venerdì, Maggio 27, 2022

Cambiamenti climatici: è “Codice Rosso”

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Dalla Relazione di Valutazione dell’IPCC 2021, sui cambiamenti climatici e la produzione crescente di anidride carbonica e di altri gas serra, la Terra è in “Codice Rosso”

Ciascuno di noi sta facendo esperienza dei cambiamenti climatici in atto. L’estate 2021 conferma quanto sta avvenendo sistematicamente negli ultimi anni. L’elaborazione dei primi dati provenienti dall’European Severe Weather Database (Banca Dati Europea sui Fenomeni Meteorologici Locali e Violenti), indicano in oltre 500 gli eventi meteorologici estremi verificatisi dall’inizio del periodo estivo.

Alluvioni, ondate di calore, nubifragi e grandinate, non sono più un’eccezione ma l’ordinario andamento delle variazioni climatiche che si verificano ogni anno. A ciò si aggiungono gli incendi, per la maggior parte di natura dolosa o colposa, favoriti nella loro propagazione da temperature molto elevate per più giorni consecutivi, spesso associate a tassi elevati di umidità, forte irraggiamento solare e assenza di ventilazione, che già nei primi otto mesi del 2021 hanno distrutto nel mondo oltre 3milioni di ettari di foreste, con conseguenti emissioni di gas serra pari al 4,2% di quelle globali del 2020.

Chi si occupa di cambiamenti climatici e quali le ricerche più accreditate

Il 9 agosto 2021 è stata presentata la Relazione “Climate Change 2021: The Physical Science Basis“ del gruppo di lavoro sul cambiamento climatico dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che fornisce la valutazione più chiara, completa e aggiornata del riscaldamento dell’atmosfera, degli oceani e del suolo.

“The Physical Science Basis” è il primo volume della Sesta Relazione di Valutazione dell’IPCC (AR6), che sarà completata nel 2022. L’AR6 si basa su contributi di 234 autori provenienti da 66 Paesi, di cui 31 autori coordinatori, 167 autori principali, 36 editori di recensioni e 517 autori contributori.

L’AR6 è la più autorevole rassegna della conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici per i governi, la comunità scientifica internazionale e l’opinione pubblica mondiale. Non solo fotografa la situazione in atto, ma indica probabili scenari futuri, focalizzati sui possibili impatti che i cambiamenti climatici avranno sulla vita della popolazione mondiale in ogni area geografica del pianeta.

Che cos’è l’IPCC

L’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) è il principale organismo scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici.

È stato istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (Organizzazione Meteorologica Mondiale) e dallo United Nations Environment Program (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente). È un organismo dell’ONU capace di fornire ai governi di tutto il mondo una visione scientifica autorevole e accreditata dello stato più recente delle conoscenze sul cambiamento climatico e sui suoi potenziali impatti ambientali, sociali ed economici planetari.

L’IPCC è dunque un organismo intergovernativo a livello mondiale, che mette in rete migliaia di scienziati e ricercatori con competenze di elevato profilo, impegnati a produrre report e studi finalizzati a garantire una valutazione oggettiva e completa di informazioni aggiornate.

Attualmente fanno parte dell’IPCC 195 Paesi. I governi partecipano al processo di revisione e alle sessioni plenarie dove sono prese le principali decisioni sui programmi di lavoro e dove vengono accettati, approvati e adottati i Rapporti.

Ogni governo ha un Focal Point IPCC che coordina le attività relative alla propria nazione. Partecipano al lavoro dell’IPCC anche le principali organizzazioni internazionali, intergovernative e non-governative.

Quali sono le principali evidenze riportate nel primo volume “The Physical Science Basis” dell’AR6

Gli scienziati rilevano cambiamenti nel clima della Terra in ogni area geografica del pianeta e in tutto il sistema climatico: è sicuramente questo il fenomeno più chiaro. Molti di questi cambiamenti non hanno «precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli che sono già in atto – come il continuo aumento del livello del mare – sono irreversibili in centinaia o migliaia di anni».

Una prima inequivocabile indicazione riguarda la produzione crescente di anidride carbonica (CO2) e di altri gas serra: «forti e costanti riduzioni di emissioni di anidride carbonica (CO2) e di altri gas serra limiterebbero i cambiamenti climatici. Se, da una parte, grazie a queste riduzioni, benefici per la qualità dell’aria sarebbero rapidamente acquisiti, dall’altra, potrebbero essere necessari 20-30 anni per vedere le temperature globali stabilizzarsi».

