Amianto in Arsenale. La vicenda raccontata da un testimone

Taranto, l'ingresso dell'Arsenale della Marina Militare

Essere “partigiani della verità”. Nel racconto di Giovanni, la vicenda amianto all’Arsenale della Marina Militare di Taranto

Taranto, il ponte girevole si apre per consentire l’accesso delle navi della Marina Militare alla darsena

Giovanni – il nome è di fantasia per rispetto della privacy – è una delle migliaia di vittime dell’amianto. Prima che il mesotelioma lo strappasse all’affetto dei suoi familiari, Giovanni racconta a Luciano Carleo di Contramianto la sua vita lavorativa all’interno dell’Arsenale nel capoluogo jonico, a contatto quotidiano con manufatti di amianto. Un racconto grazie al quale proviamo a ricostruire tutti gli aspetti della vicenda.

La mortalità degli operai che lavoravano in officina, racconta Giovanni, era altissima, «un anno, nel mio reparto, eravamo sessantacinque, morirono sei o sette persone e non si è mai saputo di che cosa sono morti».

Secondo fonti parlamentari sono stati oltre 30mila i lavoratori, civili e militari che dal Dopoguerra si sono alternati all’interno della darsena, esposti all’amianto. Senza che nessuno di quanti avrebbero dovuto vegliare sulla salute dei lavoratori sia mai stato messo difronte alle proprie responsabilità.

«Se n’è incominciato a parlare prima che andassi in pensione. Ma eravamo già pieni di amianto, dappertutto. A quel punto, non è che la cosa avesse più importanza, perché ormai il danno era stato già fatto».

Secondo le memorie di Giovanni, le unità della Marina Militare contaminate dall’amianto erano 437, di cui 328 navi, 29 rimorchiatori, 26 sommergibili. Da queste e dalle officine dell’Arsenale tarantino sono state rimosse ben mille tonnellate di asbesto.

Secondo la casistica di Contramianto e la documentazione prelevata dall’Arsenale con l’accesso agli atti, sono 190 i tumori provocati dalla fibra killer: 94 mesotelioma e 96 cancro al polmone, alla laringe, al rene e in altri organi del corpo umano. I casi, però sono in crescita, ciò dovuto ai tempi di latenza molto lunghi della patologia, che arrivano anche a quarant’anni.

La storia di Giovanni riassume le vicende di quanti, come lui, hanno sacrificato la propria vita lavorativa all’interno della darsena. “Partigiani della verità”, lavoratori sinceri, molti dei quali rimasti “fantasmi” per paura o per vergogna, di chi e di che cosa, poi? La cui vita dopo sacrifici e sofferenze, è stata spezzata dalla fibra assassina.

Giovanni, classe 1942, entra all’Arsenale della Marina Militare di Taranto nel 1956; va in pensione nel 1995. Per quasi quarant’anni lavora al Reparto congegnatori, in particolare «sui rimorchiatori pontoni. Questi, erano unità a vapore e dove c’era vapore c’era l’amianto, che avvolgeva le tubature per proteggere le persone dal troppo calore».

Taranto, un incrociatore della Marina Militare italiana ormeggiato nella darsena

Quando necessario, però, Giovanni opera anche su altre unità, come le navi Sagittario e Stromboli, per esempio.

Capi officina erano anche ufficiali, capitani di vascello, che ogni due anni cambiavano; un capo sezione è poi diventato ammiraglio, ricorda Giovanni, senza farne il nome.

Quando è stato assunto «eravamo seicento; prima che andassi in pensione, ci siamo ridotti a centocinquanta».

Torni, frese trapani, rettifiche e altre macchine utensili erano racchiuse tutte nello stesso capannone, lungo duecentotrenta metri; i reparti non erano divisi. Le parti smontate a bordo si ripulivano dall’amianto in officina, in un unico ambiente.

«Quando si finiva di pulire, si buttava tutto a terra e si dava una scopata alla meno peggio… Il pavimento, all’epoca, era pure fatto con tacchetti di legno ed era abbastanza sconnesso, quindi era facile che pezzi di amianto rimanessero fra i tacchetti».

In officina lavoravano solo civili, negli ultimi tempi, però, racconta Giovanni, capitava che lavorassero anche operai di ditte esterne; mai militari. A bordo lavoravano solo dipendenti dell’Arsenale, i militari «controllavano quello che facevamo… », ma stavano nello stesso locale o quanto meno intervenivano quando ce n’era bisogno.

