sabato, Luglio 20, 2024

Amazonas, un Paese flagellato dal cambiamento climatico

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SICCITÀ E PIOGGE INTENSE NON DANNO TREGUA ALL’AMAZZONIA, DOVE È CUSTODITO IL COSIDDETTO “POLMONE DELLA TERRA”

L’Amazzonia ospita la più grande foresta pluviale del mondo. Estendendosi per 6,5 milioni di km² è conosciuta come il “polmone del pianeta”. Infatti è proprio questa foresta a produrre enormi quantità di ossigeno e ad assorbire altrettanta anidride carbonica.

Purtroppo, però, questa regione del Sudamerica tanto importante per l’ecosistema terrestre, è una delle vittime su cui la crisi climatica sta scagliando i suoi peggiori effetti. Dopo mesi e mesi di siccità, durante la quale, incendi, temperature ben oltre la media e carenza di acqua hanno devastato la biodiversità di questi luoghi, arrivano piogge intense e alluvioni.

Se esiste come lato positivo il fatto che finalmente le piogge hanno spento tutti gli incendi che si sono sviluppati nel Pantanal, nella pianura alluvionale ritenuta la più grande zona umida del mondo, la situazione d’emergenza resta.

Infatti la mancanza d’acqua prolungata indebolisce la capacità d’assorbimento del suolo. Un terreno troppo arido e secco fa molta più fatica ad assorbire l’acqua. Perciò, dopo un periodo così lungo di siccità, le improvvise e violente precipitazioni non possono far altro che causare pericolose inondazioni.

L’impatto sull’Amazzonia della grave siccità

Questa ulteriore piaga si abbatte sull’Amazzonia, che già negli scorsi mesi ha dovuto subire le conseguenze di una siccità senza precedenti.

«Ci sono stati molti periodi di siccità in Amazzonia – ha dichiarato Marcio Astrini, Segretario esecutivo di Observatório do Clima in un’intervista a Il Fatto Quotidiano -. È infatti consueto avere periodi di secca ogni anno nella regione. Ma questa volta si tratta di un fatto inconsueto avere così tanti fiumi in secca. È senz’altro un record senza precedenti. Lo è soprattutto per la mancanza o diminuzione del flusso della portata dei fiumi, il che è un fatto estremamente preoccupante».

Secondo il Serviço Geológico do Brasil, infatti, la portata del Rio Negro è diminuita durante questo periodo fino a venti centimetri al giorno. Mentre il corso del Rio delle Amazzoni è diventato più basso di sei metri rispetto alla norma. Le popolazioni locali sono state direttamente colpite poiché il fiume è la principale via di commercio e di trasporto per le persone che vivono nei villaggi più remoti, raggiungibili solo con imbarcazioni, rese in questo modo inutilizzabili.

«La deforestazione aggrava il problema già causato dalla siccità e crea oscillazioni di temperatura da 6 a 8 gradi di differenza tra le zone disboscate e ancora boschive nella stessa regione – aggiunge Astrini -. L’aumento di calore renderà queste zone deforestate più secche nel periodo di siccità. Quindi la siccità compromette la foresta e la sua deforestazione fa sì che il problema della secca si moltiplichi».

Gli incendi hanno distrutto vaste aree della foresta

La siccità estrema ha interessato diverse zone dello Stato di Amazonas, il più esteso del Brasile, ricoperto per buona parte dalla foresta. Qui ha peggiorato gravemente anche la qualità dell’acqua potabile e dell’aria, aggravando i problemi respiratori e le malattie.

La siccità ha poi creato anche le condizioni ideali per lo sviluppo di incendi, che si sono diffusi rapidamente in vaste aree di foresta. Questi incendi rilasciano enormi quantità di carbonio nell’atmosfera, alimentando ulteriormente il cambiamento climatico. Secondo le autorità locali ci sono stati oltre 2.700 incendi durante la stagione secca, la quantità più alta mai registrata. Hanno colpito quasi un milione di ettari. I roghi nel Pantanal hanno battuto ogni record storico per il mese di novembre, arrivando a 3.957.

La città di Manaus è stata la più colpita

Una delle città che, a causa dei molti incendi nella zona, ha registrato livelli molto più alti di inquinamento atmosferico è il capoluogo di Amazonas, Manaus. Qui, durante la seconda settimana di ottobre, sono stati registrati 387 microgrammi di sostanze inquinanti per ogni m³ d’aria, il triplo rispetto a San Paolo, la capitale economica del Brasile. L’unico altro luogo più inquinato al mondo è un centro industriale della Tailandia.

Oltre a essere rimasti avvolti per diversi giorni nelle polveri e nei fumi prodotti dagli incendi, gli oltre 2milioni di abitanti di Manaus si sono anche dovuti confrontare con una marcata riduzione delle risorse idriche a causa del prolungato periodo di siccità.

Il livello dell’acqua si è ridotto al punto da lasciare in secca molte imbarcazioni nel porto. Il picco minimo raggiunto è stato di 13,59 metri e si tratta del record più basso dal 1902, anno in cui iniziarono a essere effettuate le misurazioni.

Questa siccità, considerata la peggiore degli ultimi 121 anni, ha persino fatto emergere in superficie incisioni rupestri, che non erano state più visibili dal 2010.

