martedì, Aprile 20, 2021

L’allevamento intensivo genera inquinamento

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Allevamento intensivo per abbattere i costi della carne

allevamento intensivo
Principio cardine dell’allevamento intensivo è la massimizzazione della produzione

Con l’espressione allevamento intensivo si definisce una pratica che soddisfa la sempre più crescente richiesta di prodotti di origine animale. Questa forma di allevamento massimizza la produzione e riduce al minimo sindacabile le spese e gli spazi. Questo è possibile attraverso la meccanizzazione e l’industrializzazione dei sistemi di allevamento tradizionali.

L’obiettivo è quello di abbattere i costi, per rendere i prodotti derivati dagli animali adatti al consumo di massa. Quindi, offrire, a basso costo, i beni più richiesti sul mercato alimentare.

Le denunce delle comunità animaliste e ambientaliste

allevamento intensivo pollo
Gli ambientalisti lottano contro le condizioni in cui gli animali sono costretti a vivere

Perché gli allevamenti intensivi sono oggetto di critica? Innanzi tutto è necessario affermare che non tutti gli allevamenti a rendimento elevato sono soggetti a giudizio sfavorevole. In alcuni casi, però, le condizioni di vita degli animali sono decisamente innaturali. Si assiste a scenari in cui gli animali sono confinati in spazi ristretti e insufficienti a soddisfare le loro necessità di base.

Luce artificiale o assente, gabbie, possibilità minima o inesistente di movimento, la loro salute e igiene non è rispettata, la loro alimentazione è differente da quella degli allevamenti tradizionali. Per evitare malattie derivanti da queste insostenibili condizioni, i capi di bestiame vengono sottoposti ad abuso di farmaci (come antibiotici od ormoni).

Inquinamento ambientale da allevamento intensivo

antibiotici
Animali sottoposti a cure antibiotiche

L’allevamento a rendimento elevato viene considerato una delle cause principali del riscaldamento globale, per le emissioni e la deforestazione. In Italia, gli allevamenti intensivi sono tra le maggiori cause dell’inquinamento da particolato. Contaminano l’aria, infatti, più delle emissioni degli autoveicoli.

Per di più, a differenza dell’inquinamento dei mezzi di trasporto, che le potenze mondiali si sono impegnate a ridimensionare, il settore dell’allevamento non ha subito miglioramenti nei livelli di polveri sottili nell’aria.

Secondo uno studio pubblicato dall’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione (FAO) l’allevamento bovino americano è tra i maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico del globo terrestre. L’allevamento intensivo contamina la terra, le acque dolci e i mari attraverso sostanze tossiche mortali e la presenza considerevole di azoto e fosforo nell’acqua e nell’aria provoca carenza di ossigeno e uccide gli ecosistemi.

Gli animali, infatti, producono quotidianamente grandi quantità di liquami ricchi di azoto, fosforo e antibiotici. Va precisato che il concime naturale, derivante dai processi digestivi degli animali, è utile a reintegrare il suolo delle sue sostanze nutritive. Però, il modello di allevamento intensivo rende le deiezioni animali eccessivamente elevate rispetto a ciò che sarebbe necessario e sufficiente. I rifiuti, circoscritti a spazi limitati, non vengono gestiti e reimpiegati correttamente. Il loro accumulo libera ammoniaca nell’aria che, combinata ad altre componenti, genera polveri sottili.

Inoltre, le colture di cereali, utili a rispondere alle esigenze alimentari degli animali, necessitano di quantità massicce di pesticidi e fertilizzanti, anch’essi ricchi di azoto e fosforo, che si diffondono nei terreni e nelle falde acquifere.

Piccoli spazi per gli animali, grandi spazi per gli allevatori

deforestazione
L’allevamento intensivo è resposabile della deforestazione

Un altro aspetto da non sottovalutare è inerente al consumo delle risorse naturali e del suolo. Il settore dell’allevamento rappresenta il maggiore fattore d’uso antropico delle terre. In sostanza si verifica un paradosso: come già anticipato, gli animali sono costretti alla sopravvivenza in piccolissimi spazi, eppure l’industria zootecnica occupa il 30% del suolo calpestabile ed è responsabile della deforestazione della Foresta amazzonica. Questo poiché risulta necessario coltivare mangime destinato a sfamare gli animali da macello.

