sabato, Luglio 20, 2024

«Bonificare, bonificare, bonificare»

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L’ITALIA È STATA IL SECONDO PRODUTTORE E UTILIZZATORE DI AMIANTO E SUOI MANUFATTI. NEL NOSTRO PAESE ANCORA 40MILIONI DI TONNELLATE DI AMIANTO E DI MANUFATTI CONTENENTI AMIANTO DA BONIFICARE. I COSTI ECCESSIVI DELLE BONIFICHE POSSONO ESSERE UN RISCHIO LEGATO ALLA GESTIONE ILLECITA DEGLI APPALTI

L’Italia è stata il secondo produttore e utilizzatore di amianto e manufatti derivati, con 3.748.550 tonnellate. Nel nostro Paese, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Amianto, nel 2022, sono ancora 40milioni le tonnellate di amianto e di prodotti che contengono l’amianto.

Questi sono distribuiti in 1milione di siti e micrositi, di cui almeno 50mila sono industriali, 2.400 scuole (stima al 2022 per difetto, perché si ricevono giorno dopo giorno nuove segnalazioni) e quarantuno sono Siti di Interesse Nazionale (SIN).

Di questi, cinque riguardano siti contaminati dall’amianto: quello di Casale Monferrato, sede dell’ex stabilimento produttivo Eternit e quello di Balangero, cava di estrazione di amianto, entrambi in Piemonte. La Fibronit di Broni, in Lombardia e di Bari; la cava di Monte Calvario a Biancavilla in Sicilia.

Considerata la pericolosità dell’amianto e in conformità alle direttive comunitarie, con la Legge nº 257 del 27 marzo 1992 il nostro Paese ha stabilito disposizioni per interrompere l’estrazione, l’uso e la vendita dell’amianto e dei suoi prodotti e per gestirne lo smaltimento in modo controllato.

Urge bonificare

Non c’è però un divieto di utilizzo di ciò che è stato prodotto fino a quella data (in tutto con l’utilizzo di quasi 4milioni di tonnellate di amianto, con il picco di 164.788 tonnellate nel 1976 e più di 100mila tonnellate nel 1987. Poiché, nei circa 3mila prodotti e applicazioni del minerale, l’amianto incide dal 5 al 15%, in media, è di tutta evidenza che sono state poste in opera circa 45milioni di tonnellate di materiali a base di amianto.

Pertanto, è quantomeno urgente dover procedere alle bonifiche, cioè allo smaltimento del materiale fibroso e di manufatti che contengono l’amianto, ossia il loro confinamento, o incapsulamento.  Si fa uso di liquido aggrappante per evitare che le fibre di amianto si aerodisperdano, tanto da essere inalate e causare danni alla salute.  Questo è un sistema utilizzato essenzialmente in presenza di amianto a matrice compatta. Dovendo essere, però, ripetuto periodicamente, la rimozione e lo smaltimento costituiscono l’unico strumento di definitiva risoluzione del problema e di riduzione del rischio.

Secondo una stima dell’ONA, la nostra rete idrica rivela la presenza di amianto per ben 300mila Km di tubature in cemento-amianto, inclusi gli allacciamenti, rispetto ai 500mila Km totali. (Si tiene conto che la maggior parte delle tubature sono state realizzate prima del 1992, quando l’amianto – circa il 15% di crisotilo con presenza anche di amosite e crocidolite – veniva utilizzato in tutte le attività edili e costruttive.

Erosione rocce principale fonte naturale di contaminazione da amianto

Una monografia dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, AIRC, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, delle Nazioni Unite, ribadisce che l’amianto è cancerogeno anche nell’acqua potabile (pag.- 224, capo 1.4.3). Infatti, la contaminazione per dispersione di fibre di amianto nelle acque potabili è dovuta sia alla cattiva manutenzione sia a fenomeni sismici, oltre che alla perdita del potere aggrappante del cemento e delle altre matrici compatte, che si verifica anche per effetto del lungo decorso del tempo dalla loro posa in opera (più di 30 anni).