Strage di delfini fluviali in Amazzonia

La siccità estrema non solo ha prosciugato i corsi d’acqua ma ha anche causato così l’aumento della temperatura delle acque. Questo ha provocato la morte di centinaia di delfini fluviali, specie considerata in via di estinzione, in particolare nel Lago Tefé.

Distante poco più di cinquecento chilometri da Manaus, in questo lago le acque hanno superato i 102 gradi Fahrenheit, pari a 39 gradi Celsius, 10 gradi sopra la media. Sono così morti più di centotrenta boto (Inia geoffrensis), conosciuti anche come i delfini rosa dell’Amazzonia, e tucuxi (Sotalia fluviatilis), un’altra specie di delfino d’acqua dolce.

«Gli studi che abbiamo effettuato sui delfini dell’Amazzonia indicano che subiscono numerose pressioni: l’impatto delle centrali idroelettriche, la contaminazione da mercurio, il conflitto con i pescatori e gli abitanti delle rive dei fiumi, soprattutto per l’attività di pesca, considerata una delle più gravi minacce attuali – spiega Mariana Paschoalini Frias, specialista in conservazione del WWF Brasile -. Ora questi piccoli delfini d’acqua dolce sono colpiti più direttamente dalla questione climatica. Abbiamo bisogno di un’efficace azione di protezione immediata e a lungo termine. Sono necessarie ulteriori ricerche per sapere come sono e saranno influenzati dai costanti cambiamenti climatici e dalla riduzione dei corpi idrici».

Gli effetti di “El Niño” e del riscaldamento dell’Oceano

Ma quali sono i principali fattori che hanno provocato questa situazione di emergenza in Amazzonia? Oltre al riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra, hanno contribuito le alte temperature delle acque provenienti dal Nord Atlantico e l’evento climatico chiamato El Niño. Quest’ultimo si verifica ogni due-sette anni e altera i modelli di precipitazione in Sud America, portando aria secca al Nord, sede della foresta pluviale, e aria umida al Sud. Ha così contribuito a questi livelli di precipitazioni estremamente bassi in otto Stati del Nord e Nord-Est del Brasile.

In più il riscaldamento anomalo delle acque nell’Oceano Atlantico settentrionale ha alterato la zona di convergenza intertropicale, essenziale per la formazione di nubi e piogge nella fascia equatoriale. Il suo spostamento verso Nord ha provocato una distanza delle tempeste dalla regione settentrionale del Brasile, aggravando ulteriormente le condizioni di siccità.

Anche la popolazione paga il prezzo della crisi climatica

La siccità non influenza negativamente solo la biodiversità ma anche le attività umane. La stabilità climatica è infatti vitale per l’approvvigionamento energetico prodotto dalle centrali idroelettriche amazzoniche, le quali riforniscono l’energia a tutto il Nord e Nord-Est brasiliano.

«Se non c’è la pioggia si produce meno energia – spiega il segretario Astrini –. Dobbiamo perciò attivare le centrali termoelettriche: aumenta il prezzo della bolletta elettrica e inquiniamo di più il pianeta».

Inoltre a risentirne è l’agricoltura. «La deforestazione e la siccità fanno sì che la selva produca meno pioggia nelle regioni che ne dipendono fortemente per irrigare le piantagioni, come nel caso del Centro-Ovest del Paese, considerato la cintura di produzione alimentare del Brasile – continua -. Lo Stato ha solo circa il 5% del totale dei campi agricoli irrigati artificialmente, mentre più del 90% della produzione agricola è dipendente dalle regolarità delle precipitazioni».

La secca amazzonica colpisce quindi milioni di agricoltori: brasiliani, argentini, uruguaiani, paraguaiani e di altri Paesi che dipendono dalle perturbazioni della foresta pluviale.

L’acqua come elemento strategico in Amazzonia

Il prezzo pagato dall’emergenza climatica è alto – ribadisce il WWF Brasile -. L’acqua è un elemento strategico. Oltre alla sopravvivenza, è direttamente associata alla matrice energetica e all’agricoltura, da cui deriva quasi la metà delle esportazioni brasiliane. Salvaguardare l’acqua è la soluzione per una vita economicamente ed ecologicamente più sicura. E questo implica il confronto diretto con il cambiamento climatico”.

Eppure, in soli tre decenni, il Brasile ha già perso l’equivalente di dieci città di San Paolo in superficie d’acqua, come confermano i dati di MapBiomas, iniziativa del Sistema di stima delle emissioni di gas serra di Observatório do Clima. E nell’ultimo decennio la situazione è peggiorata.

I nove Paesi in cui è presente la foresta amazzonica hanno perso 1milione di ettari di superficie acquatica, l’equivalente di sei città di San Paolo. La Banca mondiale prevede addirittura che il 40% dell’Amazzonia sparirà entro il 2050, mentre per il WWF il 55% sarà cancellato entro il 2030.

«La foresta è un organismo vivo – conclude Marcio Astrini -. Potrebbe arrivare un momento in cui soffrirà tanto che non potrà più sopportare i maltrattamenti ricevuti».

Numero verde ONA

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