mercoledì, Novembre 25, 2020

Calabria, l’ambiente che non c’è più

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Da decenni ormai il territorio della Calabria è stato avvelenato dall’incuria dei politici, dalle disattenzioni dei cittadini e dagli interessi della criminalità organizzata

Scempi ambientali in Calabria: conseguenze deleterie per la salute di tutti

Un caso eclatante è quello della “nave dei veleni”, che hanno tentato di far passare come l’ennesima fantasia di giornalisti affamati di notizie. La criminalità organizzata ha consentito, in cambio di denaro, di far interrare rifiuti tossici provenienti da tutta Italia e forse anche dall’estero.

Basterebbe fare una passeggiata sulle spiagge del Tirreno, specialmente quelle in provincia di Cosenza, con un contatore Geiger per misurare le radiazioni e rendersi conto della veridicità o meno di quanto sostenuto da associazioni, media e pentiti.

Lo smaltimento dei rifiuti pericolosi nel mare calabrese 

Calabria - Jolly rosso navedei veleni
Amantea, Calabria, la navedei veleni Jolly rosso

Nei decenni scorsi, lo spiaggiamento a sud di Amantea della motonave Jolly Rosso, sospettata di contenere rifiuti tossici e radioattivi, accese i riflettori sullo smaltimento dei rifiuti pericolosi nel mare calabrese. La nave si arenò sulla spiaggia di Amantea e i rifiuti, secondo quanto circolò nel periodo dell’affondamento, furono trasferiti e seppelliti nel fiume Oliva.

Questo attraversa una vasta area a monte della porzione di costa citata. Nella zona furono effettivamente sversati rifiuti altamente pericolosi, come dimostrò una relazione consegnata alla Procura della Repubblica di Paola, sul Tirreno cosentino.

Dalla relazione si apprende che: “Si conferma l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante il letto del fiume Oliva a sud della località Foresta, dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non”.

Numerose le denunce, i procedimenti penali intentati in questi anni, sfociati, purtroppo, in sentenze di assoluzione in favore degli imputati accusati di disastro ambientale, che confermano il sicuro coinvolgimento di persone intoccabili.

Il rischio amianto nei centri abitati e nelle discariche

Altro grave problema è la presenza massiccia dell’amianto nei centri abitati e nelle discariche. La Legge Regionale 27 aprile 2011, n. 14 proponeva la bonifica dei siti inquinati, il sostegno a persone affette da malattie correlabili all’amianto e la promozione della ricerca e della sperimentazione di nuove tecniche, non solo per la bonifica dell’amianto, ma anche per la prevenzione e la terapia sanitaria.

La Legge 14/11 aveva previsto un piano decennale per l’eliminazione dell’amianto sul territorio regionale e la promozione di iniziative per ridurre il rischio sanitario. Inutile dire che siamo ancora all’anno zero e che l’amianto continua a rimanere su molti tetti e abbandonato in tante discariche a cielo aperto.

La mafia dei boschi 

Mafia dei boschi: risale al 4 gennaio 2017 la presentazione alla Camera dei Deputati della “Relazione sull’attività delle forze di polizia sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata”, relativa all’anno 2015.

Calabria - boschi sulla Sila
Calabria, i boschi sulla Sila rischiano di scomparire a causa della raccolta selvaggia di legname dei cartelli di stampo mafioso

Nella sezione dedicata alle nuove minacce in ordine alla tutela ambientale, si legge: “Nel 2015 inoltre, anche a causa della crisi economica, si è assistito ad una recrudescenza di fenomeni di illegalità nei confronti della risorsa forestale. Da fenomeni più banali, quali il taglio condotto con modalità non conformi, si arriva ad irregolarità via via più gravi, con reati che assumono la dimensione del reato associativo, fino alla turbativa d’asta pubblica.

Il taglio del bosco rappresenta infatti una risorsa che, in tempo di crisi economica, riacquista un valore tutt’altro che trascurabile soprattutto se attuato con prelievi molto più intensi di quelli autorizzati o se condotti a seguito di aste pubbliche non conformi alla norma. In certe aree della Calabria, sono state accertate così spesso infiltrazioni di criminalità organizzata nel settore, da indurre il Corpo forestale dello Stato, a proporre, anche per le alienazioni dei boschi pubblici, le procedure di certificazione antimafia previste dalla normativa per gli appalti pubblici.

Sono state accertate infatti, da parte delle ditte boschive che partecipano alle aste, accordi preventivi illeciti finalizzati alla spartizione di lotti da aggiudicare e ricorso a “cartelli” finalizzati a tenere bassi i prezzi della base d’asta mediante accordi segreti ed illegittimi. Si instaurano così dei monopoli od oligopoli ove pochi soggetti, di fatto, tengono in pugno pubbliche amministrazioni, anche mediante minacce o atti corruttivi, e determinano il prezzo finale del lotto boschivo.

Successivamente si verificano prelievi di legna illegittimi, sconfinamenti di superfici, subappalti illegittimi, utilizzo di manodopera in nero se non addirittura clandestina. Si deve constatare che dopo il passaggio di competenze fra lo Stato e le Regioni, alcune di queste non sono state in grado di sviluppare un sistema armonico e funzionale per la gestione della tutela della risorsa forestale ed hanno perso la visione d’insieme”.

