Condanne per la discarica dei veleni. Il commento del ministro Costa

Giugliano (NA) - discarica dei veleni sotto sequestro

Condannato il “re delle ecomafie”: 18 anni di carcere a Cipriano Chianese, proprietario della discarica dei veleni

 

«È un giorno importante per lo Stato e principalmente per i cittadini e tutti i giornalisti che hanno lottato e combattuto ogni giorno per arrivare a questa sentenza. Un grazie agli investigatori e alla magistratura napoletana», ha commentato la sentenza al processo Resit il ministro all’Ambiente Sergio Costa. Che ha ricordato la legge “Terramia”, «per la quale siamo alle battute finali e che prevede proprio una parte ad hoc per la bonifica dei siti contaminati».

Il processo Resit, alla Corte di appello di Napoli, si è concluso con quattro condanne, sette assoluzioni e tre prescrizioni. L’accusa ha contestato agli imputati i reati di disastro ambientale e avvelenamento delle falde acquifere della maxi discarica dei veleni di tra Giugliano e Parete, in piena Terra dei Fuochi.

Cipriano Chianese

La Corte di Appello di Napoli, presidente Roberto Vescia, ha condannato a 18 anni Cipriano Chianese. In primo grado, l’avvocato, proprietario della discarica dei veleni e considerato il “re delle ecomafie”, era stato condannato a 20 anni di carcere.

Condannato a 15 anni di reclusione Gaetano Cerci, imprenditore dei rifiuti, vicino alla famiglia Bidognetti del clan dei Casalesi.

Dieci anni, 12 in primo grado a Remo Alfani, 4 anni e sei mesi di reclusione sono stati inflitti a Filomena Menale confermando la sentenza di primo grado.

Assolti i funzionari pubblici coinvolti nell’inchiesta: Carmine Di Cicco, Giovanni Ferrante, Antonio Frattaruolo, Giuseppe Giordano, Enrico Santillo, Carlo Vetrano, e Giulio Facchi, l’ex subcommissario ai rifiuti, ritenuto tra i responsabili del disastro ambientale. In primo grado era stato condannato a 5 anni e 6 mesi.

Nella discarica Resit, nell’hinterland napoletano, per decenni, anche durante il periodo dell’emergenza rifiuti gestita dal Commissario, sono state sversate, per ordine dei Casalesi, tonnellate di rifiuti tossici altamente cancerogeni e che nel corso degli anni avrebbero prodotto un enorme danno all’ambiente: una vera e propria bomba ecologica secondo l’accusa.

Per accertare che i suoli sottostanti la maxi discarica dei veleni a cavallo tra le province di Napoli e Caserta fossero effettivamente inquinati, il presidente uscente Domenico Zeuli, sostituito da Roberto Vescia, chiese una nuova perizia.

Secondo i periti del Tribunale, quindi, nel suolo e nella falda, a 40 metri di profondità, sono state sversate grosse quantità di idrocarburi: cloruro di vinile, dicloroetilene (altamente infiammabile, emana fumi o gas irritanti o tossici nella fiamma) e benzene. Mentre, nei campi coltivati nei pressi della discarica, sono stati trovati cloruri e tricloropropano (combustibile, emana fumi o gas irritanti o tossici nella fiamma).

Per i consulenti la contaminazione generata è inarrestabile nel tempo, con seri rischi per la salute delle persone e dell’ambiente. «Le acque meteoriche continuano a infiltrarsi nel corpo delle discariche», è scritto nella perizia, «generando un percolato che continua a compromettere la qualità dell’acqua di falda».

In conformità a questa nuova super perizia, per aver fatto depositare nel sito, materiale senza precauzioni capaci di impedire la contaminazione, la Corte di Assise e di Appello di Napoli ha condannato il titolare della discarica dei veleni, Cipriano Chianese, per avvelenamento delle falde acquifere, reato più grave che ha assorbito quello di disastro ambientale e per e traffico illecito di rifiuti e associazione camorristica.

La messa in sicurezza della discarica della Resit è iniziata due anni e mezzo fa: l’opera costerà 4milioni di euro (fonte Tgr Leonardo).

I lavori – non una bonifica vera e propria, impossibile da realizzarsi ma l’impermealizzazione dell’impianto con sette strati di materiali vari, come inerti e terreno vegetale e un telo che ricopre il tutto per impedire all’acqua piovana di penetrare nella falda – sono al 90%.

Il biogas prodotto dai rifiuti della discarica è recuperato da un filtro che lo convoglia verso apposite torce per essere bruciato. Per estrarre il percolato sono stati realizzati nove pozzi.

Un prato verde coprirà tutto l’impianto e i rifiuti lasceranno il posto a piante arboree.

 

 

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