La monografia AIRC recita: “Asbestos can enter the aquatic environment from both natural and anthropogenic sources, and has been measured in both ground- and surface- water samples. Erosion of asbestos-bearing rock is the principal natural source. Anthropogenic sources include: erosion of waste piles containing asbestos, corrosion of asbestos-cement pipes, disintegration of asbestos-containing roofing materials, and, industrial wastewater run-off (ATSDR, 2001)”.

Che tradotto fa: “L’amianto può entrare nell’ambiente acquatico da fonti sia naturali sia antropiche, ed è stato misurato sia in campioni di acque sotterranee sia superficiali. L’erosione delle rocce contenenti amianto è la principale fonte naturale di contaminazione. Le fonti antropiche, invece, includono: erosione dei cumuli di rifiuti contenenti amianto, corrosione dei tubi di cemento-amianto, disintegrazione dei materiali di copertura in fibrocemento (l’Eternit ndr) e deflusso delle acque reflue industriali (ATSDR, 2001)”.

Fu l’ingegnere austriaco Ludwig Hatscheka a brevettare il materiale fibrocemento e nel 1903, a Niederurnen, la Svizzera inaugurò il primo stabilimento per la sua produzione denominato Schweizerische Eternitwerke AG.

In Italia la licenza fu affidata all’ingegner Adolfo Mazza, che fondò quello che sarebbe diventato il più grosso stabilimento di produzione di cemento-amianto in Europa: l’Eternit. La fabbrica fu aperta nel 1907 a Casale Monferrato.

Unione Europea: termine ultimo bonifica dall’amianto il 2030

Le stesse normali attività antropiche, come l’utilizzo dell’acqua potabile in cui sono disciolte le fibre di amianto, possono causare patologie asbesto correlate. Sia per ingestione sia perché l’evaporazione può determinare l’aerodispersione delle fibre e quindi l’inalazione di queste.

In ogni caso, debbono essere garantiti i requisiti di idoneità dell’acqua potabile, tra i quali l’assenza di amianto, anche nel rispetto del principio di precauzione.

Per questi motivi e attesa l’incidenza sempre in aumento, perfino l’Unione Europea ha dettato un termine ultimo per la bonifica al 2030. Inoltre, l’UE ha preso atto dell’esigenza di una maggiore tutela dei lavoratori esposti ad amianto. (Come peraltro anticipato nella pubblicazione Lo stato dimentica l’amianto killer – ed. marzo 2009)

Esposizione all’amianto: misure più restrittive dalla Comunità Europea

Così come in Italia, anche in Europa il dato di incidenza di malattie professionali asbesto correlate è in continuo aumento. Le malattie–infortunio, come lo sono le malattie asbesto correlate, sono una vera e propria emergenza e il 78% di queste è causato dall’esposizione all’amianto.

Pertanto, la Direttiva Comunitaria è stata aggiornata, e modificata, e agli Stati membri è stato imposto di “abbassare il livello a 0,002 fibre di amianto per cm³, escluse le fibre sottili, o a 0,01 fibre di amianto per cm³, incluse le fibre sottili”. Così la nuova formulazione della direttiva 2009/148/CE sull’amianto sul lavoro come risoluzione P.E. del 3 ottobre 2023.

Non essendoci un limite di soglia scientifico che lo renda innocuo, l’unico strumento per poter evitare l’insorgenza di danni alla salute è quello della bonifica. Le malattie di amianto sono lungo-latenti. Il picco delle malattie asbesto correlate in Italia è stimato nel 2030: così nell’ultima pubblicazione Il libro bianco delle morti di amianto in Italia, ed. 2022.

In particolare per il mesotelioma anche esposizioni ridotte possono determinare la sua insorgenza e, quindi, il rischio incipiente di decesso. La soglia è quindi un limite di natura tecnica e compromissoria. Per questi motivi è fondamentale anche il bando globale dell’amianto come già nella legislazione dell’Unione Europea.

La classifica degli Stati più consumatori di amianto

L’International Ban Asbestos Secretariat, riporta le statistiche sul consumo dell’amianto. Per il 2018, questo triste primato può essere assegnato ancora alla Russia, con 710mila tonnellate, seguita da Kazakistan (203mila), Cina (125mila) e Brasile (110mila).

