giovedì, Febbraio 22, 2024

Carne sintetica: cibo del futuro o affare del futuro?

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LA CARNE SINTETICA, DETTA ANCHE “CLEAN MEAT”, È ANCORA SOTTOPOSTA A TEST, MA GLI ESPERTI GIÀ LA CONSIDERANO IL CIBO DEL FUTURO. AD ALTO VALORE ETICO, POICHÉ ABBATTE IL NUMERO DEGLI ANIMALI MACELLATI. AD ALTO VALORE AMBIENTALE, PERCHÉ ELIMINA LA NECESSITÀ DEGLI ALLEVAMENTI. TRA DOMANDE E DUBBI, C’È ANCHE LA POSIZIONE DI SLOW FOOD

La carne sintetica (anche detta in vitro o coltivata) è un prodotto di laboratorio, che origina dalle cellule staminali. Per questo motivo è stata anche ribattezzata “clean meat”, perché la sua produzione non prevede l’uccisione né trattamenti crudeli o stressanti degli animali.

Dunque carne, ma non derivante direttamente da macellazione. Il primo esempio realmente testato, risale al 2013. All’epoca una squadra scientifica olandese riuscì a produrre il primo hamburger sintetico, che fu poi assaggiato durante la conferenza stampa di presentazione, a Londra.

Oggi, intorno all’idea di carne coltivata, ruota molto scetticismo, soprattutto per dubbi di natura etica e ambientale. Tuttavia pare che il concetto abbia sempre destato molto interesse negli anni.

Sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero per mangiare il petto o l’ala, coltivando queste parti separatamente in un mezzo adatto”. Queste le parole di Winston Churchill già nel 1931.

Negli anni ‘50, lo studioso olandese Willem van Eelen elaborò un primo progetto di carne auto prodotta, avendo egli sofferto molto la fame da bambino, a causa della guerra.

Ma l’idea di “coltivare” la carne, nasce nel 1971, da una ricerca, poi dimostratasi vincente, dell’americano Russel Ross. Da allora, questo alimento può essere creato in laboratorio, utilizzando cellule staminali, con l’aggiunta di piccole porzioni edibili di tessuto.

Anche la NASA nel 2001 ha condotto vari esperimenti, approdando, nel 2002 alla creazione di filetti di pesce, ottenuti da cellule di pesce rosso.

Sembra, quindi, che la “clean meat” possa rappresentare a tutti gli effetti il cibo del futuro. Servirebbe a sfamare più persone, su scala mondiale, senza dover applicare processi dannosi su animali e ambiente. Ma è davvero così?

pesce sintetico
Un filetto di salmone ottenuto da cellule di pesce rosso

L’ok delle autorità di controllo

Come ci ricorda Slow Food, «secondo chi sta sperimentando la carne sintetica per il mercato americano, ma presto europeo e mondiale, essa è il cibo del futuro. Lo sarebbe per il suo valore etico, visto che eviterebbe la macellazione di animali. Ma anche ambientale, perché consentirebbe di fare a meno degli allevamenti».

L’associazione, però, nutre forti dubbi in merito al fatto che la carne sintetica possa essere “buona, pulita e giusta”. Questi, infatti, i criteri seguiti e diffusi da Slow Food per promuovere e difendere la biodiversità, la sostenibilità e l’equità dei prodotti e dell’economia alimentare.

Tuttavia, la problematica sembra non riguardare del tutto le autorità di controllo sul cibo, né le aziende produttrici. Si ricordi, infatti, quanto disposto dal Dipartimento di Nutrizione dell’EFSA (European Food Safety Authority), il quale ha già dato un primo “ok” all’ingresso della carne coltivata in UE.

Il processo, comunque, prevede un periodo di prova di circa diciotto mesi, durante il quale le aziende devono dimostrare la sicurezza del prodotto. Superato detto periodo, questo può essere venduto e consumato.  Pare, infatti, che il pollame sintetico dell’azienda americana Upside Foods (prima produttrice nel settore), presto potrebbe arrivare sulle nostre tavole. D’altronde, già Singapore nel 2020 aveva autorizzato il consumo dei bocconcini di “pollo clean”.

Secondo Federico Varazi, vice presidente Slow Food Italia, però, più che cibo del futuro la carne sintetica rappresenterà solo l’ennesimo grande affare delle multinazionali.

