP27 l’allarme è dato dai numeri

La prima settimana della COP27 è iniziata all’insegna dei numeri. I più allarmanti sono quelli diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Prevede che, tra il 2030 e il 2050, il cambiamento climatico provocherà circa 250mila morti in più all’anno a causa, per esempio, del caldo o della malnutrizione.

Gli ultimi otto anni sono stati infatti i più caldi fra quelli registrati finora, secondo il rapporto “Stato del clima globale nel 2022” dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). La temperatura media di quest’anno è di circa 1,15°C sopra i livelli pre-industriali (1850-1900). Continuano a crescere le concentrazioni di gas serra e di calore accumulato nel mare.

Questi fattori hanno fatto sì che proprio quest’anno si sia raggiunto anche il record di scioglimento dei ghiacciai alpini, con perdite di spessore dai 3 ai 4 metri. In particolare, in Antartide, è stata registrata la minor estensione dei ghiacci da quando ci sono le rilevazioni: solo 1,92 milioni di km².

Anche l’analisi “The Closing Window” dell’UNEP ribadisce che il mondo è ancora lontano dagli obiettivi decisi a Parigi. Sarà quasi impossibile contenere le temperature entro il +1,5°C e, senza una inversione di rotta delle politiche attuali, a fine secolo l’aumento della temperatura arriverà a 2,8°C. Occorrono quindi azioni drastiche. Se gli attuali impegni concordati fossero mantenuti interamente, la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra sarà del 10% al 2030. Per evitare un disastro climatico si deve invece diminuirle del 45%.

A salire non sono solo le temperature ma anche il mare

Infine a preoccupare è anche la velocità d’innalzamento del livello dei mari, che risulta raddoppiata dal 1993 a oggi. All’interno della COP27 Robert Kopp e Sarah Coley hanno infatti presentato il VI Rapporto di valutazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Qui si legge che il livello medio del mare si è già alzato di circa 20 centimetri nell’ultimo secolo.

Se in futuro dovessero aumentare ancora di più le emissioni di gas serra, il mare potrebbe alzarsi, entro il 2100, da 60 a 90 centimetri fino ad arrivare a 2-5 metri nel 2150. Invece, se riuscissimo a ridurre in modo drastico le emissioni, l’aumento sarebbe solo di 30-60 centimetri.

Come affrontare l’ingiustizia climatica?

Un altro tema molto discusso in questi primi giorni della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, ospitata proprio dall’Africa, uno dei continenti più poveri e più colpiti dall’emergenza climatica, è la questione del “loss and damage“.

Già nella scorsa edizione era iniziata una trattativa per aiuti economici da parte dei Paesi più ricchi e responsabili delle emissioni climalteranti da destinare agli Stati più colpiti dalle catastrofi climatiche.

«La COP27 deve fornire alle comunità più esposte alla crisi ambientale gli strumenti per prepararsi ai climi estremi, per adattarsi e minimizzare l’impatto dell’emergenza – ha dichiarato l’alto commissario per i rifugiati, Filippo Grandi -. Non possiamo lasciare milioni di rifugiati e le comunità che li ospitano ad affrontare da soli le conseguenze del cambiamento climatico».

Per questo gli Stati più vulnerabili, ma che emettono meno CO₂, insistono per ricevere i 100miliardi l’anno promessi dai Paesi più sviluppati, in occasione della COP15 di Copenaghen. Questo denaro consentirà di costruire dighe, rifugi, adottare piani di evacuazione e di soccorso e rendere più sicure le infrastrutture.

In particolare è stato il segretario generale della Red Cross Society nel Mali, Nouhoum Maiga, a evidenziare, durante uno degli appuntamenti dedicati alla finanza del clima, i problemi delle comunità dislocate nella repubblica dell’Africa occidentale a causa del cambiamento climatico.

Ha spiegato che la maggior parte della popolazione è impiegata nei settori agricoli e della pesca. Pertanto si vive in stretta relazione con il fiume Niger e i laghi a esso collegati. Questi hanno perso circa il 45% della loro ampiezza a causa del surriscaldamento globale. A supportare queste popolazioni è soprattutto la Germania, uno dei più grandi contributori in materia di finanza climatica.

Le grandi contraddizioni della COP27

La COP27 però non inizia con le migliori premesse per riuscire a intraprendere soluzioni veramente risolutive, data l’assenza di Paesi che emettono oltre il 43% delle emissioni globali di anidride carbonica, cioè Russia, Cina e India.

Inoltre è diminuito il numero di Stati che ha deciso di aderire al patto, concordato alla COP26 di Glasgow, di eliminare la deforestazione dentro i propri confini entro il 2030. Dai centoquaranta iniziali si è giunti a soli venticinque Paesi, i quali ospitano poco più di un terzo delle foreste globali.

Fa discutere anche la decisione di includere tra gli sponsor del vertice la multinazionale Coca Cola. Essa produce 120miliardi di bottiglie di plastica usa e getta all’anno. Questa scelta sembra discostarsi dalle idee che sono state presentate sin dai primi giorni dell’evento. In particolare si fa riferimento a quello che è stato soprannominato il “rapporto contro il greenwashing”. È un report realizzato dall’ONU che delinea i reali impegni per le emissioni nette zero che devono perseguire gli attori non statali.

Il vero greenwashing lo fa lo Stato

Le accuse della testata “The Guardian” vanno però oltre. Infatti questo summit è stato definito il “greenwashing di uno Stato di polizia”.

cop27 Al Sisi
Il generale Abdel Fattah al Sisi presidente della Repubblica Araba d’Egitto al discorso di apertura della COP27

Secondo quanto riportano varie organizzazioni che tutelano i diritti umani, l’Egitto ospita oggi uno dei regimi più brutali e repressivi al mondo. Ma il generale Abdel Fattah al Sisi, al governo dopo un colpo di Stato nel 2013, ha tutto l’interesse di mettere in mostra per l’occasione un Paese che assomigli a una società libera, democratica e adatta soprattutto per un nuovo prestito del Fondo monetario internazionale.

L’apparenza è oggi più che mai importante dato che, a causa delle tensioni tra Russia e Occidente legate alla guerra in Ucraina, l’Egitto è riuscito a conquistarsi un ruolo primario nello scenario energetico europeo, divenendo una preziosa fonte di gas naturale. Le esportazioni egiziane di gas fossile sono infatti aumentate significativamente, fino a raggiungere gli 8miliardi di dollari nel biennio 2021-2022.

Questa crisi energetica, invece di motivare i vari Paesi a incentivare gli investimenti su risorse rinnovabili di energia, li ha convinti a puntare ancora su combustibili fossili o nuovi reattori nucleari. Per questo la COP27 risulta, ancora più che in passato, ciò che l’attivista Greta Thunberg definirebbe un “bla bla bla”.

Numero verde ONA

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