Un Reparto coibentatori – poi sciolto – aveva il compito di isolare le parti, «quando noi finivamo di montare, loro andavano a montare l’amianto». Quando poi si doveva accedere a tubazioni, flange o giunti, era necessario rimuovere la coibentazione. «Rompevamo il rivestimento in amianto con martello e scalpello. Lo toglievamo con le mani libere, perché non avevamo né guanti né niente. Poi il pezzo smontato veniva trasportato in officina dove, per la pulizia, si usavano raschietto e spazzole di acciaio. E queste sollevavano polvere».

Nei locali macchine a smontare pezzi, valvole o pompe, lavoravano tutti insieme, congegnatori, carpentieri, saldatori, «c’era l’ossigenista che tagliava col cannello e faceva fumo e tu stavi lì, oltre a respirarti l’amianto, ti respiravi anche il fumo».

In officina non c’erano aspiratori per le polveri, invece c’erano una ventina di termoventilatori, accesi sia in estate sia in inverno. «Di inverno avevamo i termoventilatori che con il vapore di una caldaia, ci mandava l’aria calda. Però questi non facevano altro che sollevare polvere e ci facevano respirare ancora più polvere di quello che già respiravamo normalmente».

Tanto meno il naviglio era dotato di aspiratori. Gli ambienti erano abbastanza angusti, spiega Giovanni, «specialmente nei rimorchiatori e lì, l’ambiente in poco tempo si saturava di polveri e fumi… mascherino o altro non li abbiamo mai avuti in dotazione».

Sul rischio amianto, nessuno era mai stato informato, lamenta Giovanni, «mai, altrimenti qualche precauzione avremmo cercato di prenderla».

Gli avvertimenti si limitavano all’antinfortunistica, «attento se vai alla mola mettiti gli occhiali. Non dicevano se vai alla mola mettiti la mascherina che ti puoi respirare le polveri… che l’amianto potesse essere nocivo alla salute».

Il nostro ricorda, quindi, di non essere mai stato sottoposto alla cosiddetta sorveglianza sanitaria della Medicina del lavoro, «di tanto in tanto qualche visita medica, però non ci è mai stato comunicato niente». E neppure era stato mai comunicato ai lavoratori di portare a lavare le tute, in una lavanderia all’epoca all’interno dell’Arsenale.

Fino agli anni ottanta, continua Giovanni, il pasto avveniva all’interno dell’officina stessa, dove con un carrello elettrico si trasportavano «sei caldaie, di quelle grosse, che venivano riempite di pasta. Il capo operaio – che la mattina aveva lavorato a bordo insieme con gli operai – con un remo di legno girava questa minestra». «Poi a tutti gli operai, in fila, con una scodella, davano un mestolo di questa minestra e si mangiava vicino al posto di lavoro». Ma anche quando, poi, sono state allestite le mense aziendali, i lavoratori andavano a pranzo «con la tuta di lavoro, con gli stessi indumenti andavamo a mangiare».

In Arsenale c’erano diversi magazzini, dove si prelevavano le baderne (tipo di guarnizione) di amianto e altri manufatti dello stesso materiale. A distanza di oltre trent’anni anni, alcuni ex colleghi di Giovanni sono riusciti a recuperare fogli di lavorazione dell’epoca, dai quali risulta «che io stesso ritiravo amianto per poter guarnire le pompe le valvole e tutto il resto».

In reparto si usava solo il necessario. «Quello che rimaneva lo tenevamo conservato negli stipetti – si conservava per essere riutilizzato in un momento successivo -… .non dico che avevamo gli stipetti pieni di amianto ma quasi»

La notte di Capodanno del 2015 Giovanni accusa un dolore al fianco. In ospedale gli fanno una lastra da cui risulta un versamento pleurico. Il medico di famiglia e uno pneumologo lo curano con antibiotici antinfiammatori. «Siccome io sono un po’ testardo, vedevo che stavo male e ho voluto sapere di che morte dovevo morire».

In un ospedale di Bari si sottopone a toracoscopia. L’esito dell’esame istologico è mesotelioma pleurico maligno. «È incominciata, quindi, la mia trafila di chemioterapia, tutti sti cicli… ».

Chemio che gli crea anche una reazione allergica; viene salvato appena in tempo. «Mi hanno preso per i capelli. Ero tutto gonfio. Mi hanno cambiato la terapia».

Dal Centro Operativo regionale della Puglia del Registro Nazionale Mesoteliomi (Renam) nessun contatto, nessun avviso. Nessuno chiede a Giovanni di che cosa si è ammalato! «Soltanto il primario mi ha chiesto che lavoro facevo, perché avessi avuto questo mesotelioma».

Come Giovanni tante altre persone della stessa officina si sono ammalate e poi sono morte, «però che loro abbiano saputo di che malattia sono morti ho seri dubbi»…

 

 

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