Operazione “Stige”, in manette amministratori locali 

Con l’operazione “Stige”, scattata nei primi di gennaio del 2018, si diede seguito a quanto riportato nella succitata relazione e alle varie denunce dei tagli selvaggi e della raccolta di legname nelle aree boschive, susseguitisi a ritmi incalzanti.

Diverse imprese ritenute mafiose, facenti parte di un cartello di ditte capaci di monopolizzare il settore del taglio, minacciavano gli imprenditori concorrenti e pilotavano le aste pubbliche per l’assegnazione di lotti di terreno boschivo. In questa occasione, i pentiti parlarono di “riconquista criminale della Sila”. Contemporaneamente le aree urbane e periurbane perdevano buona parte del loro patrimonio arboreo.

Si disbosca la Calabria per alimentare la centrale a biomasse di Enel 

Una manifestazione contro la presenza della Centrale ENEL Mercure a biomasse nel Parco del Pollino

Centrali a biomasse: per definizione dovrebbero essere piccoli insediamenti da utilizzare per la combustione dei residui di lavorazione degli scarti dell’agricoltura, della forestazione, di piantagioni dedicate. La Centrale Enel a biomasse del Mercure, attiva dal 2016, è situata nel Parco del Pollino vicino al fiume Mercure-Lao e dimostra il contrario. (C’è da dire che i numerosi disboscamenti e la costruzione delle centrali a biomasse non hanno mai provocato alcuna reazione da parte dei presidenti dei Parchi).

Proprio nell’anno in cui ha iniziato la sua attività, la centrale ha incassato, secondo quanto ha pubblicato l’Enel, 49milioni di euro. Di questi, solo 10milioni sono provenuti dalla produzione energetica, mentre i rimanenti 39milioni sono giunti da incentivi pubblici.

Inoltre, si produce un’eccessiva quantità di energia che supera di molto il fabbisogno energetico della Calabria, per cui serve una quantità smisurata di biomassa necessaria al suo funzionamento. Ecco spiegato i motivi dei numerosi tagli di alberi in tutta la regione.

Da prendere in considerazione sono anche le centrali a biomasse che sorgono in località Bocca di Piazza, alle porte della Sila e la centrale di Rende. Inceneriscono alberi senza fine e il sospetto è che in esse finiscano i resti degli alberi tagliati nelle città. Le associazioni ambientaliste chiedono che vengano messe fuori legge.

Discariche disseminate per la regione per soddisfare gli appetiti mafiosi 

Calabria - discarica a cielo aperto
Calabria, una discarica a cielo aperto

Discariche: “Il nostro obiettivo è puntare a zero discariche e bonificare il territorio”, così annunciava l’ex presidente della regione Mario Oliverio l’8 giugno 2015. Le discariche sono rimaste al loro posto, la Calabria pullula di piccoli e grandi giacimenti di rifiuti (Celico, Castrolibero in provincia di Cosenza, e tante altre).

Il 18 gennaio dello scorso anno, è stato dato il via libera alla discarica di Scandale. Solo pochi giorni fa, la Regione Calabria ha deciso che la discarica di Celico (CS) ritornerà ad operare a pieno regime. Una disposizione questa che indigna e spinge i cittadini a protestare, visto che la discarica sorge alle porte della Sila.

L’impreparazione e il menefreghismo dei politici locali sono la causa dei disastri ambientali del territorio calabrese. A ciò deve aggiungersi che la mafia si infiltra in tutti gli affari redditizi e, nella fattispecie, i rifiuti rappresentano un settore proficuo per i loro affari. Urge, dunque, puntare su altri sistemi di smaltimento dei rifiuti, poiché le discariche, oltre a essere nocive e obsolete, servono a soddisfare gli appetiti mafiosi.

La distruzione dei patrimoni arborei comunali

Attenzione particolare merita il dissesto idrogeologico, la cementificazione selvaggia in tutta la regione, la raccolta differenziata che genera una serie di interrogativi, la mancata bonifica dell’area ex Legnochimica di Rende, la dispersione idrica, l’erosione costiera e il business del legno che non risparmia nemmeno le città e le aree ad esse limitrofe.

Da anni, tra Cosenza e Rende è in atto la distruzione dei rispettivi patrimoni arborei comunali attraverso le discutibili pratiche della capitozzatura e dei tagli selvaggi, fatti passare per potature stagionali. Proteste, articoli sui media, associazioni nate ad hoc, denunce in procura e petizioni non sono servite a nulla.

Occorre sottolineare la complicità di Legambiente nei tagli di tanti alberi su un viale di primaria importanza di Cosenza e la volontà dello stesso comune di non far rimanere in città nemmeno un filo d’erba. Da non dimenticare il progetto criminale degli incendi multipli delle scorse estati che ha messo in serie difficoltà l’esiguo corpo dei Vigili del fuoco.

A fuoco il patrimonio boschivo della Calabria 

Nel 2017, la Calabria ha perso gran parte del suo patrimonio boschivo a causa dei numerosi incendi che l’hanno percorsa da nord a sud. Niente è stato fatto in seguito né per le aree colpite, né per prevenire in seguito simili catastrofi.

I fatti fin qui citati sono funzionali ai tornaconti poco chiari di amministratori, associazioni e politici. Non possiamo continuare così, a rischio è la sopravvivenza di tutti. È necessario accendere i riflettori sulla catastrofica situazione ambientale della regione e sugli indicibili interessi di chi questa regione ha amministrato e amministra.

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