sabato, Febbraio 27, 2021

Condanne per la discarica dei veleni. Il commento del ministro Costa

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«È un giorno importante per lo Stato e principalmente per i cittadini e tutti i giornalisti che hanno lottato e combattuto ogni giorno per arrivare a questa sentenza. Un grazie agli investigatori e alla magistratura napoletana»

Condannato il “re delle ecomafie”

Diciotto anni di carcere a Cipriano Chianese, proprietario della discarica dei veleni. Ha commentato la sentenza al processo Resit il ministro all’Ambiente Sergio Costa. Che ha ricordato la legge “Terramia”, «per la quale siamo alle battute finali e che prevede proprio una parte ad hoc per la bonifica dei siti contaminati».

Il processo Resit, alla Corte di appello di Napoli, si è concluso con quattro condanne, sette assoluzioni e tre prescrizioni. L’accusa ha contestato agli imputati i reati di disastro ambientale e avvelenamento delle falde acquifere della maxi discarica dei veleni di tra Giugliano e Parete, in piena Terra dei Fuochi.

Cipriano Chianese

La Corte di Appello di Napoli, presidente Roberto Vescia, ha condannato a 18 anni Cipriano Chianese. In primo grado, l’avvocato, proprietario della discarica dei veleni e considerato il “re delle ecomafie”, era stato condannato a 20 anni di carcere.

Condannato a 15 anni di reclusione Gaetano Cerci, imprenditore dei rifiuti, vicino alla famiglia Bidognetti del clan dei Casalesi.

Dieci anni, 12 in primo grado a Remo Alfani, 4 anni e sei mesi di reclusione sono stati inflitti a Filomena Menale confermando la sentenza di primo grado.

Assolti i funzionari pubblici coinvolti nell’inchiesta: Carmine Di Cicco, Giovanni Ferrante, Antonio Frattaruolo, Giuseppe Giordano, Enrico Santillo, Carlo Vetrano, e Giulio Facchi, l’ex subcommissario ai rifiuti, ritenuto tra i responsabili del disastro ambientale. In primo grado era stato condannato a 5 anni e 6 mesi.

Nella discarica Resit, nell’hinterland napoletano, per decenni, anche durante il periodo dell’emergenza rifiuti gestita dal Commissario, sono state sversate, per ordine dei Casalesi, tonnellate di rifiuti tossici altamente cancerogeni e che nel corso degli anni avrebbero prodotto un enorme danno all’ambiente: una vera e propria bomba ecologica secondo l’accusa.

Per accertare che i suoli sottostanti la maxi discarica dei veleni a cavallo tra le province di Napoli e Caserta fossero effettivamente inquinati, il presidente uscente Domenico Zeuli, sostituito da Roberto Vescia, chiese una nuova perizia.

Secondo i periti del Tribunale, quindi, nel suolo e nella falda, a 40 metri di profondità, sono state sversate grosse quantità di idrocarburi: cloruro di vinile, dicloroetilene (altamente infiammabile, emana fumi o gas irritanti o tossici nella fiamma) e benzene. Mentre, nei campi coltivati nei pressi della discarica, sono stati trovati cloruri e tricloropropano (combustibile, emana fumi o gas irritanti o tossici nella fiamma).

Per i consulenti la contaminazione generata è inarrestabile nel tempo, con seri rischi per la salute delle persone e dell’ambiente. «Le acque meteoriche continuano a infiltrarsi nel corpo delle discariche», è scritto nella perizia, «generando un percolato che continua a compromettere la qualità dell’acqua di falda».

In conformità a questa nuova super perizia, per aver fatto depositare nel sito, materiale senza precauzioni capaci di impedire la contaminazione, la Corte di Assise e di Appello di Napoli ha condannato il titolare della discarica dei veleni, Cipriano Chianese, per avvelenamento delle falde acquifere, reato più grave che ha assorbito quello di disastro ambientale e per e traffico illecito di rifiuti e associazione camorristica.

La messa in sicurezza della discarica della Resit è iniziata due anni e mezzo fa: l’opera costerà 4milioni di euro (fonte Tgr Leonardo).

I lavori – non una bonifica vera e propria, impossibile da realizzarsi ma l’impermealizzazione dell’impianto con sette strati di materiali vari, come inerti e terreno vegetale e un telo che ricopre il tutto per impedire all’acqua piovana di penetrare nella falda – sono al 90%.

Il biogas prodotto dai rifiuti della discarica è recuperato da un filtro che lo convoglia verso apposite torce per essere bruciato. Per estrarre il percolato sono stati realizzati nove pozzi.

Un prato verde coprirà tutto l’impianto e i rifiuti lasceranno il posto a piante arboree.

 

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