Infatti, ancora nel 2020, risultano prodotti i seguenti quantitativi di amianto (in tonnellate): Russia 720mila; Kazakhstan 227mila; China 120mila; Brazil 71,200;   Zimbabwe 8mila.

Risulta che siano stati utilizzati e lavorati nel 2020 le seguenti quantità di amianto (in tonnellate): India 310mila; China 243mila; Russia 126mila; Uzbekistan 117mila; Indonesia 86mila.

Le bonifiche dell’amianto in Italia

Nel 2021 sono state stimate circa 3mila tonnellate di rifiuti di materiali che contengono l’amianto.

«L’89,7% del totale dei rifiuti di amianto smaltiti quell’anno – risponde l’avv. Ezio Bonanni presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto – è stato conferito in discarica: al nord (circa 297 mila tonnellate), il 2,5% al centro (8 mila tonnellate) e il 7,8% al sud (circa 26 mila tonnellate).

Perciò, secondo dati dell’ONA – continua -, rispetto al 2020 (circa 391 mila tonnellate), vi è stata una diminuzione nella bonifica per circa di 60 mila tonnellate (-15,4%). Si registra, quindi, una diminuzione più marcata nel Nord Italia, pari a circa 51mila tonnellate ( -14,5%), mentre al Centro è di circa meno 4mila tonnellate, al Sud la riduzione è stata di meno 6mila tonnellate. Il decremento più significativo è stato registrato nel Friuli Venezia Giulia dove i quantitativi smaltiti, circa 168mila tonnellate, pari al 50,8% del totale nazionale risultano essere di 6 mila tonnellate, pari al 26,7% del 2020.  

In dettaglio, al nord, per quanto riguarda il Piemonte, da un quantitativo di smaltimento pari a 12mila tonnellate nel 2020 si è giunti a circa 10mila tonnellate nel 2021 (3% del totale nazionale), con una flessione del 13,7%.

In Toscana, il quantitativo di amianto smaltito è stato pari a 8mila tonnellate, con un decremento del 30,1% rispetto al 2020.

Così anche il sud ha fatto registrare una flessione delle quantità complessivamente smaltite pari a 6mila tonnellate, ossia un decremento del 19,3%. L’Abruzzo, in particolare, con meno 13mila tonnellate. In Sardegna meno 9%, ossia 465 tonnellate, riferite a diversi rifiuti, a partire dal 5 Codice EER 060701*, per processi elettrolitici a base di amianto».

In controtendenza la Lombardia

«Si, la Lombardia è una delle regioni locomotiva della bonifica – risponde il presidente ONA -. Questa fa registrare il 33,2% dello smaltimento sul totale nazionale, facendo registrare un incremento pari al 6,9% (+7mila tonnellate). Quindi, l’Emilia-Romagna, altra regione virtuosa, che fa registrare per il 2021, un incremento del +129,8%, in ordine al codice 170605, relativo al materiale da costruzione contenente amianto. È passata da 4mila tonnellate a 9mila tonnellate. Infine la Basilicata, che nel 2021 ha fatto registrare un aumento delle quantità di amianto smaltite pari al 56,6% (+7mila tonnellate); così anche la Puglia (+133,3%, +4mila tonnellate).

Seguendo questo andamento dello smaltimento di amianto, e tenendo conto delle quantità presenti sul territorio nazionale, occorreranno più di 130 anni per bonificare, e tenendo conto dei tempi di latenza della patologie asbesto correlate, che possono raggiungere anche i sessant’anni (la latenza media per il mesotelioma è di circa cinquant’anni come risulta dal VII rapporto ReNaM), è evidente la necessità di dover affrettare le bonifiche, per poter effettivamente salvaguardare la salute umana e l’ambiente», conclude Bonanni.

Le normative nel nostro Paese

Risale al 1987, con Decreto Legislativo del 31 agosto nº 361, l’anno in cui furono definite le specificità che le aziende che operano nel settore delle bonifiche di amianto devono avere per essere inserite all’interno dell’albo predisposto. Ma bisogna attendere altri cinque anni, perché il nostro Paese, con la legge 257/92 ed entrata in vigore il 28 aprile dello stesso anno, metta fine alla produzione, lavorazione e commercializzazione dell’amianto e dei suoi manufatti.

