venerdì, Febbraio 23, 2024

Barriere e tende sottomarine: la geoingegneria potrà salvare i ghiacciai? 

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ERIGERE IMPONENTI BARRIERE E TENDE SOTTOMARINE PER ISOLARE I GHIACCIAI DALLE CORRENTI DI ACQUA CALDA: PUÒ ESSERE UNA SOLUZIONE PER CONTRASTARE IL RISCALDAMENTO GLOBALE? LA SINGOLARE PROPOSTA È AL CENTRO DI UN DIBATTITO CHE DIVIDE IN DUE LA COMUNITÀ SCIENTIFICA

Barriere e tende “salvifiche”

L’innalzamento delle temperature sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e il relativo innalzamento del livello degli oceani. Di questo passo, entro il 2100 le acque potrebbero alzarsi di circa un metro e mezzo, arrivando a raggiungere i nove metri nei prossimi due secoli. 

A rischiare di essere inabissate, alcune città quali: New York, Los Angeles, Sydney, Dubai, Istanbul, Venezia, Barcellona, Amsterdam e molte altre.

Lo scenario, a dir poco inquietante, è ormai al centro del dibattito scientifico da diverso tempo. Ma quali sono le nuove proposte? Le ultime in ordine cronologico, cioè le barriere sottomarine e le tende, fanno storcere il naso a buona parte degli studiosi.

Partiamo dalla prima bizzarra proposta.

Una barriera sottomarina “anti-erosione” 

Già la descrizione sembra il titolo di un film. In effetti, la barriera di cui parliamo, dovrebbe proteggere dall’erosione il ghiacciaio di Jakobshavn, in Groenlandia, quello da cui si sarebbe staccato l’iceberg che nel 1909 affondò il Titanic.

A minacciare Sermeq Kujalleq (nome in lingua locale del ghiacciaio), le correnti di acqua calda che scorrono a trecento metri di profondità. E qui si inserisce la prima proposta: la costruzione di una muraglia sottomarina. 

Alta cento metri, la barriera potrebbe diventare una sorta di prolungamento artificiale della cresta che sporge già dal fondo dell’oceano. In pratica, la muraglia potrebbe deviare le correnti calde e consentire al ghiaccio di rigenerarsi.

Ideatore della singolare proposta, John Moore, glaciologo americano dell’Università della Lapponia, che nel 2018, insieme con il connazionale Michael Wolovick, aveva descritto nel dettaglio il progetto. 

La proposta tuttavia era stata scartata poiché sono necessari tra i dieci e i venti anni per ultimare il lavoro: troppo tardi.

“Chiamata alla tenda”: il secondo progetto

Altro stratagemma partorito dalla mente di Moore e Wolovick, è il “sipario sottomarino”. 

Di cosa parliamo?

Secondo i due studiosi, si potrebbe ancorare al fondale una tenda sottomarina alta cento metri, realizzata in fibre naturali come tela, canapa e sisal (Agave sisalana). Una soluzione “plastic free”.

Galleggiando a metà strada tra le profondità e la superficie, potrebbe deviare le correnti. Quanto ai costi, le stime parlano di un investimento non inferiore ai 500milioni di dollari.

«Non sappiamo assolutamente se lidea funzionerà o meno -, esordisce John Moore -. Ma penso che sia “di vitale importanza per gli scienziati esplorarlo, nel caso in cui le calotte polari inizino a “diventare instabili”, nonostante i migliori sforzi globali per ridurre le emissioni di gas serra».

Una conferenza a tema

Moore ha presentato il progetto attraverso una serie di conferenze e workshop, tra cui una memorabile performance alla Stanford University, in California, nel dicembre del 2023. 

In aggiunta, ha annunciato che gli esperimenti per dar vita a questa visionaria proposta potrebbero iniziare nel febbraio 2024, in Groenlandia, con il coinvolgimento di collaboratori dell’Università di Cambridge nel Regno Unito.

Shaun Fitzgerald, direttore del centro e ingegnere di meccanica dei fluidi, a Cambridge, che appoggia il progetto, ha rivelato la sua intenzione di svolgere un esperimento all’aperto nel fiume Cam (Inghilterra) entro la fine del 2024. 

Il test potrebbe provare, a livello concreto, le sfide della meccanica dei fluidi.

Durante l’evento, Fitzgerald ha precisato che l’obiettivo delle tende non è bloccare il flusso dell’acqua calda, ma ridurne la portata. Sono come cerotti che, di certo non risolvono il problema climatico ma aiutano a mantenere il ghiaccio.

Tuttavia, come in ogni storia di investigazione, c’è chi solleva dubbi e interrogativi…

Sostenitori e detrattori di barriere e tende: il brainstorming

Diversi scienziati, però, mettono in dubbio l’utilità delle audaci strategie di geoingegneristica, sostenendo che, discutere di barriere e tende, non realizzabili nell’immediato, possa deviare l’attenzione da un problema ben più serio e impellente.

Christian Schoof, esperto di dinamica dei fluidi dell’Università British Columbia di Vancouver (UBC), Canada, si erge tuttavia in difesa della geoingegneria polare.

Per lui, approcci come le cortine dei fondali marini sono una “misura tampone“, un tentativo di guadagnare tempo per affrontare le cause profonde del cambiamento climatico. «Tutte le idee della geoingegneria sono folli finché non si considera cosa potrebbe accadere se non facciamo nulla», dichiara.

Ma gli scettici non demordono e contestano sia i costi proibitivi sia la fattibilità “traballante”.

Twila Moon, glaciologa del National Snow and Ice Data Center dell’Università di Masso, nel Colorado, punta il dito sulla fattibilità. «È estremamente difficile lavorare negli ambienti polari. Anche il compito di accedere a questi luoghi, per non parlare di intraprendere importanti attività di ingegneria lì, diventa problematico».

Quanto alla spesa, Shaun Fitzgerald, fa notare che il costo delle tende può essere paragonato alla cifra che i Paesi dovrebbero sborsare per fronteggiare l’innalzamento del livello del mare, «stiamo parlando di trilioni di dollari», sottolinea.

Il caso si complica quando emergono i timori circa gli “effetti collaterali”. Lars Smedsrud, oceanografo polare dell’Università di Bergen (Norvegia), solleva dubbi su un possibile danno all’ecosistema marino. La cortina potrebbe, infatti, ostacolare il flusso di nutrienti tra il ghiacciaio e il mare. Un rischio che tuttavia Moore e socio sembrano disposti a correre, nell’audace tentativo di salvare le calotte glaciali.

Numero verde ONA

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