I dati Istat del 2019, relativi all’allevamento intensivo in Italia, rilevano la presenza di 40 milioni di polli, 8 milioni di suini, 7 milioni di ovini, 6 milioni di bovini e 1 milione di caprini che si nascondono dietro la presunta qualità del marchio made in Italy.

A questo punto sorge spontanea una domanda, quali sono le aree compromesse dall’inquinamento degli allevamenti? Dove sono i maggiori allevamenti intensivi del nostro Belpaese? In Italia, la Pianura Padana è messa in ginocchio da questa realtà. Greenpeace afferma che “più della metà dell’impronta ecologica del settore zootecnico dipende dalle regioni del Bacino Padano, con la Lombardia che contribuisce per oltre un quarto all’impatto nazionale e che sta divorando il 140% della biocapacità regionale. In pratica, la Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola di quasi una volta e mezzo quella attuale per compensare le sole emissioni dirette degli animali allevati sul suo territorio”.

Questa condizione è simile alle altre regioni: Veneto (64%), Piemonte (56%), Emilia-Romagna (44%). A sud, prima per percentuale di impatto è la Campania (52%).

Le conseguenze per la salute dell’uomo

allevamento insensivo e covid
C’è correlazione tra Covid-19 e allevamenti intensivi

L’Osservatorio Nazionale Amianto e l’avv. Ezio Bonanni ritengono sia importante sottolineare quanto l’emergenza Coronavirus sia stata fondamentale per portare alla luce il problema degli allevamenti intensivi. Infatti, a oggi, vi è la consapevolezza del fatto che l’inquinamento atmosferico (derivante, in buona parte, come si è detto, dall’allevamento a rendimento elevato) può aver contribuito al propagarsi del Covid-19.

L’esposizione, continuativa nel tempo, alle sostanze descritte in precedenza, causa problemi all’apparato respiratorio e cardio-circolatorio. Dunque, difficoltà alla funzione polmonare, malattie infettive, infiammazioni croniche respiratorie, asma e nei casi più gravi, cancro del polmone. Il particolato atmosferico entra in profondità nei polmoni, aumentando il rischio di patologie gravi.

Non va trascurato anche che lo stile di vita del bestiame, precedentemente descritto, possa rendere la qualità della carne e dei suoi derivati (degli allevamenti intensivi) di qualità inferiore rispetto ai prodotti derivanti dai metodi tradizionali. Infine, tema critico è lo sviluppo della resistenza agli antibiotici presenti nelle deiezioni degli animali. Questi sono rilasciati nell’ambiente e sono presenti nella stessa carne che introduciamo attraverso l’alimentazione.

Verso un consumo responsabile per salvare il Pianeta

alimentazione sana
È necessario cambiare stile di vita per salvaguardare il pianeta e la nostra salute

A seguito di questa disamina, risulta evidente quanto siano necessari dei provvedimenti celeri. La tendenza del consumo di carne è in continuo e forte aumento. Secondo la FAO, l’andamento potrebbe incrementare del 73% entro il 2050. Dunque, una rapida soluzione a cui si può pensare è inerente a un cambiamento di stile di vita dei singoli. Il cittadino responsabile è colui che sceglie di migliorare le sue abitudini alimentari, mettere meno carne nel piatto per lottare contro l’inquinamento e a favore della propria salute.

Importante è anche l’azione imprenditoriale, il modello produttivo di agricoltura e allevamento è da perfezionare e adattare agli standard ecologici. In più, vanno arrestate le cospicue somme di denaro di fondi pubblici utilizzati finanziare l’allevamento intensivo. Gli investimenti pubblici, al contrario, dovrebbero essere rivolti a sostenere la transizione verso modelli sostenibili che valorizzino le piccole imprese di produttori locali.

In conclusione, per intervenire sulla seconda causa di particolato in Italia, secondo l’Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), si deve ricorrere ad “azioni strutturali”. La decrescita della produzione di carne non può essere affidata esclusivamente alle buone abitudini alimentari dei consumatori. Vanno, invece, progettati interventi programmatici di natura politica e istituzionale a livello locale e nazionale, per limitare e controllare l’attività imprenditoriale.

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