Il vuoto che uccide: il suicidio nelle Forze Armate

suicidio nelle Forze Armate

Si è svolto martedì, 4 febbraio, il convegno “La divisa ferita”. L’incontro si è tenuto nell’aula “Tatarella” alla Camera dei deputati a Roma

 

È un grido forte, disperato, quello degli operatori delle Forze Armate sottoposti a stress nel corso delle missioni.

Contaminati per l’inalazione di fibre di amianto, presenti nelle navi e negli aerei o dall’uranio impoverito durante le missioni all’estero e nei poligoni.

Oppure di quanti tra le Forze di Polizia, in servizio di pattuglia per prevenire il crimine.

Non esprimono il loro dolore e nel silenzio cercano di mostrarsi perfetti agli occhi di coloro che vedono nella divisa un soccorso. Ma hanno una mentalità troppo “chiusa” per accettare che questi, uomini, donne, non sono solo militari ma sono esseri umani.

E il grido di silenzio si trasforma in una tragedia, un disturbo depressivo o post traumatico da stress che porta al suicidio.
Un decesso inaccettabile per le famiglie e per lo Stato ma visto, dalla vittima, come unica via d’uscita da quell’ansia e dolore che portano dentro per mesi e, spesso,  per anni.

Come una corda invisibile che lacera lentamente ogni possibilità di salvezza. Che reprime ogni emozione, che nega ogni tentativo di aiuto. Fino alla possibilità di trovare pace e fine alle proprie angosce attraverso la morte.

Dunque, un suicidio dell’anima, come lo definiva lo psicanalista junghiano James Hillman che, se non gestito e analizzato con l’aiuto e la condivisione, uccide anche il corpo.

I dati relativi al suicidio nelle Forze Armate lasciano senza parole

Ha aperto il convegno Domenico Leggiero, presidente dell’Osservatorio Militare, associazione che ormai da 12 anni si occupa delle problematiche e dei diritti afferenti al personale delle Forze Armate e delle Forze di Polizia.

«È infatti un fenomeno devastante e in crescita che affligge i comparti di difesa e sicurezza, i numeri ci raccontano di 69 suicidi nel 2019», ha sottolineato Leggiero.
Già nel primo mese di questo nuovo anno si è registrato un notevole aumento del fenomeno con 6 suicidi a fronte dei soli 3 verificatisi a gennaio 2019. Tendenza preoccupante che richiede un’analisi oggettiva e, soprattutto, scevra da “verità di comodo” che tendono a nascondere.

Le principali formazioni sindacali hanno evidenziato i punti deboli del sistema cercando di individuare quei segnali nascosti che potrebbero consentire di intervenire in modo efficace sul problema. Tutto ciò a favore di una sinergia e di una collaborazione necessari e fondamentali per portare in essere interventi che mettano al centro il benessere del personale».

Cosa porta questi militari a compiere un atto così estremo? Quali sono gli interventi di prevenzione che si dovrebbero attuare per tamponare i tentativi di suicidio nelle Forze Armate? Sono persone esposte ogni giorno a un forte rischio e negli “ambienti con le stellette” non sempre si condividono certe scelte e queste situazioni possono diventare “bombe a orologeria”.

Quali interventi legislativi si possono attuare per affrontare questa tematica?

Anche la politica si è mostrata sensibile al tema del suicidio nelle Forze Armate: sono intervenuti, tra i relatori, gli onorevoli Gianluca Rizzo presidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati e Roberto Rossini.

suicidio nelle Forze Armate
L’intervento dell’on. Rossini durante il convegno

«Già nella scorsa legislatura – afferma Rizzoinsieme ai colleghi del ministero della Difesa, del partito cinque stelle, affrontammo il tema dei suicidi nelle Forze Armate e nei dipartimenti di polizia attivandoci con varie iniziative di cui ricordo diversi atti parlamentari».

Il 29 marzo del 2017, il presidente della IV Commissione Difesa presentò in Parlamento una mozione « che purtroppo non trovò riscontro», per indurre il governo a occuparsi della vicenda. Senza risposta.

«Sono felice che il collega Rossini abbia promosso un atto parlamentare specifico per le Forze Armate per mezzo del quale si impegna il governo a intraprendere nuove iniziative che si aggiungono a quelle già finora emesse dal ministero della Difesa per arginare questo terribile fenomeno».