Ecco le sue parole: «È solo l’ennesimo grande affare delle multinazionali del cibo, che distrae il consumatore, spostando gli interessi verso un nuovo business. Il cibo che diventa merce di scambio come tante sui mercati nazionali… frutto di una deriva tecnologica che lo rende priva di qualunque significato culturale. Essa lo priva dal legame con i territori, con le comunità che ci vivono e con i loro saperi e tradizioni».

La “clean meat” falso mito

Questo per sottolineare come, adesso che il settore OGM è in crisi dopo aver spopolato sul mercato, ora si tenta con la “clean meat”. Alla base della manovra ci sarebbe il mero scopo di lucro da parte delle multinazionali, le quali strumentalizzano il discorso etico, solo in vista di alti profitti.

Il vice presidente osserva, infatti, che «ora che questo sistema è entrato in crisi – l’OGM – e la produzione del cibo è al centro della complessa questione climatico ambientale, entrano in scena le multinazionali. Esse stanno strumentalizzando la sensibilità etica nei confronti degli animali… – anche perché questi nuovi prodotti – contengono coloranti, aromatizzanti, e addensanti necessari per dare forma e colore a qualcosa che è finta carne».

Da un lato, dunque, è vero che tutti i trattamenti perpetrati finora nei confronti degli animali verrebbero sensibilmente ridotti. Così come pure i costi e i danni ambientali che derivano dal mantenimento di allevamenti intensivi. Primo fra tutti, l’utilizzo smodato di energia.

Ma, d’altro canto, si tratterebbe di un falso mito, perché, a ben vedere, il processo di produzione della “clean meat” richiederebbe un massiccio utilizzo di risorse, se impiegate per la produzione su scala mondiale. Senza contare l’aspetto relativo alla genuinità, biodiversità ed equità del cibo. Gli agricoltori e gli allevatori riceverebbero senz’altro un ulteriore danno economico, ancora una volta spodestati dalle multinazionali e dai loro prodotti “fittizi” e sradicati dal territorio.

La mobilitazione di Coldiretti

Non a caso, la Confederezione Nazionale Coldiretti, ha lanciato la sottoscrizione di una petizione, volta a promuovere leggi più eque. Essa infatti chiede una normazione che vieti la produzione, l’uso e la commercializzazione del cibo sintetico in Italia.

Quindi no alla carne di laboratorio, “al latte senza mucche” o al “pesce senza mari, laghi e fiumi”. La Coldiretti lancia l’allarme di come questo nuovo filone di investimento tocchi, ancora una volta le solite intoccabili lobbies. Si pensi a tutto il settore della produzione hi tech e ai più forti finanzieri mondiali come, Bill Gates, Eric Schmidt o Jerry Yang.

I conti, per altro, dimostrano quanto l’interesse per questa nuova “gallina dalle uova d’oro” sia elevato. Si stima che, solo nel 2020, siano stati investiti 336milioni di dollari nel settore, con una crescita del 6mila % in cinque anni!

E ancora, secondo Coldiretti, «la carne da laboratorio non salva gli animali, perché sfrutta i feti delle mucche e non salva l’ambiente, perché consuma più acqua ed energia di molti allevamenti tradizionali. In più non aiuta la salute, perché non c’è garanzia che i prodotti chimici siano sicuri e non è accessibile a tutti perché per farla serve – addirittura – un bioreattore».

Come se non bastasse, sempre a detta della Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti (ma è difficile non crederci), le multinazionali stanno lavorando a un latte in polvere, già sintetico di suo, ma non derivante direttamente dal latte vaccino come materia prima diretta. Oppure, in Germania si lavora a bastoncini di natura ittica, seguendo lo stesso schema, cioè senza pesce vero e senza mare, come elementi di partenza.

Tempo fa, molti scherzavano, anche erroneamente, sul fatto che alcuni prodotti bio o vegan (tipo i biscotti) immessi sul mercato, fossero troppo “free”. Cioè deprivati di alcuni componenti o materie prime che solitamente si utilizzano per la loro produzione (zucchero raffinato, burro, latte, uova, glutine).

Fino ad arrivare a parlare, ironicamente, di “biscotti senza biscotti” o di “pizza senza pizza”. Adesso, però, sembra che ciò che sta per arrivare sulle nostre tavole sia qualcosa di molto più preoccupante e nocivo, su tutti i livelli, rispetto a un innocuo e salutare prodotto vegan o gluten free, su cui molti, ignari, ironizzavano!

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