Quindi, nel 1994 con il D.M. del 6 settembre che fa seguito alla legge 257/92 si precisano “le normative e metodologie tecniche per la valutazione del rischio amianto, il controllo, la manutenzione e la bonifica di materiali contenenti amianto presenti nelle strutture edilizie”.

Casale Monferrato, Sito di Interesse Nazionale

Un caso importante da evidenziare, anche perché è l’unico caso di bonifica da amianto iniziato e concluso su territorio nazionale, è quello di Casale Monferrato. Qui l’amianto è stato lavorato per circa cento anni. Per l’elevata percentuale di fibre concentrate nell’aria a causa delle lavorazioni della Eternit e dei conseguenti numerosi decessi, Casale è stata riconosciuta, poi, come SIN.

Tuttavia, non sono state poche le difficoltà da superare per poter applicare il regolamento dei SIN, che è utilizzato per bonificare piccole aree contaminate. Anche perché nel caso idi aree di Interesse Nazionale, la bonifica è di competenza del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Il quale, poi, si avvale del supporto dell’ISPRA, dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS) e delle Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale del Territorio (ARPAT).

Tornando nello specifico, quello contaminato di Casale è un territorio che si estende per poco meno di 750 km2. E lì è stato necessario bonificare anche i singoli tetti degli edifici residenziali. La bonifica, iniziata nel 2000 si è, poi, conclusa con l’inaugurazione del parco pubblico EterNot nel 2016.

I principali metodi di bonifica

I principali metodi di bonifica per trattare manufatti che contengono amianto sono: la rimozione, il confinamento e l’incapsulamento.

Il metodo più comunemente adottato è la rimozione, che implica l’eliminazione delle fonti potenziali di esposizione per la popolazione. Tuttavia, presenta aspetti negativi non trascurabili, come la produzione di una considerevole quantità di rifiuti tossici, che devono essere gestiti correttamente.

Inoltre, comporta un notevole rischio per gli operatori che eseguono la bonifica, i quali devono essere adeguatamente protetti per evitare la contaminazione. Questo approccio è il più dispendioso e richiede più tempo, poiché è necessario sostituire le componenti rimosse con nuovi materiali.

Il confinamento, al contrario, è una tecnica di contenimento delle fibre che si disperdono nell’aria a causa del degrado nel tempo. Si basa sull’applicazione di barriere impermeabili per separare le superfici con amianto dalle altre aree dell’edificio, impedendo la liberazione delle fibre nelle zone frequentate. È una buona opzione per delimitare piccole aree di intervento che non richiedono accesso frequente.

L’incapsulamento prevede l’uso di prodotti con i quali rivestire le superfici con amianto, creando un film protettivo che intrappola le fibre killer. Sebbene questo trattamento richieda meno tempo e sia meno costoso, va considerato che la futura rimozione di queste parti dell’edificio potrebbe richiedere attenzioni specifiche. Come l’umidificazione del materiale a causa dell’effetto impermeabilizzante, con il rischio di dispersione delle fibre nell’aria.

Entrambe queste due ultime tecniche non generano rifiuti tossici e in genere riducono l’inquinamento ambientale. Tuttavia, richiedono verifiche periodiche e interventi successivi per mantenere l’efficacia dei trattamenti, con la necessità di definire un programma di controllo e manutenzione.

Bonificare: costi eccessivi, rischio gestione illecita degli appalti

Nel caso in cui i soggetti privati non possano affrontare i costi elevati della bonifica, sono gli enti pubblici a dover intervenire al loro posto. Tuttavia, in Italia, i costi per tali interventi non sono fissi né uniformi. In una nota di qualche anno fa, Confindustria ha dichiarato che i costi di tali progetti sono oggettivamente eccessivi, anche a causa della mancanza di una legislazione mirata. E questo frangente potrebbe portare a gestioni illecite degli appalti. Mentre ha generato contenziosi tra gli enti di controllo e le ditte appaltanti, a causa dei quali spesso hanno interrotto le operazioni di bonifica e mantenuto il rischio sanitario per la gente.

Numero verde ONA

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