L’intervento dell’avvocato serbo Alexis. I tumori causati dall’uranio impoverito alla popolazione

È intervenuto al convegno l’avvocato serbo Alexis, che ha voluto sottolineare quanto sia drammatica e sottovalutata la situazione nel suo Paese, a causa di tumori e patologie varie provocati, a distanza di anni, dall’uranio impoverito:

«Vengo da un piccolo paese della Serbia – ha detto Alexis – che ha sofferto molto negli ultimi decenni, soprattutto alla fine dell’ultimo millennio. Sono particolarmente grato per essere qui con voi oggi e, per il fatto di essere riuscito a fare i conti con questa situazione e con l’angoscia che affligge il mio Paese.

L’avvocato serbo ha ringraziato il collega di uno studio di Roma che si è schierato con il popolo serbo, ora che sta affrontando gli effetti dannosi dei bombardamenti della NATO nel corso dell’ultimo conflitto nei Balcani.

«Oggi in Serbia il termine epidemia è usato per indicare il cancro – continua -.  Molti hanno perso e perdono ogni giorno i loro cari per questo. Il numero dei morti di tumore cresce di giorno in giorno. Anche mia madre morì di cancro a causa dei bombardamenti  – all’Uranio Impoverito in Serbia. Ringrazio questo centro per avermi aiutato e permesso di rivolgermi al Parlamento italiano per delineare le direzioni della nostra lotta in Serbia».

Un ex militare malato di leucemia, causata dalla contaminazione con l’Uranio Impoverito in missione, si suicida

Purtroppo, ancora oggi, molti soldati, italiani e non, muoiono a causa dell’Uranio Impoverito che la NATO definisce innocuo.
Proprio il 23 ottobre scorso un Caporalmaggiore della Taurinese, L.S., si è suicidato nella propria abitazione.

Aveva intentato una causa di servizio contro il ministero della Difesa, dopo essersi ammalato in seguito alle sue missioni in Kosovo e in Afganistan. Sosteneva che la sua “leucemia linfoblastica” fosse dovuta alla contaminazione con l’uranio impoverito.

Era caduto in stato di profonda depressione e soffriva di sbalzi d’umore. Voleva far aprire un’indagine nei confronti del generale cui aveva fatto da autista. Ora la procura, in seguito al decesso ha avviato un’indagine.

Il suicidio nelle Forze Armate. Il sostegno psicologico. Le esperte parlano di prevenzione e supporto

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La prof. Annamaria Giannini dell’Università la Sapienza e la dott. Isabel Fernandez, presidente dell’associazione EMDR Italia

Sono troppi i militari che cadono in un profondo stato di depressione a causa del lavoro che svolgono e, in quanto militari, non riescono a esporre questo grave disagio. Sia per la credenza, che ormai dovrebbe essere superata, del cosiddetto militare eroe sia per paura di perdere il lavoro. Basta poco, in ambito militare, per essere licenziati.
Durante il convegno è intervenuta la Prof.ssa Annamaria Giannini dell’università di Roma La Sapienza e la Dott.ssa Isabel Fernandez presidente dell’associazione EMDR Italia. (EMDR dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari).

Le due specialiste hanno sottolineato quanto sia importante condividere il proprio dolore per non sentirsi soli e cadere nel baratro della depressione.

La Dott.ssa Fernandez ha esposto quanto un trattamento psicologico adeguato possa alleviare lo stress associato ai ricordi traumatici.
Il disturbo post traumatico da stress si verifica proprio in caso di eventi stressanti: nel caso dei militari il DMS5 (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) cita come eventi traumatici l’esposizione alla guerra, l’aggressione, l’essere rapiti e messi in ostaggio, gli incidenti e molti altri.

È necessaria una prevenzione, sottolineano le esperte, primaria (per far fronte a situazioni stressanti); secondaria (in missione, qualora vengano esposti a eventi traumatici; terziaria (per accompagnare i militari nel processo di rientro).
Sarebbe opportuno rafforzare l’aiuto anche annualmente con incontri di supporto psicologico (anche programmati due volte l’anno) per evitare situazioni di accumulo e rafforzare le proprie risorse e capacità di elaborazione.

Le esperienze sono tradotte in ricordi fisici immagazzinati. Quello che crea disagio nel PDTS non è l’esperienza in sé ma il suo ricordo” (van der Kolk).

«Diamo voce a chi oggi voce non ne ha più, raccontiamo le storie perché solo in esse possiamo trovare la risposta alle nostre domande», è l’appello dell’Osservatorio Militare, dell’associazione l’Altra Metà della Divisa e dell’Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito.

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