Va rimarcato come l’aumento della CO2 dipende dalle attività antropiche connesse alla combustione (ossidazione) di combustibili fossili (petrolio, gas naturale, carbone).

Il modello economico predominante, a partire dalla prima rivoluzione industriale (seconda metà del 1700), grazie al miglioramento delle tecnologie disponibili, richiede di estrarre (tecnicamente “decompartimentare”) il carbonio che è contenuto nel sottosuolo nelle molecole organiche di questi combustibili.

Bruciandole si reimmette il carbonio in atmosfera in forma ossidata (la CO2, appunto). La produzione di beni e servizi esige elevatissime quantità di energia che, per la maggior parte ancora oggi, viene prodotta tramite la combustione. Si pensi ad esempio che nel 2019 i veicoli circolanti sul nostro territorio nazionale sono stati 52.401.299 (+1,4% rispetto 2018), a fronte di una popolazione di circa 60milioni di persone, contribuendo in modo significativo all’incremento dell’anidrite carbonica, cui si aggiungono anche gli altri gas climalteranti (GHG – GreenHouse Gases). Come ad esempio il metano (CH4), generato dalle discariche dei rifiuti, dagli allevamenti zootecnici e dal settore agricolo.

A quali altre conclusioni giunge il rapporto dell’IPCC

Riscaldamento più veloce.

«Il rapporto fornisce nuove stime sulle possibilità di superare il livello di riscaldamento globale di 1,5°C nei prossimi decenni. A meno che non ci siano riduzioni immediate, rapide e su larga scala delle emissioni di gas serra, limitare il riscaldamento a circa 1,5°C o addirittura 2°C sarà un obiettivo fuori da ogni portata».

Come già riportato ogni regione del pianeta affronta cambiamenti che stanno crescendo: ecco le conseguenze.

«Con 1,5°C di riscaldamento globale, ci si attende un incremento del numero di ondate di calore, stagioni calde più lunghe e stagioni fredde più brevi. Con un riscaldamento globale di 2°C, gli estremi di calore raggiungerebbero più spesso soglie di tolleranza critiche per l’agricoltura e la salute».

Ma la temperatura non è l’unico elemento in gioco, il rapporto si focalizza su alcune criticità direttamente connesse ai cambiamenti climatici che stanno intensificando il ciclo idrologico[1].

«Questo porta, in alcune regioni, piogge più intense e inondazioni ad esse associate, in molte altre regioni porta a siccità più marcate, pertanto influenzando gli andamenti delle precipitazioni. Alle alte latitudini è probabile che le precipitazioni aumentino, mentre ci si attende che diminuiscano in gran parte delle regioni subtropicali (con conseguente impennata della siccità n.d.a.). Sono inoltre attesi cambiamenti nelle precipitazioni monsoniche, con variazioni nelle diverse regioni».

E le oscillazioni del livello del mare?

«Per le aree costiere ci si attende un continuo aumento del livello del mare per tutto il XXI secolo che contribuirebbe a inondazioni costiere più frequenti e gravi nelle aree basse rispetto al livello del mare e all’erosione delle coste. Eventi estremi riferiti al livello del mare che prima si verificavano una volta ogni 100 anni, entro la fine di questo secolo potrebbero verificarsi ogni anno. Un ulteriore riscaldamento intensificherà lo scioglimento del permafrost[2], la perdita della copertura nevosa stagionale, lo scioglimento dei ghiacciai e della calotta polare, nonché la perdita del ghiaccio marino artico estivo…

I cambiamenti nell’oceano quali il riscaldamento, le più frequenti ondate di calore marino, l’acidificazione degli oceani e la riduzione dei livelli di ossigeno in mare sono chiaramente collegati all’influenza umana. Questi cambiamenti influenzano sia gli ecosistemi marini che le persone che dipendono da essi, e continueranno almeno per il resto di questo secolo».

Per le città, soprattutto le megalopoli, il rapporto conferma quanto già emerso nei report degli anni precedenti, anche se in modo più preciso

«Per le città, alcuni aspetti dei cambiamenti climatici possono risultare amplificati. Tra questi, le ondate di calore (le aree urbane sono di solito più calde dei loro dintorni) e le inondazioni dovute a forti precipitazioni».

Essendo l’IPCC un organismo intergovernativo, che opera sotto l’egida dell’ONU, all’atto della presentazione dell’imponente report (circa 4mila pagine), il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha dichiarato che: «l’odierno “IPCC Working Group 1 Report” è un codice rosso per l’umanità. I ​​campanelli d’allarme sono assordanti e le prove sono inconfutabili. La soglia del riscaldamento globale concordata a livello internazionale di 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali è pericolosamente vicina. Siamo a rischio imminente di raggiungere gli 1,5 gradi nel breve termine. L’unico modo per evitare di superare questa soglia è quello di intensificare urgentemente i nostri sforzi e proseguendo sulla strada più ambiziosa».

Ai G20 imperativo: “net zero emissions coalition”

Il segretario generale dell’Onu ha rimarcato con forza: «dobbiamo agire con decisione ora! Le soluzioni sono chiare: economie inclusive e verdi, maggiore prosperità, aria più pulita e una salute migliore sono possibili per tutti, se rispondiamo a questa crisi con solidarietà e coraggio. In vista della cruciale conferenza sul clima COP26 a Glasgow a novembre (2021), tutte le nazioni – in particolare le economie avanzate del G20 – devono unirsi alla “net zero emissions coalition” (cioè l’impegnativo obiettivo delle emissioni zero – n.d.a.) e rafforzare le loro promesse di rallentare e invertire il riscaldamento globale con credibilità e concretezza».

Le affermazioni di due autorevoli climatologi, che hanno contribuito alla redazione e alla revisione scientifica dell’importantissimo report, chiariscono in modo inconfutabile la strada da intraprendere e le responsabilità da attribuire.

«Stabilizzare il clima richiederà riduzioni forti, rapide e costanti delle emissioni di gas a effetto serra, e raggiungere emissioni nette di CO2 pari a zero. Limitare altri gas serra e inquinanti atmosferici, specialmente il metano, potrebbe avere dei benefici sia per la salute sia per il clima»(Panmao Zhai, co-presidente del Gruppo di Lavoro I dell’IPCC).

«È chiaro da decenni che il clima della Terra stia cambiando, e il ruolo dell’influenza umana sul sistema climatico è indiscusso” (Valérie Masson-Delmotte, co-presidente del Gruppo di Lavoro I dell’IPCC).

In conclusione è interessante introdurre due aspetti che hanno un effetto diretto e indiretto sui cambiamenti climatici in atto.

Possibili relazioni tra inquinamento atmosferico e COVID-19

Un recentissimo studio (settembre-dicembre 2020), pubblicato su Epidemiologia e Prevenzione[1], la rivista dell’associazione italiana di epidemiologia, ha fornito un contributo per comprendere i complessi meccanismi e le possibili relazioni tra inquinamento atmosferico e COVID-19 [2].

Nell’incipit della ricerca si afferma che: «L’inquinamento atmosferico è una delle principali cause di morte in tutto il mondo, con effetti avversi legati a esposizioni sia a breve sia a lungo termine. Di recente è stato anche accostato alla pandemia COVID-19».

Inoltre si indica esplicitamente che: «Nel nostro Paese, la principale fonte di inquinamento atmosferico nelle realtà urbane è rappresentata dagli scarichi del traffico veicolare, in particolare dei motori diesel. Tuttavia, è stato anche riconosciuto negli ultimi anni il ruolo importante e crescente della combustione delle biomasse (quali legno e pellet usati per il riscaldamento), responsabile di un aumento della concentrazione di polveri[3] soprattutto nelle aree del Nord e nelle aree rurali. A queste fonti inquinanti si aggiungono l’agricoltura e gli allevamenti di bestiame, per le emissioni di ammoniaca, che per reazione chimica nell’atmosfera si trasforma in particolato secondario, e le emissioni industriali. In questi ultimi mesi, la possibile relazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e l’epidemia di COVID-19 (malattia del coronavirus causata dalla SARS-CoV-2) è stata oggetto di dibattito. È noto che i principali inquinanti atmosferici antropogenici hanno proprietà fortemente ossidanti e che l’esposizione a questi inquinanti inneschi reazioni infiammatorie polmonari e sistemiche acute e croniche, anche in soggetti giovani e sani».

Ancora, si evidenzia che: «L’esposizione al particolato (PM10, PM2,5) o al biossido di azoto (NO2) può, dunque, rendere il sistema respiratorio più suscettibile alla infezione da SARS-CoV-2 e alle complicanze della malattia da coronavirus. Le persone che vivono in un’area con livelli elevati di inquinanti atmosferici sono infatti a maggior rischio di infezioni respiratorie».

Il secondo aspetto da richiamare è quello dei migranti climatici

Un primo chiarimento è che formalmente l‘espressione “rifugiato climatico” è impropria poiché non si fonda su nessuna norma presente nel diritto internazionale. Cioè il “rifugiato climatico” non è riconducibile alla definizione della Convenzione sui rifugiati di Ginevra (1951), che lo individua come qualcuno che ha attraversato una frontiera internazionale «a causa del fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per un’opinione politica».

Mancato riconoscimento dello status di rifugiato climatico o ambientale: un vuoto normativo

L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (International Organization for Migration – IOM), definisce i migranti climatici (e più in generale quelli ambientali) quali «persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali o scelgono di farlo, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro Paese sia uscendo dai confini del proprio Paese».

Il report “Groundswell: preparing for internal climate migration”, pubblicato della Banca Mondiale nel 2018[1], indica in oltre 140milioni i migranti climatici nel mondo entro il 2050. Il report si concentra sulle migrazioni interne ai Paesi del cosiddetto “Sud del mondo” (Asia, Africa e Sud America), che probabilmente saranno quelle maggiori. La prospettiva è di: 86milioni nell’Africa Sub Sahariana; 40milioni nel Sud Asia; 17milioni nell’America Latina.

È oramai evidente e lampante che la globalizzazione non è un termine attribuibile solo all’economia di mercato e alla sua dimensione mondiale, ma anche agli effetti planetari da essa prodotti. Effetti socio-ambientali con elevati gradi di complessità e crescente incertezza del futuro: non più determinabile, luminoso e confortevole.

È altrettanto evidente, e anche questo si delinea come segno tangibile, che il libro pubblicato nel 1949 da George Orwell, “1984”, non è ascrivibile solo a una spiccata visionarietà del versatile autore inglese, avverso a qualsiasi totalitarismo. Semmai a un’acuta analisi di lettura dei suoi tempi e di ciò che stava per verificarsi: «Era un po’ curioso pensare che il cielo era lo stesso per tutti, in Eurasia, in Estasia, e anche lì. E la gente sotto il cielo, anche, era sempre la stessa gente… dovunque, in tutto il mondo, centinaia o migliaia di milioni di individui, tutti uguali, ignari dell’esistenza di altri individui, tenuti separati da mura di odio e di bugie, eppure quasi gli stessi».

A cura di

Sergio Sichenze


Legenda

[1] Un altro effetto del riscaldamento globale è l’intensificazione del ciclo idrologico, ovvero un’atmosfera più calda è più energetica e può contenere più vapore acqueo, il che determina l’aumento di eventi estremi sia di carattere alluvionale che siccitoso.

[2] Lo strato di terreno permanentemente gelato che si trova, a profondità non minori di qualche metro, nel sottosuolo di varie zone, specialmente ad alta latitudine e ad alta quota.

[3] “La valutazione dell’esposizione della popolazione italiana all’inquinamento atmosferico nel periodo 2016-2019 per lo studio della relazione tra inquinamento atmosferico e COVID-19. Exposure assessment of air pollution in Italy 2016-2019 for future studies on air pollution and COVID-19”.

[4] La ricerca è stata condotta da: Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, ASL Roma 1; Dipartimento per la valutazione, i controlli e la sostenibilità ambientale, dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), con sede a Roma; Centro tematico regionale ambiente prevenzione e salute, Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna, con sede a Modena.

[5] Le polveri sottili o particolato atmosferico sono un pulviscolo molto fine e leggero da rimanere facilmente sospeso in aria e quindi respirato. Viene suddiviso in due categorie, a seconda delle dimensioni medie delle particelle: Particolato grossolano PM10, ovvero superiore a 10 µm (micron), e il  Particolato fine o sottile PM2,5: particelle con diametro attorno ai 2,5 µm (1 µm è pari a 1 millesimo di millimetro).

[6] Si veda:  www.worldbank.org.

Sergio Sichenze è nato a Napoli nel 1959. Vive e lavora a Udine. Biologo e naturalista si occupa di temi collegati alla sostenibilità, all’educazione, alla formazione ambientale e ai processi partecipativi. Svolge attività di studio e di ricerca nel campo della letteratura e della promozione culturale. Ha pubblicato racconti e raccolte poetiche con diverse case editrici. Sue poesie compaiono in alcune raccolte. Nel 2018 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio e dal 2019 è membro della giuria del medesimo premio. Fa parte del comitato di redazione del quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria “Menabò” (Terra d’ulivi edizioni) per il quale cura la rubrica “Pi greco”.

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